John Cale

Ha fama di essere una persona scostante, John Cale. Non so se sia davvero così, non l’ho mai verificato (ma una volta ci sono andato vicino: pareva che avrei dovuto averlo ospite a “Stereonotte”), ma chi se ne strafrega: al di là di una produzione un po’ discontinua sul piano qualitativo, è un Artista con la maiuscola, e quindi può permetterselo. È la terza volta che recupero qui sul blog un mio scritto di lui (vedere qui e qui) e mi fa proprio piacere che sia una disamina di uno dei suoi album secondo me più belli, finalmente ristampato.

cale-copFragments Of A Rainy Season
(Double Six)
Pubblicato in origine dalla Hannibal nel 1992, Fragments Of A Rainy Season è un articolo atipico nella vasta produzione di John Cale, per di più andato piuttosto in fretta fuori catalogo e in seguito mai ristampato. Ottimo, quindi, che la sempre attenta Domino abbia voluto rimediare alla mancanza confezionandone attraverso il sottomarchio Double Six una nuova edizione arricchita di otto tracce, sia in doppio CD, sia in triplo LP; i cultori del vinile e della filologia si potranno invece orientare sulla versione solo doppia, priva di contenuti extra.
Inciso dal vivo in più date, a differenza dell’omonimo VHS (riproposto in DVD nel 2004) che immortala un unico concerto a Bruxelles, l’album coglie l’ex co-fondatore/co-leader dei Velvet Underground in acustico: da solo, seduto per lo più al pianoforte ma passando in qualche caso alla chitarra, a ripercorrere brani in larga parte del repertorio a proprio nome, non disdegnando qualche cover (Heartbreak Hotel di Elvis Presley e Hallelujah di Leonard Cohen, che il gallese aveva peraltro già affrontato in studio) ed estratti dai dischi realizzati a quattro mani con Lou Reed (Style It Takes) e Brian Eno (Cordoba). Non mancano ovviamente classici del Nostro quali Fear (Is A Man’s Best Friend), (I Keep A) Close Watch, Guts, Ship Of Fools o Paris 1919, e tutto è restituito con grande intensità emotiva e quando occorre fisica. Insomma, un John Cale comunicativo e nient’affatto tedioso, che sa esaltare il suo magnetismo e la sua autorevolezza liberando più la sua indole di rocker – qui in unplugged, certo – che non quella, complementare, di musicista colto. Tra i bonus si segnalano una graffiante rilettura di I’m Waiting For The Man e quattro episodi (tre dei quali già presenti in altra veste) dove il piano è affiancato, con grande efficacia, da strumenti ad arco.
Tratto da AudioReview n.382 del dicembre 2016

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Categorie: recensioni | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “John Cale

  1. DaDa

    John Cale al suo meglio, con un repertorio mostruoso. Senza nulla togliere a Lou, ho sempre preferito lui come artista. Più discontinuo del sodale dei VU, ma quando ci azzeccava erano sprazzi di luce abbagliante!

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