Leonard Cohen

Avrà pure avuto un’età tutto sommato ragguardevole, ma con la morte improvvisa di Leonard Cohen non sono riuscito a scendere a patti, e chissà quanto ci vorrà prima che ciò avvenga: perdere uno dei propri fari è molto duro, e non ho alcuna vergogna ad ammettere di aver versato lacrime – per davvero, non è il solito modo di dire – apprendendo della scomparsa. Pochi giorni prima avevo scritto del suo ultimo, splendido album, e rileggendomi mi rendo conto che, sì, in fondo avevo percepito l’imminenza del luttuoso evento.

cohen-copYou Want It Darker
(Columbia)
Non ci sarebbe da stupirsi se questo You Want It Darker dovesse costituire l’epilogo della carriera discografica di Leonard Norman Cohen, avviata nel 1967 con Songs Of Leonard Cohen e ora arrivata al quattordicesimo capitolo di studio; a ottantadue anni compiuti, l’abbandono delle scene musicali ci starebbe tutto, mentre l’amore incondizionato per l’uomo e l’artista porta a etichettare come scaramanzia certi versi assai cupi – ad esempio, “I’m ready, my Lord”, nella title track collocata proprio in apertura – dai quali si potrebbe dedurre l’imminenza di un congedo più radicale; imminenza da lui ipotizzata, oltretutto, nella lettera scritta la scorsa estate per il funerale di Marianne Ihlen, la sua compagna e musa nei ‘60, alla quale dedicò So Long, Marianne. Facendo gli scongiuri nell’attesa degli eventi, non si può comunque evitare di commentare che, se disco d’addio doveva essere, sarebbe stato arduo concepirne uno migliore: per profondità di note e versi, per carisma, ovviamente per coerenza con un percorso dallo spessore artistico più unico che raro e dall’eccezionale forza espressivo-comunicativa. È davvero un peccato che presumibilmente l’autore canadese non sarà insignito, almeno in vita, del Nobel per la Letteratura che gli spetterebbe; dopo quello di recente conferito a Bob Dylan, è infatti pressoché impossibile che l’Accademia di Svezia assegni a breve il Premio a un secondo “songwriter”.
You Want It Darker è dunque un ennesimo album di valore, il terzo consecutivo messo in fila a partire dal 2012 dopo i due non altrettanto convincenti del decennio precedente, ai quali era seguita una lunga pausa. Una trilogia più che mai ispirata sul piano compositivo e omogenea sotto il profilo stilistico, quella inaugurata da Old Ideas e continuata due anni più tardi con Popular Problems, che ha adesso trovato il suo perfetto suggello in otto tracce – più una “reprise” solo strumentale – costruite come da consolidata abitudine su architetture diradate e raffinatissime a base di corde, tasti e archi, ritmiche sobrie e mai invadenti anche se trattate elettronicamente, cori dal gusto gospel, testi quasi declamati con quella voce profonda e magnetica che sarebbe emozionante persino se leggesse le genealogie della Bibbia. Canzoni intense, fosche e assieme luminose, che narrano storie di vita e di passioni sempre intriganti al di là del tema specifico affrontato, da godere come si dovrebbe fare con un buon libro o un liquore pregiato, ovvero dedicandogli l’attenzione che consente di apprezzarne appieno sfumature e retrogusto; e che, sebbene non siano leggere o accattivanti nell’abituale accezione del termine, non mancano affatto di melodie persuasive, di spunti che catturano, di una loro speciale, enigmatica piacevolezza. Inutile, però, cercare nel programma una Dance Me To The End Of Love, una Everybody Knows o una Waiting For The Miracle; più dei singoli episodi, di You Want It Darker colpisce l’insieme, l’interiorità/spiritualità messa a nudo ed esposta come un dono prezioso, la poesia a volte un po’ criptica o figlia di riferimenti “alti”. Un Leonard Cohen al meglio di sé, insomma, che si vorrebbe ritrovare in futuro, in barba all’età e agli acciacchi del fisico e dell’anima; intanto, hallelujah, per dirla con il titolo di una delle sue creazioni più celebri e giustamente osannate.
Tratto da AudioReview n.381 del novembre 2016

Annunci
Categorie: recensioni | Tag: | 4 commenti

Navigazione articolo

4 pensieri su “Leonard Cohen

  1. Paolo Stradi

    Che magone, è purtroppo il crepuscolo di un’era, quella dei primi.

  2. karenina

    Aspettavo la tua testimonianza, ho pianto anch’io che non piango quasi mai. Il problema è che stiamo invecchiando e uno alla volta se ne vanno quelli che abbiamo amato; quest’anno poi è stato un massacro.

  3. Avevo visto Lehonard Cohen a Lucca poco tempo prima, mi aveva straordinariamente colpito per l’incredibile bellezza e la soprendente solarità.
    Un concerto particolarmente equilibrato, in cui alcuni gregari diventavano in alcuni momenti straorindari solisti, consentendogli sia di valorizzare i componenti del suo gruppo quanto a lui di riposarsi quegli attimi necessari per rilanciare, con altre canzoni con colori e toni diversi, di diverse fasi della sua carriera.

    Indimenticabile!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: