Temple Of The Dog

A un quarto di secolo dall’uscita originaria, il mercato ha “riscoperto” un album-gioiello di un supergruppo del grunge… che, però, non suonava grunge, e al tempo non era in effetti un vero supergruppo. Una bella storia da ri-raccontare, in ogni caso.

temple-of-the-dog-copTemple Of The Dog (A&M)
Quando i Temple Of The Dog si misero assieme, nel 1990, il cosiddetto grunge esisteva già da un po’, ma non era ancora il fenomeno che sarebbe diventato l’anno dopo, con l’uscita di Nevermind e Ten; la palma di band all’epoca più popolare del giro spettava ai Soundgarden, giunti nel settembre 1989 al secondo album Louder Than Love, ma che a breve il rock di Seattle (e dintorni) sarebbe assurto alla gloria mondiale – autentica, non underground – era ipotesi che nessuno avrebbe appoggiato. Parte della storia e della leggenda della scena del Nord-Ovest statunitense passa per questo disco, che di grunge non ha comunque molto. Ne fu ideatore Chris Cornell, il cantante proprio dei Soundgarden, spinto dal desiderio di omaggiare un carissimo amico appena scomparso: Andrew Wood, anche lui frontman carismatico, ma dei Mother Love Bone e prima dei pionieri Malfunkshun. Per farlo, convocò il suo compagno d’avventura Matt Cameron per picchiare su pelli e tamburi, due ex Mother Love Bone e Green River – Stone Gossard e Jeff Ament – rispettivamente a chitarra e basso e un altro chitarrista (Mike McCready) che suonava con Gossard e Ament in un progetto allo stato semi-embrionale; ai cinque si aggiunse alla seconda voce Eddie Vedder, arrivato dalla California per unirsi a Gossard, Ament e McReady nei futuri Pearl Jam… e “supergruppo” fu.
I Temple Of The Dog, nome ripreso da un verso dello stesso Wood, calcarono pochissimo i palchi e realizzarono un unico album (prima quasi ignorato e poi venduto in un milione di copie in seguito all’enorme successo dei Pearl Jam), che per il venticinquesimo compleanno – festeggiato con la reunion e il relativo tour – è stato rimesso in circolazione in più formati: come l’originale (ma remixato da Brendan O’Brien) in vinile e CD, “deluxe” in due compact con un significativo corredo di bonus (il top sono due validi inediti assoluti, ma tra demo, take alternative e versioni differenti c’è di che godere) e ben più costosa “super deluxe” arricchita di DVD audio e video e qualche gadget. Il remix ha un minimo “levigato” il sound, e sull’opportunità di questo genere di interventi – nel caso specifico, tuttavia, nessun oltraggio – gli appassionati si dividono in fazioni opposte; non può invece esserci disaccordo sulla bontà della musica, un hard rock molto ispirato e intenso, privo di derive “coatte”, che predilige le ballad tra malinconia e (moderata) epicità dove l’energia sposa il sentimento. Ottime vibrazioni ovunque, e non solo nei due singoli Say Hello 2 Heaven e Hunger Strike – quello del duetto fra Cornell e Vedder – che giustamente sono scolpiti nella memoria di chi ha vissuto quei giorni.
Tratto da Classic Rock n.48 del novembre 2016

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Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Temple Of The Dog

  1. Massimo Parravicini

    Perfetta la descrizione sintetica di “hard rock molto ispirato e intenso, privo di derive “coatte””

  2. DaDa

    per me uno dei migliori articoli della Seattle del cosiddetto grunge …

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