Cass McCombs

A differenza del recente passato, compilare la mia playlist del 2016 è stato più difficile del previsto, per abbondanza e non per carenza di titoli che ritenevo meritevoli. Questo (ennesimo) disco di Cass McCombs, ad esempio, non ce l’ha fatta, ma è stato in lizza fino all’ultimo. Mi sa tanto che, quando a inizio 2017 riporterò qui nel blog la playlist che al momento è reperibile solo sul numero di dicembre di “Blow Up”, ci aggiungerò una manciata di “outtake”.


mccombs-copMangy Love (Anti)
Alla luce del caos iperproduttivo del mercato odierno, che per forza di cose rischia di nascondere più che di mettere davvero in evidenza, non ci sarebbe granché da meravigliarsi se qualcuno, leggendo “Cass McCombs”, pensasse all’ennesimo esordiente di belle speranze ma poi chissà. Sbaglierebbe, però, perché il quasi trentanovenne californiano non solo ha militato in varie band durante i ’90, ma dal 2002 ha avviato una carriera da solista finora testimoniata da otto album compreso quest’ultimo, una bella quantità di singoli ed EP e un’antologia; dischi, meglio sottolinearlo, tutt’altro che poco visibili, essendo stati prodotti da label importanti quali 4AD e Domino. E il fatto che su Mangy Love figuri il marchio della Anti, label che spazia fra proposte e artisti diversissimi ma che di rado sbaglia a concedere la propria fiducia, è un ulteriore punto a favore del talento di questo musicista eclettico e non, come dire?, “presenzialista”, che va avanti per la sua strada senza curarsi delle apparenze e delle pubbliche relazioni. Un uomo “di sostanza”, il Nostro, e il livello qualitativo alto e costante di quanto ha finora immesso sul mercato induce a pensare che va benissimo così, perché in fondo a tutti gli appassionati piace avere piccoli e grandi segreti da condividere solo con una platea ridotta e affezionata invece che con schiere ampie ma meno attente di fan. Giusto?
Dodici brani per un’ora di durata complessiva, Mangy Love non è esattamente un’opera di quelle che ti fanno sobbalzare sulla sedia al primo assaggio o ascolto. Non è travolgente, non è roboante, non vanta nemmeno una profondità di quelle che inchiodano, ma si insinua lentamente e inesorabilmente passaggio dopo passaggio con le sue sonorità calde, dense e avvolgenti che richiamano i ‘70. Troppo generico? Forse sì, ma il punto è che la scaletta si ispira a un sacco di anni ’70 diversi, destreggiandosi fra trame morbide e suadenti di scuola funk e soul più o meno “spinte” dal punto di vista ritmico, assortite suggestioni folk (illuminante il suggello di I’m A Shoe, nella quale si potrebbe vedere un trait d’union fra Chris Isaak e Jonathan Wilson), effervescenze pop non banali (Run Sister Run), vibrante incisività rock (il torbido, ossessivo bluesaccio Rancid Girl proietta la visione di una sorta di Warren Zevon o Steve Earle 2.0) e persino altro; il tutto tra fragranze filo-psichedeliche, testi pregnanti (Bum Bum Bum, che apre ipnoticamente le ostilità, si scaglia ad esempio contro l’industria bellica statunitense), brillanti intrecci strumentali studiati con Rob Schnapf (coproduttore di Beck e, per molti dischi, di Elliott Smith) che scivolano fluidamente sui binari di una raffinatezza mai leziosa o ridondante.
Non è un album epocale, Mangy Love, ed è lecito trovarlo imperfetto, dispersivo, qua e là – Opposite House o Low Flyin’ Bird, per limitarsi a due casi – “piacione”. È però anche autentico, notevolmente evocativo e molto godibile, di una godibilità che non si regala a chiunque ma che va conquistata con l’immersione totale. Vale senz’altro la pena di provarci, specie se con certi anni ’70 si vive una liaison di tipo sentimentale.
Tratto da AudioReview n.379 del settembre 2016

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