Rolling Stones

Sembra incredibile, ma nel 2017 si parla ancora dei Rolling Stones non come vecchie glorie ma come eccellenti musicisti e formidabile macchina da spettacolo r’n’r. Il loro ultimo album avrebbe avuto ottime possibilità di essere “robetta”, e invece…

rolling-stones-copBlue & Lonesome
(Polydor)
Sul piano squisitamente concettuale, va detto, sarebbe stata una chiusura del cerchio perfetta: una raccolta di cover blues da pubblicare a cinquantacinque anni esatti (o magari addirittura a sessanta, perché porre limiti alla luciferina provvidenza?) dall’esordio ufficiale in concerto, risalente al luglio 1962, o dall’omonimo 33 giri d’esordio, giunto nei negozi nell’aprile del 1964; e quindi, non appena rinsaldato in modo eclatante il legame – peraltro mai reciso, anzi – con le proprie radici e il proprio periodo di “palestra” all’insegna dell’emulazione, salutare le luci della ribalta e godersi in serenità la vecchiaia. Le cose sono però andate diversamente, perché a un’operazione discografica come questa gli eterni ragazzi – almeno a loro dire: ci fidiamo? – non pensavano affatto, e l’idea è balzata fuori durante la fase di concepimento di un nuovo album di canzoni autografe che, sempre a credere ai diretti interessati, non dovrebbe farsi attendere chissà quanto. Visto che il precedente A Bigger Bang risale al 2005, un “era ora” ci sta tutto, ma per tale motivo, e perché quello di essere dimenticato è un pericolo che il gruppo inglese non avrebbe corso neppure evitando in toto i recuperi nell’archivio ai quali si è dedicato con impegno nell’ultimo decennio, non sarebbe stato meglio congelare il progetto Blue & Lonesome per estrarlo dal cilindro più avanti, come epitaffio dell’avventura?
Così non è stato, e discuterne non ha alcun senso. Assai più saggio godersi questa dozzina di estratti dal songbook blues d’antan, firmati e/o interpretati da musicisti mitici quali Willie Dixon, Howlin’ Wolf, Little Walter, Magic Sam, Eddie Taylor, Memphis Slim, Lightnin’ Slim, Little Johnny Taylor, Buddy Johnson o Jimmy Reed. Musicisti che i Rolling Stones conoscevano – forse non tutti, ma non è poi importante – e apprezzavano all’epoca dei loro primi passi, quando a più o meno vent’anni – come l’amico Eric Clapton, qui ospite in due tracce – cercavano di carpire a crepitanti vinili il segreto di quel sound tanto dannatamente caldo, sanguigno, ruvido, evocativo; e genuino, indipendentemente dal taglio avvolgente/malinconico o energico/trascinante. Sarebbe in ogni caso stata una follia, e una sciocchezza, chiedere ai Nostri, oggi, un ricalco della loro formula di inizio ’60; non solo perché Brian Jones, che dell’ensemble era l’anima “più” blues, ci ha lasciati ormai quarantasette anni fa, ma anche e soprattutto perché troppa acqua è passata sotto i ponti. C’è la fedeltà allo “spirito” di allora, questo sì, a partire dall’incisione fulminea (appena tra giorni), ma è filtrata attraverso mezzo secolo di esperienze e perciò convogliata in trame dense, compatte e autorevolissime, dove l’inevitabile mestiere sembra accantonato a favore di un istinto primordiale che non può tuttavia non tener conto della padronanza di mezzi e della consapevolezza acquisite; un sorta di ibrido fra gli Stones dei ’60 e dei ’70, che però non suona davvero né come gli uni né come gli altri, lucidato (ma non edulcorato) dalla coproduzione di Don Was e marchiato a fuoco dalla voce e dall’armonica di un Mick Jagger in formidabile spolvero. Blue & Lonesome nulla aggiunge a quanto già si sapeva del quartetto e delle sue doti, va da sé, ma è molto raro che un’operazione in fondo prevedibile e “inutile” come questa si riveli così efficace e gustosa.
Tratto da AudioReview n.383 del dicembre 2016

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Rolling Stones

  1. Un disco davvero super, ‘sti vecchietti ci sanno ancora fare!!!

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