Nick Cave

Sono ancora fortemente indeciso sulla collocazione precisa che eventualmente darei all’ultimo album di Nick Cave And The Bad Seeds – scrivo “eventualmente” e uso il condizionale perché non amo questo tipo di cose e le faccio soltanto se costretto da esigenze professionali – in una classifica di gradimento della ricca produzione dell’artista australiano. Dubito però che nulla potrà intaccare la mia certezza che si tratti di un grande disco.
cave-copSkeleton Tree (Bad Seed)
Considerato quanto l’anno scorso la sua esistenza sia stata sconvolta dalla morte del figlio quindicenne Arthur, nessuno si aspettava da Nick Cave un album meno “scuro” della norma; benché i brani di Skeleton Tree fossero stati composti in prevalenza prima del dramma, era infatti ovvio che l’artista australiano avrebbe cercato di lenire il dolore attraverso quella musica che, anche nei momenti più duri, gli è sempre stata fedele compagna. Nonostante i toni cupi, sottolineati da una copertina nera come la pece, il disco mette però in mostra umori in qualche misura meno opprimenti del previsto, quasi che l’impegno a livello di songwriting, arrangiamento ed esecuzione siano in parte serviti a esorcizzare il lutto, o almeno a renderlo meno insopportabile. Si dice da sempre che le canzoni migliori siano quelle ispirate e alimentate da eventi e sentimenti negativi, e questo lavoro certo non smentisce la tesi: la sua intensità, eccezionale a dispetto dello sviluppo attraverso trame morbide solo occasionalmente screziate da soluzioni più graffianti/abrasive, è di quelle che lasciano un segno profondo in chi ascolta, un mirabile esempio di bellezza sublimata dal disagio, dalla sofferenza, dalla perdita per la quale non c’è rimedio.
Non è naturalmente un inno alla gioia, Skeleton Tree, ma neppure una sorta di orazione funebre, e le sue otto tracce hanno la capacità di immergere magnificamente nel buio del tunnel e al contempo lasciare intravedere la luce della via d’uscita; il tutto attraverso una formula all’insegna delle dilatazioni strumentali e delle semi-declamazioni canore, nella quale dominano atmosfere magnetiche e dove il r’n’r è una lontanissima eco. Miglior cartina al tornasole della forza emotiva e comunicativa di quest’album è forse Distant Sky, resa ancor più speciale dal contributo della soprano Else Torp.
Tratto da AudioReview n.381 del novembre 2016

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Categorie: recensioni, Uncategorized | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Nick Cave

  1. pulsartist

    È così, una sfumatura dal denso al lieve, così come la circostanza impone spiritualità e così come è la sua vita, un demone che si esorcizza… in modo pregiatissimo direi.

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