Valentina dorme

Qualcuno lo ricorderà: ci sono stati giorni felici in cui il termine “indie” veniva associato a musica bella e non, come per lo più accade oggi, a merda pop modaiola che non brilla né per lo spirito, né per il gusto e nemmeno per l’ingegno, cacata da ultratrentenni divenuti adulti solo per l’anagrafe a beneficio di ottusi fancazzisti schiavi della Rete e delle sue infinite stronzate. Con il letamaio di cui sopra, i Valentina dorme – da Treviso – non hanno mai avuto nulla a che spartire, e mi fa dunque piacere ricordarli in questa sede con le recensioni dei loro tre album editi dalla compianta Fosbury fra il 2002 e il 2009, il primo dei quali vinse anche il premio del MEI per il miglior esordio; manca quella del quarto e ultimo (in ogni senso: la band si è poi ritirata delle scene) La estinzione naturale di tutte le cose, uscito per la Lavorarestanca nel 2015, che purtroppo non ho avuto l’opportunità di scrivere. Ah, dimenticavo: due loro pezzi figurano in una raccolta di “rock d’autore” da me curata nel 1997, alla quale prima o poi dedicherò un post.

valentina-dorme-cop-1Capelli rame
(Fosbury)
Dopo dieci anni di carriera sotterranea, vari demo e alcuni contributi a raccolte di un certo rilievo (Ritmi Globali 1996 e la nostra Fuori dal Mucchio Vol.1 – Rock d’autore), anche per i Valentina Dorme è arrivato il momento dell’esordio ufficiale. Ecco così che Capelli rame, dodici episodi per quasi quaranta minuti di musica, fotografa con nitidezza il valore della band, sempre più abile e ispirata nel legare sonorità ombrose di scuola anni ‘80 (con i primi Diaframma come modello, ma senza scivoloni nel plagio) e liriche in italiano oscillanti tra visioni oniriche e poesia maudit. Colpiscono, nel gruppo trevigiano, la profondità di approccio e l’abilità nel mantenersi in equilibrio tra melodie aggraziate, architetture scarne, atmosfere sospese ed esplosioni di vigore, nonché l’espressività canora – basata sui sussurri e sulle declamazioni, ma quando occorre caricata di solennità e di enfasi – del leader Mario Pigozzo Favero. Ed è splendido, sempre che si possegga la giusta predisposizione d’animo, abbandonarsi a questi brani sofisticati nella costruzione ma “selvatici” nell’indole, generati da esigenze catartiche e da un compiaciuto disagio esistenziale e non (solo) dal gusto spesso sterile della ricerca estetica. Claudia Cardinale da giovane, Ford e L’eclissi, amore mio, impreziosito dal violino, vanno citati tra i più significativi, ma l’intero CD è un unico, flusso di emozioni che avvolge e travolge.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.485 del 7 maggio 2002

valentina-dorme-cop-2Il coraggio dei piuma
(Fosbury)
Tra i portabandiera del nostro rock d’autore più apertamente influenzato dal post-punk umbratile e immaginifico della prima metà degli anni ‘80, i Valentina Dorme hanno finalmente confezionato il seguito di quel Capelli rame che nel 2002 gli ha procurato il “Premio Fuori dal Mucchio” per il migliore album d’esordio. Pur non avendo impartito nette sterzate al suo stile, il gruppo trevigiano ha leggermente perfezionato la forma, senza per questo attenuare un’espressività che resta dirompente: nelle musiche, costruite su intrecci mai aggressivi e per lo più ipnotico-malinconici di chitarra-basso-batteria, e nei testi ricercati e appena un po’ ermetici, quadri di vita vissuta (e sofferta, o immaginata) cantati/declamati con pathos dall’autore Mario Pigozzo Favero. Emozioni liberate e suggestioni alle quali non si sfugge, insomma, per undici episodi e quarantaquattro minuti di rara, rarissima intensità.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.612/613 del luglio/agosto 2005

valentina-dorme-cop-3La carne
(Fosbury)
Quasi sedici anni dopo il primissimo demo, a sette dall’album di debutto Capelli rame che diede loro il Premio “Fuori dal Mucchio” e a quattro dal precedente Il coraggio dei piuma, i Valentina Dorme aggiungono il terzo capitolo al loro romanzo discografico: un termine, “romanzo”, utilizzato ad hoc, visto come Mario Pigozzo Favero e compagni non nascondano davvero le proprie velleità letterarie e, al contrario, si rivelino assai abili a svilupparle in poesie-canzoni di notevole forza espressiva. In La carne, però, il quartetto trevigiano ha attenuato i toni più cupi ed esasperati del suo sound, optando – con il sostegno, in cabina di regia, di Giulio Ragno Favero – per soluzioni meno tese, nelle architetture strumentali (solo chitarre, basso e batteria) così come in un canto ora divenuto nel complesso più aggraziato; non c’è pacificazione, questo no, e negli undici brani l’inquietudine continua ad andare a braccetto con un’enfasi dotata di un certo retrogusto drammatico, ma nella proposta del gruppo – tra indie-rock e post-punk, volendo semplificare – è oggi facile riscontrare una maggiore leggerezza, che peraltro non ne inficia l’originalità e lo spessore.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.660/661 del luglio/agosto 2009

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Categorie: recensioni | Tag: , | 3 commenti

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3 pensieri su “Valentina dorme

  1. Gian Luigi Bona

    Vedo da questo è dal posto su Facebook che ti hanno fatto veramente arrabbiare Federico!
    Ovviamente sono d’accordo con te e mi fa piacere che hai rispolverato queste recensioni di un gruppo che avrebbe meritato altra fine.

  2. Pingback: La tocca piano | Felson

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