Audioslave

Non so voi, ma io degli Audioslave mi ero dimenticato o quasi, benché li abbia pure visti dal vivo. Così, quando mi è capitato sotto gli occhi quello che quattordici anni fa avevo scritto del loro esordio, sono andato a ripescare il disco e l’ho riascoltato, trovandolo ancora buono. Magari non così tanto buono, ma comunque valido; lo stesso non potrei dire dei suoi due successori, Out Of Exile (che non ho recensito) e Revelations (al quale riservai, come si può leggere qui sotto, una pesante stroncatura).

audioslave-cop-1Audioslave (Epic)
Sulla carta, le nozze fra i tre strumentisti dei Rage Against The Machine e l’ex cantante dei Soundgarden vantavano un alto tasso di improbabilità, nonostante a benedirle fosse stato chiamato quel Rick Rubin che da molti anni è giustamente considerato uno dei migliori produttori (il migliore?) nell’area del rock pesante e contaminato: l’approccio ultra-politicizzato e musicalmente ferocissimo dei tre ex RATM Tom Morello, Tim Commerford e Brad Wilk, reso ancor più efficace dalla straordinaria presenza vocale e scenica del dimissionario Zach De La Rocha, dava infatti l’impressione di essere difficilmente conciliabile con l’immagine di Chris Cornell, per di più in qualche modo compromessa da un album solistico ben poco esaltante. Con questo atteso esordio, invece, i quattro hanno dimostrato che la loro unione funziona a meraviglia e ha tutte le carte in regola per continuare a lungo, smentendo così la consolidata regola per la quale i supergruppi – orrendo termine di scuola Seventies, ma tant’è – sono progetti effimeri e poveri di particolari spinte di carattere artistico, basati più sull’ego e sulla cupidigia che non sul genuino trasporto.
A muovere gli Audioslave, al contrario, sembra essere il sacro fuoco della passione, simboleggiato dal nome (traduciamolo con “schiavi della musica”) e dalla surreale e splendida copertina di Storm Thorgerson, una delle due menti del leggendario studio Hipgnosis (una fiamma che arde sulla terra bruciata di un’isola vulcanica). Una passione, però, che non contempla grandi implicazioni di carattere politico-sociale (sebbene il singolo apripista Cochise, ispirato all’omonimo capo indiano, non difetti certo di toni barricaderi) né furiosi assalti punk-metal-rap, e che affonda le sue radici nel tipico hard-rock dei ‘70. Più Soundgarden che Rage Against The Machine, quindi? La risposta, abbastanza paradossalmente, è affermativa, come sottolineato da strutture ricche di potenza ma non troppo frenetiche che talvolta si distendono in morbide ballad (una su tutte, la toccante I Am The Highway), da occasionali aperture visionarie, da un canto fatto di allunghi e modulazioni e non di scansioni mozzafiato, da testi che alla ribellione esplicita preferiscono il taglio introspettivo-esistenziale. Uno stile che guarda indietro, ma che pur essendo costruito – come indicato nei credit – solo con chitarra, basso, batteria e voce, è reso attuale dall’accurato lavoro sui suoni e da vari spunti che venticinque o trent’anni fa sarebbero stati decisamente arditi. Non sterile revival, insomma, ma fiera classicità, sviluppata in quattordici brani intensi ed equilibrati oltre che duttili sul piano compositivo e interpretativo; e, per qualche bizzarra coincidenza, una specie di “anello mancante” tra i diversissimi ma altrettanto notevoli Songs For The Deaf dei Queens Of The Stone Age e Riot Act dei Pearl Jam.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.511 del 26 novembre 2002

audioslave-cop-2Revelations (Epic)
Ascolti quest’album tre, quattro, cinque volte, e continui a domandarti se affibbiandogli un titolo del genere (ok, è lo stesso del brano che apre le ostilità, ma non conta) gli Audioslave non intendano aspirare a un posto nel Guinness dei primati, sezione “autoironia”. Già, perché invece di Rivelazioni i dodici episodi in scaletta offrono solo un campionario stantio di hard-rock manierista e in apparenza privo di anima, al quale le deviazioni di gusto pop e la perfetta produzione paracula di Brendan O’Brien conferiscono connotati ancor più irritanti; non si può dire che sia un disco brutto (cioè, lo si può dire benissimo, volendo infierire), ma il punto è che di rado si sono visti musicisti così dotati – si parla dell’ex voce dei Soundgarden Chris Cornell e dell’intero nucleo suonante dei Rage Against The Machine, diamine! – sprecare il proprio talento in modo così dozzinale. Carriera in fase calante, quella degli Audioslave, per un terzo album che lascia nelle orecchie e nella memoria la sua eco di assoluta inutilità. Se questo è ciò che oggi sanno dare i “campioni”, non c’è da stupirsi che più d’uno esalti una band non eccezionale ma almeno fortemente motivata come i Wolfmother.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.627 dell’ottobre 2006

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Categorie: recensioni | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Audioslave

  1. backstreet70

    Dovevo andare al primo concerto dgli Audioslave a Milano poi per problemi di lavoro non avendo il tempo quel giorno dovetti vendere il biglietto ad un mio amico.
    Una salvezza visto che tutti (ma proprio tutti) quelli che lo hanno visto mi parlarono di una schifezza totale, un concerto moscio, corto e parecchio brutto.

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