XTC

Continuano i recuperi dalle rubriche che un quarto di secolo fa (mese più, mese meno) ho dedicato a dischi che di norma non sono presi in considerazione dalla platea audiofila. Pur consapevole di correre qualche rischio, provavo ad allargare gli orizzonti dei lettori di AudioReview, ottenendo anche – ho avuto, in merito, alcuni riscontri – qualche risultato. Dopo Ozric Tentacles e Kraftwerk, questo è il terzo capitolo della breve serie, resa riconoscibile dai commenti tecnici e dalla citazione dell’impianto con il quale veniva effettuato l’ascolto.

xtc-copEnglish Settlement
(Virgin)

Non è magari il capolavoro assoluto degli XTC, English Settlement, anche se in un eventuale sondaggio tra i fan raccoglierebbe di sicuro un congruo numero di nomination. Non è neppure quello che più di ogni altro brilla per pregi di registrazione. quello baciato dal maggior successo o quello più adatto a fungere da riassunto degli oltre quindici anni di carriera dell’ensemble di Swindon; e non è neanche l’unico in mio possesso, o il solo a far parte dello stock del mio pusher di fiducia al momento di scrivere questa rubrica. Perché, allora, è proprio “lui” – massì, conferiamogli pure dignità umana – a fare bella mostra di sé in “Audiophile Recording” e non un altro dei dieci album (antologie e dischi sotto pseudonimo esclusi) della band britannica? Beh, forse perché appena qualche mese or sono è stato festeggiato il decennale della sua uscita, o perché della sua scaletta fanno parte tre singoli strepitosi e sempre attuali come Senses Working Overtime, Ball And Chain e No Thugs In Our House, o ancora perché la sua durata doppia (settantadue minuti di musica divisi tra quindici episodi) lo rende almeno sulla carta più appetibile; certo, mi sarei potuto invece occupare del frizzante Drums And Wires del 1979, oppure del penultimo (anch’esso doppio) Oranges And Lemons (1989), ma visto che tutte le fatiche degli XTC vantano standard qualitativi sempre elevati e si allacciano – pur nella diversità di orientamenti e sfumature – al medesimo cliché stilistico, ritengo che la scelta di English Settlement possa essere largamente condivisa. In caso di dissenso, però, nessuno vi vieta di procurarvi – in aggiunta o in alternativa – i due titoli poc’anzi citati, magari assieme a Skylarking del 1986, al recentissimo Nonsuch o a Chips From The Chocolate Fireball, il CD (purtroppo fuori catalogo, e quindi di disagevole reperibilità) che raccoglie 25 O’Clock e Psonic Psunspot, i due 33 giri psichedelici firmati dal gruppo come Dukes Of Stratosphear.
Fondati nel 1976 dal chitarrista Andy Partridge e dal bassista Colin Moulding, entrambi anche cantanti e compositori oltre che spericolati acrobati del pentagramma, gli XTC sono una cult-band tra le più apprezzate dalla critica internazionale; anacoreti del music-business, con il quale rifiutano quanto più possibile i contatti, non suonano dal vivo dall’ormai lontanissimo 1982 e profondono tutto il loro talento nella stesura e nell’incisione dei loro brani, nella realizzazione di geniali e divertentissimi videoclip e nell’ideazione di bizzarre copertine in “limited edition”. Dall’esordio a oggi non hanno mai cambiato etichetta, e nel corso degli anni – oltre a raccogliere consensi di vendita mai straordinari ma comunque sempre apprezzabili – hanno collaborato con produttori di prestigio (Steve Lillywhite, Steve Nye, Todd Rundgren…), imponendosi fra i colleghi e presso il pubblico più attento come autentiche istituzioni, veri e propri mostri sacrí nel pur mutevole e controverso panorama “Pop” d’oltremanica; un Pop, beninteso, del quale incarnano lo spirito più genuino, sagace e progressista, lontanissimo dalle insulse miserie di stagione per adolescenti cerebrolesi che l’industria discografica non si fa scrupolo di gratificare di tale nobile appellativo. Pop, nelle canzoni degli XTC, significa infatti vivacità di atmosfere. Significa armonie aggraziate e ritmi di facile presa, ma anche soluzioni quantomai originali e intriganti. Significa liriche imbevute di ironia, ricerca di intrecci sonori complessi ma non per questo privi di immediatezza, capacità di proporre musica fuori dagli schemi consueti la cui forza di carattere è pari soltanto alla sua invidiabile classe. Non è un caso che il gruppo trovi il suo unico legittimo termine di paragone – attitudinale e solo incidentalmente stilistico: “the times they are a-changin’”, per dirla con il vecchio Bob – nei Beatles, che del vero Pop (sempre con l’iniziale in maiuscolo) sono stati tra i più acclamati apostoli. Con Colin Moulding a travestirsi da Paul McCarteney e Andy Partridge ad interpretare il ruolo del guru John Lennon, per fortuna senza alcuna Yoko Ono a traviarlo e con una popolarità troppo esigua per far deflagrare la follia latente di chissà quale novello Mark Chapman.
Definite dunque, seppure in modo approssimativo, le coordinate all’incrocio delle quali gli XTC hanno eletto il loro domicilio musicale, non resta che puntare i riflettori su English Settlement, suggestivo e imprevedibile collage costituito da potenziali hit a base di cadenze insistenti, ballate ipnotiche, filastrocche allucinate e gioiellini di sapore quasi lisergico; ardito e fascinoso nelle sue architetture sonore, scaturite dall’incontro di fragranza melodica e alchimie di arrangiamento, l’album esalta ascolto dopo ascolto il suo notevole carisma, strappando l’applauso con almeno due terzi del suo contenuto. Come non rimanere folgorati da No Thugs In Our House, tanto ossessiva sotto il profilo ritmico quanto orecchiabile? Da Senses Working Overtime e Ball And Chain, contagiose nella loro allegria? Da Yacht Dance, All Of A Sudden, Runaway e Snowman, che illuminano di nuovi significati – le prime due in modo più esuberante – il concetto di ballata visionaria? Dalle eccentriche frenesie. vagamente etno-beat, di Down In The Cockpit e It’s Nearly Africa, o dall’estro di Fly On The Wall? Non è però perfetto, English Settlement. Non per quel che concerne il lato artistico, al quale sarebbe difficile muovere qualsiasi tipo di critica. ma piuttosto per le questioni strettamente “audiophile”. Precisato subito che le sue lacune sono tutt’altro che gravi, e concesse le attenuanti generiche – dieci anni fa, specie in ambito new wave, il trend generale prevedeva una certa elasticità in materia – si dirà quindi che l’album gioca le sue carte migliori nel campo della dinamica e dell’immagine stereofonica, rivelando un autorevole impatto d’insieme e un’eccellente prospettiva. Le carenze, peraltro lievi, si avvertono semmai sul piano tìmbrico, dove il grande vigore degli estremi inferiori tende a privare la gamma media della necessaria presenza e quella acuta della giusta cristallinità; ciò che si irradia dalle Quad ESL-63 utilizzate per la prova ~ ultimo anello della catena costituita da un CD-player HD7540 della Harman/Kardon e dal set di amplificazione GFP~555Il e GFA-555II della Adcom – è dunque un sound leggermente “soffocato”, che spesso impedisce alle voci e alle trame di chitarra e tastiere di risaltare come sarebbe stato auspicabile. Ma anche se la sensazione che la resa del lavoro avrebbe potuto essere più soddisfacente resta palpabile, specie al confronto con Oranges And Lemons o Nonsuch (che certo hanno dalla loro un maggiore equilibrio), l’incantesimo XTC non perde per questo di efficacia, facendo di English Settlement un prodotto comunque interessante per gli audiofili a caccia di emozioni inedite e preziose; emozioni alle quali, fidatevi, sarebbe sciocco rinunciare per qualche dettaglio fuori posto.
Tratto da AudioReview n.115 del luglio/agosto 1992

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Categorie: articoli | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “XTC

  1. DaDa

    Capolavoro forse. Certo il mio preferito. Posseggo l’edizione orginale in doppio vinile, disponibilie fuori dall’Italia ( lo feci acquistare da un mio amico in gita a Londra), che ho consumato di ascolti. Melt the Guns, It’s Nearly Africa e Runaways andrebbero insegnate nelle scuole. Ma anche il resto non scherza. Grande anno per il pop il 1982; mi vengono in mente Avalon, New Gold Dream, il quarto di Gabriel ….

  2. Pingback: 1982: la mia playlist | L'ultima Thule

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