This Mortal Coil

A seguire Ozric Tentacles, Kraftwerk e XTC, ecco un nuovo recupero della serie “Audiophile Recordings”, nella quale più o meno venticinque anni fa proponevo agli audiofili ascolti di buona qualità anche tecnica “alternativi” ai soliti titoli da cultori dell’Hi-Fi. Una buona occasione per piazzare qui nel blog un articolo sintetico ma esaustivo sul magnifico progetto This Mortal Coil.

this-mortal-coil-copFiligree & Shadow (4AD)
Più che un gruppo convenzionale, una sigla sotto la quale raccogliere una serie di (più o meno) estemporanee esperienze musicali all’insegna della collaborazione e dello scambio: un ensemble aperto, insomma, nel quale l’incontro delle varie personalità avveniva in modo quanto più possibile spontaneo, con risultati sorprendentemente omogenei sia in termini di “messaggio” che di strutture. Demiurgo del progetto, archiviato lo scorso anno dopo tre album di straordinaria bellezza, un giovane e distinto gentiluomo di nome Ivo Watts-Russell, e suo complementare alter ego un altrettanto raffinato esteta del suono che risponde al nome di John Fryer; assieme, un team di raro affiatamento e ancor più rara fantasia, il cui lavoro ha marchiato la scena inglese dello scorso decennio e i cuori di chiunque abbia avuto modo di saggiarne fascino, estro, spessore e potenza evocativa. Perché, al di là della sua spiccata originalità di approccio e della classe di quanti hanno contribuito alla sua nobile causa, This Mortal Coil ha saputo oltrepassare i limiti della semplice espressione musicale per divenire qualcosa di ben più ampio e profondo: ricorrendo alla metafora, un ponte impalpabile – eppure solidissimo nelle sue architetture di note – sospeso tra i piani altrimenti antitetici di materialità e trascendenza.
Oltremanica, Ivo Watts-Russel è un’autentica istituzione: talent-scout, produttore e musicista, ha fondato e guida da sempre la 4AD, etichetta che nei suoi quasi tre lustri di vita ha saputo conquistare un ruolo di primissimo piano nel panorama indipendente britannico grazie alla sua coerenza, al suo impegno nel promuovere proposte coraggiose, alla sua filosofia di ricerca “totale” che senza preclusioni di carattere stilistico spazia dalle tecniche di registrazione alla grafica delle copertine (e come tali qualità siano state vincenti è specificato dalle scoperte di questa label davvero alternativa, tra ie quali figurano Bauhaus, Birthday Party, Pixies, Cocteau Twins, Dead Can Dance e Throwing Muses). Proprio da una singolare idea di Ivo – quella di far confluire in un ensemble alcuni artisti della sua scuderia per registrare una cover riveduta e corretta di Song To The Siren del mitico Tim Buckley – nacquero nel 1983 i This Mortal Coil; membri di Colourbox, Cindytalk, Modern English e Cocteau Twins, con l’attenta regia di studio del sound engineer John Fryer e la supervisione del loro mecenate, riuniti in una seduta che ebbe come frutto un 12” EP comprendente anche i remake di due canzoni dei Modern English, Sixteen Days e Gathering Dust. Nel 1984, con qualche aggiunta e qualche defezione all’organico originario, fu la volta del singolo It’ll End In Tears e dell’album con lo stesso titolo, una pietra miliare i cui episodi non sono scaturiti da un lavoro di gruppo ma dal collage degli interventi effettuati in modo autonomo dai vari strumentisti; una raccolta che sembrava dover rimanere isolata, e che ha invece avuto degno seguito dapprima in Filigree & Shadow (1986) e quindi in Blood (1991), epitaffio dell’anomala band e vero tributo alla sensibilità di un Ivo sempre più a suo agio nei panni dell’autore.
Fornite le necessarie coordinate discografiche a quanti volessero eventualmente approfondire la conoscenza dei This Mortal Coil, non resta perciò che spostare il discorso su questo Filigree & Shadow, qui preferito all’esordio e all’atto finale non per superiori meriti artistici – stabilire quale dei tre album sia più rappresentativo o ispirato è pressoché impossibile – quanto per questioni meramente pratiche: ovvero, l’incisione ADD e la durata di ben settantaquattro minuti – Blood arriva addirittura a settantasei, ma essendo stato pubblicato appena un anno e mezzo fa risulterebbe inadatto a onorare l’obiettivo di recupero “storico” di questa rubrica – che lo rendono imbattibile nel rapporto qualità/prezzo. Entriamo dunque nel dettaglio di questo monumentale CD lodandone l’eterea compostezza, la vibrante e maestosa spiritualità, l’onirico misticismo: è un post-punk, quello dei This Mortal Coil, spogliato di ogni elemento negativo e screziato di citazioni ambient, una psichedelia enigmatica e suggestiva cui le alchimie elettroniche non sottraggono calore e forza visionaria, una musica dell’anima estremamente intensa che qui è sviluppata in venticinque canzoni – ma il termine e riduttivo: a voi il compito di trovarne uno più altisonante – che avviluppano la mente in spire morbide ma tenaci dal cui vellutato abbraccio è difficile (e spiacevole) staccarsi. Folto il contingente di cover che si affiancano agli originali: Drugs dei Talking Heads, Must Have Been Blind e Morning Glory di Tim Buckley, Strenght Of Strings di Gene Clark (valorizzata da una incredibile prova canora di Dominic Appleton dei Breathless), Come Here My Love di Van Morrison, The Jeweller di Tom Rapp, My Father di Judy Collins, Fire Brothers di Gary Duncan, Alone di Colin Newman. A interpretare il tutto, una ventina di personaggi rodati dalla militanza in formazioni di prestigio (Breathless, Wolfgang Press, Cocteau Twins, Dead Can Dance, Marc Almond Band, Colourbox, Dif Juz) e desiderosi di sperimentare nuove opportunità creative; e sorprende, non poco, accorgersi di come l’avvicendarsi di così tanti artisti abbia alla fine concepito un affresco tanto lineare ed equilibrato pur nella policromia delle composizioni.
Anche sotto il profilo tecnico, Filigree & Shadow ha messo in luce prerogative assai interessanti: affidata a una coppia di Quad ESL 63 pilotate da una catena composta da lettore Denon CD-1290 e amplificazione Quad (66+60), la seconda fatica dei This Mortal Coil ha offerto una performance di notevolissima caratura, impressionando con il magnetismo della gamma grave – dominante, ma per lo più “liquida” a causa della quasi totale assenza di transienti – e con l’ottima definizione dei particolari di arrangiamento; nulla da eccepire, infine, sulle voci, spesso chiamate a fungere da unico perno del sound e sempre dotate della necessaria autorevolezza, e sull’immagine stereofonica, che si modella in modo impeccabile sul lirismo sommesso e classicheggiante di brani la cui chiaroscurale magia è accentuata dal largo uso di riverberi. Un’opera che non teme di sottoporsi al vostro giudizio, Filigree & Shadow, senza dubbio diversa da quelle che di solito fanno bella mostra di sé nelle CD-teche degli audiofili ma non per questo meno seducente; doveroso, per chiunque finalizzi il rito della riproduzione sonora all’appagamento dei sensi e all’allargamento della coscienza, lasciare che le sue atmosfere trasformino la stanza d’ascolto in un giardino di piaceri arcani e l’impianto hi-end in una sofisticata macchina dei sogni. A volte, l’estasi dello spirito e della mente è meno lontana di quanto si pensi.
Tratto da AudioReview n.122 del dicembre 1992

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Categorie: articoli | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “This Mortal Coil

  1. Un disco struggente, bellissimo e lirico. Ancora oggi uno dei miei ascolti preferiti.

  2. DaDa

    Un capolavoro, forse pari al precedente. Forse Drugs non vale l’originale, ma le altre cover svettano. Appleton in gran forma. Peccato che con la 4AD abbia registarto solo una manciata di brani, perchè Ivo per lui stravedeva e, tra l’altro, lo valorizzava molto ( the Jeweller è superba). A me piace Come Here My Love, superiore all’originale, con i suoi echi ambient industrial.

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