Metallica

Non mi sono mai vergognato del mio apprezzamento “globale” (disco più, disco meno) dei Metallica, che in passato non ho mancato di manifestare attraverso recensioni e addirittura un’intervista. Certo, è estremamente improbabile che possano ancora risultare “decisivi”, ma in fondo fanno pochi dischi e ritrovarseli ogni tanto davanti non dispiace. Almeno a me.

metallica-copHardwired… To Self Destruct
(Mercury)
Non contando l’anomalo Lulu, realizzato “a dieci mani” con Lou Reed, il precedente album dei Metallica – il controverso Death Magnetic – era stato pubblicato ben otto anni e due mesi prima di questo nuovo lavoro; mai la band californiana aveva fatto passare così tanto tempo fra un disco e l’altro, mai dal 1983 in cui era entrato in organico il chitarrista Kirk Hammett non aveva apposto la sua firma su alcun brano. Detto che tale assenza è dovuta al blocco psicologico figlio dello smarrimento dell’iPhone in cui erano stati memorizzati – non provvedendo però al backup – circa duecentocinquanta riff (sì: “o tempora, o mores!”), c’è comunque da rilevare che il gruppo ha proseguito il suo cammino senza grandi patemi, con l’incedere lento e pesante della macchina da guerra che è sempre stato e forte del ruolo di intoccabile ormai da decenni ricoperto nel panorama hard & heavy e, in generale, rock.
Dodici brani in massima parte lunghi suddivisi equamente in due compact, con ulteriori quattordici quasi tutti dal vivo raccolti in un terzo presente solo nella stampa “deluxe” in tiratura limitata, Hardwired… To Self Destruct non offre nulla che qualsiasi estimatore dei Nostri non abbia avuto modo di conoscere in precedenza. Pura routine, insomma, ma routine “di classe” (per i parametri dei Metallica, certo), all’insegna di uno stile comprensibilmente meno aggressivo del thrash degli esordi e in linea con la produzione degli ultimi due decenni; canzoni dure, compatte e graffianti che poco concedono alle melodie accattivanti e che si susseguono in un tripudio di cadenze ossessive, stacchi brucianti, echi filo-epici, atmosfere più o meno ansiogene. Sintetizzando al massimo, un canone sviluppato con professionalità, intensità e qualità musicale, ma senza alcuna sorpresa. D’accordo, non serviva, ma dopo otto anni in fondo non dispiace.
Tratto da AudioReview n.382 del dicembre 2016

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