Stroncature (3)

Quando cerco qualcosa nel mio archivio di testi, mi capita di imbattermi in recensioni molto negative che raccolgo in attesa di aver voglia di pubblicare un post come questo, il terzo di una serie dedicata alla musica italiana. Nel primo, della primavera 2013, mi sono concentrato su nove dischi di artisti cosiddetti alternativi; nel secondo, dell’estate 2014, i riflettori si sono spostati su sei uscite più visibili; in questo ci sono solo tre recensioni (ma parecchio lunghe) nelle quali sono rappresentate entrambe le categorie. Due sono stroncature senza appello, l’altra è volutamente interlocutoria ma… vabbè, leggendola capirete che in questo contesto sta comunque benissimo.
bugo-copBugo
Dal lofai al cisei
(Universal)
Immaginate Beck e Jon Spencer nati e cresciuti nella provincia italiana, aggiungetevi delle ballatone tristi alla Will Oldham, l’amore per il blues e il rock’n’roll, i rap folli dei Soul Junk, la sua faccia estasiata quando gli ho fatto sentire i Pussy Galore e infine una palese somiglianza col Celentano rockabilly dei tempi d’oro”. Così si leggeva nel comunicato stampa relativo a Questione di eternità/Canta che ti passa, 45 giri di debutto di Bugo. Così, invece, si chiudeva la mia recensione del disco, apparsa sulle nostre pagine nel luglio del 1999: “benché rozzo, caotico, abrasivo e purtroppo molto breve, il 7 pollici merita senza dubbio la qualifica di oggetto di culto, anche perché – ci credereste? – si fa ascoltare con piacere”. Da quei giorni di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, visto che il nostro Cristiano Bugatti da Novara ha consegnato alle stampe altri tre lavori (due album in formato CD e un 10” in vinile) e si è costruito un “vasto” seguito underground, fino a giungere pochi mesi fa alla firma di un contratto con la Universal. Non avendo certezze sul perchè una rispettabilissima major abbia voluto nella sua scuderia un chitarrista/cantante dall’approccio lo-fi autore di canzoni con titoli come Con il cuore nel culo, Piede sulla merda e Io mi rompo i coglioni, posso limitarmi a formulare qualche ipotesi. 1) Volevano uno pseudo-Beck all’italiana. 2) Volevano un artista genuinamente alternativo per vedere l’effetto che fa. 3) Volevano apparire fighi e coraggiosi agli occhi dei media specializzati. 4) Volevano divertirsi a leggere le stronzate che i media, specializzati e non, avrebbero scritto sull’argomento. 5) Volevano evitare che Tricarico, un altro spostato mica da ridere, si sentisse troppo solo. 6) Volevano qualcuno che non pretendesse imponenti budget di registrazione. 7) Volevano qualcuno, chiunque fosse, perché i dischi non c’è verso di venderli e bisognava pur provare a inventarsi qualcosa e Bugo si trovava per caso a passare da quelle parti. 8) Varie ed eventuali.
Comunque sia andata, abbiamo ora tra le mani questo Dal lofai al cisei, posto in vendita al “prezzo che spacca” (giuro, lo sticker recita proprio così) di dieci fottutissime unità della moneta europea: undici episodi di durata oscillante fra i tre e i sei minuti, realizzati con il contributo tecnico e artistico di Fabio “a wizard, a true star” Magistrali, nei quali sono shakerati rock’n’roll primordiale e deiezioni blues, pop psicotico e psichedelia molto deviata, spasmi rumoristi e punk paranoide, folk sbronzo ed elettronica demente, il tutto costruito con ritmiche scheletriche, una chitarra (quasi sempre) satura ma capace anche di insospettate morbidezze e una voce volutamente innaturale che con toni abulici sciorina perle di surreale saggezza quali “uno stronzo galleggia morbida scheggia”, “nella mia testa cresce il contenuto del portacenere” o “con il cuore nel culo non hai sentimenti da esprimere”. Questo per quanto riguarda i contenuti del CD; non altrettanto semplice, invece, formulare un giudizio di valore sul titolare del medesimo, né tantomeno capire se ci è o ci fa. Che la si consideri una destabilizzante operazione dada, un’eccentrica parodia, un preciso sintomo di pazzia, uno scherzo di dubbio gusto o solo una solenne cazzata, la musica di Bugo è destinata inesorabilmente a dividere: non è un caso che una metà di me la ami con lo stesso sentimento riservato a quelle di Wild Man Fisher, David Peel, Bonzo Dog Doo Dah Band, Electric Eels, Residents o Skiantos mentre l’altra metà è tentata di riconoscerle il solo pregio di stimolare la diuresi.
Tratto da IL Mucchio Selvaggio n.507 del 29 ottobre 2002

litfiba-copLitfiba
Infinito
(EMI)
Dimmi qual è qual è la mia direzione/sto viaggiando senza biglietto né limitazioni/È il mio corpo che cambia nella forma e nel colore/è in trasformazione”. Così Il mio corpo che cambia, brano apripista trasmesso fino alla nausea dalle radio: un avvertimento che le cose non erano più come prima. Non poteva essere altrimenti, visto che l’ultimo Mondi sommersi – campione di vendite nella discografia dei Litfiba – aveva raggiunto livelli di ispirazione ed espressività che il gruppo fiorentino non toccava dall’epoca di 17 re, chiudendo nel contempo quella “tetralogia degli elementi” che, non potendo rimanere tronca, costituiva forse più un limite che non uno stimolo. Una nuova rotta, dunque, ma verso quale porto? Difficile a dirsi, anche se al primo ascolto di Infinito il pensiero vola al Titanic: la soffice ballata Sexy Dream e il ballabile Mascherina sono infatti zavorre che trascinerebbero negli abissi qualsiasi transatlantico, “grazie” a soluzioni musicali e liriche per le quali l’aggettivo “pacchiane” è gentilmente eufemistico (e non si tirino in ballo ironia e/o autoironia: per un refrain raccapricciante come quello di Mascherina non ci sono scuse). Certo, si può salire sulle scialuppe: ad esempio Prendi in mano i tuoi anni, l’unico episodio a presentare tracce di quella “epicità rock” che della premiata ditta Pelù/Renzulli era il marchio di fabbrica; oppure il già citato Il mio corpo che cambia, ballata elettroacustica un po’ ruffiana ma non priva di appeal; magari la conclusiva Frank, che gioca con ritmi black e arrangiamenti da exotica ma lo fa con buon gusto e in modo questa volta spiritoso. Però nell’acqua, che rimane gelida, le enfatiche Canto di gioia e Nuovi rampanti – alle quali si devono peraltro riconoscere felici aperture melodiche – non offrono validi appigli, mentre le melliflue Incantesimo e Vivere il mio tempo sono ancore camuffate da salvagente.
Fuor di ogni metafora nautica, l’ottavo “vero” album dei Litfiba sarà per molti una cocente delusione, giacché agli straordinari missaggi di Tim Palmer non è concesso di svegliare la creatività assopita. Venderà come è logico centinaia di migliaia di copie, ma questo non gli impedirà di passare alla storia come un capitolo più che secondario di una saga della quale si spera non rappresenti l’epilogo. Cosa è accaduto? Forse Piero e Ghigo sono stanchi, demotivati o semplicemente invecchiati, o forse vogliono farsi strada – come dichiarato anche dall’impostazione spesso diversa della voce – nel campo della musica leggera di classe. Però, per placare la sete del mercato, dovevano tirar fuori qualcosa di più di questi quaranta striminziti minuti di pop: più si è grandi e più si hanno responsabilità. In quest’album, almeno per chi i Litfiba li ama o li ha amati davvero, di Infinito c’è solo il senso di tristezza.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.336 del 29 gennaio 1999

starfuckers-copStarfuckers
Infinitive Sessions
(Dbk Works)
I. La rinuncia all’intenzione è la condizione preliminare. Solo il silenzio è privo d’intenzione. Il suono è una condizione del silenzio, il silenzio è una condizione del tempo. Ciò che si determina è frutto esclusivo delle circostanze fisico-acustiche proprie di ogni specifica esecuzione, non c’è una struttura, c’è una forma che è il risultato di un processo. Ciò che si ascolta nasce per sottrazione di suoni al rumore anziché per somma di suoni al silenzio. L’esecutore suona i silenzi che stanno intorno e dentro i suoni. La tecnica è fondata sull’intuizione istantanea, la disciplina impone la distruzione dell’io. II. Non bisogna confondere la musica con la sonologia, il suono in sé non è musica. L’essenza della musica è il tempo, non il suono. La nostra musica non è costituita da più suoni distribuiti in un tempo uniforme ma da un unico suono che rimbalza in un tempo molteplice. In altre parole, tutti i suoni sono il medesimo suono, udito un’innumerevole quantità di volte, nello stato in cui tutti i tempi sono presenti. Così si apre il breve comunicato di presentazione di Infinitive Sessions, l’ultimo album – quinto in circa tre lustri di attività e primo per un’etichetta straniera – degli Starfuckers. Parole che ho riportato – e alle quali sono stato tentato di non aggiungere alcunché, lasciandovi trarre da soli le vostre conclusioni – quantomeno per farvi comprendere l’atteggiamento di questa band, che da ormai molti anni ha abiurato lo stile post-Stooges (di anche pregevole qualità) degli esordi per seguire un percorso sperimentale basato sulla destrutturazione del rock’n’roll (si veda il precedente Infrantumi, del 1997) e su astruse (?) teorie “filosofiche” del genere di quella esposta qualche riga sopra.
Nella pratica, secondo lo stesso ensemble, i sei episodi del CD sono “un vamp astratto, nero e cattivo, un ritmo spezzato, reiterato, una costante pulsazione asimmetrica, l’eterno ritorno di un groove che infetta. Un accordo blues che rimbalza all’infinito in uno spazio bianco, senza dimensioni. Un crepito elettronico che buca il senso del tempo”. Nella traduzione per il popolo del “povero ignorante” Guglielmi, al quale certi fumosi onanismi pseudo-intellettuali stanno peraltro piuttosto sul culo, un soundtrack rigorosamente strumentale, fatto di accenni ritmici e inserti elettronici altrettanto minimali, che si snoda con minima fisicità e totale assenza di emozioni per quarantotto minuti di tedio assoluto. Un’operazione concettuale abbastanza snob, in estrema sintesi, e non un disco “da ascolto”: sarà anche vero che i tre agitatori delle sette note “ripropongono lo scandalo dell’asincronia in un contesto più tradizionale, recuperando forme rudimentali di blues, jazz, rock e funk”, ma c’è da rabbrividire e fare scongiuri per il conclusivo “la rifondazione del rock, forse, passa da qui”, che visto quanto realizzato dal gruppo ha il sapore di una minaccia. “Music is a pollution of time”, si legge addirittura sulla confezione, senza però chiarire se il termine “pollution” vada inteso nel significato di “stato di inquinamento” o di “eiaculazione spontanea e involontaria che avviene durante il sonno”; nella seconda ipotesi, mi sollevo pensando che gli Starfuckers sporcano di norma le lenzuola solo una volta ogni cinque anni, e che i loro spermatozoi hanno tutta l’aria di essere sterili.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.492 del 25 giugno 2002

Advertisements
Categorie: recensioni | Tag: | 4 commenti

Navigazione articolo

4 pensieri su “Stroncature (3)

  1. backstreet70

    Federico, ancora ti sei dimenticato della tua famosa e distruttiva recensione ad XXX dei Negrita (sotto nome di Picardi se non sbaglio) pubblicata su Rumore nel periodo dell’uscita del disco (ovviamente).

  2. DaDa

    Personalmente salvo Bugo ( in questo disco almeno), disprezzo gli ultimi Litfiba e metto un grosso punto interrogativo sugli Starfuckers, ottimi agli esordi ed incomprensibili in seguito (chi ha il coraggio di ascoltare un loro disco ?).

    • Ma sì, pure a me quest’album di Bugo sostanzialmente piace… l’ho poi pure inserito fra i 50 album fondamentali del Rock italiano 2001-2010. Non è proprio una stroncatura, ma evidenzia le ragioni per le quali il disco “avrebbe potuto” essere stroncato. Rispetto agli Starfuckers, il mondo è pieno di band/solisti di questo genere e di critici o pseudotali che li esaltano per ragioni a me incomprensibili.

  3. backstreet70

    Insomma dopo un commento del genere il disco non mi va neppure di ascoltarlo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: