Il Muro del Canto

Sono rimasto abbastanza deluso dal fatto che il terzo album del Il Muro del Canto non sia riuscito a entrare (mi pare di aver capito che sarebbe bastato un solo voto in più) nella cinquina dei dischi che si sono contesi l’ultima Targa Tenco nella categoria “in dialetto”. Sarà per la prossima volta, o almeno spero; recupero intanto una delle recensioni che ho scritto del disco in questione, disco che figura nella mia playlist del 2016 appena uscita su “Blow Up” di dicembre, che sarà proposta qui nel blog a fine anno.

il-muro-del-canto-copFiore de niente
(Goodfellas)
Minimi dubbi (anzi, nessuno) che lo stile de Il Muro del Canto, come più o meno tutti quelli legati al folk, mal si presti a radicali “evoluzioni”. I suoi requisiti di base, dall’equilibratissimo impianto strumentale elettroacustico all’inconfondibile voce grave del frontman Daniele Coccia, non potrebbero divergere più di tanto dalla strada finora battuta senza sacrificare quelle che della band capitolina sono la forza e l’essenza; ovvero, una formula che profuma di classico ma che è a tutti gli effetti personale e nuova, capace di recuperare ed esaltare attraverso musiche e testi intensi, solenni e quantomai suggestivi nel loro incontro di ombre e luci, la bellezza della poetica romana e romanesca. Un’identità tanto spiccata e definita, quella del sestetto, da marchiare a fuoco ogni situazione, come hanno dimostrato in modo più che eloquente i brani concepiti con artisti hip hop quali Assalti Frontali (Il lago che combatte, 2014) e Piotta (7 vizi Capitale, 2015). È dunque normale che, dopo aver perfezionato e sviluppato in chiave più rock – nel secondo album Ancora ridi, del 2013 – la splendida visione artistica immortalata nel già eccellente esordio L’ammazzasette (2012), il gruppo non abbia voluto cambiare nulla, se non sfumature che persino i più attenti estimatori faticheranno a cogliere.
La differenza più significativa fra questo Fiore de niente e il suo predecessore è nella scaletta comprendente tredici tracce invece di dodici; nel resto, compresi i due monologhi declamati dal batterista/scrittore Alessandro Pieravanti, il disco ricalca in toto il secondo capitolo, offrendo un folk-rock livido ma a tinte forti, epico ma privo di eccessi di magniloquenza, sanguigno ma aggraziato, che sa travolgere caldo e impetuoso (Ciao core, L’anima de li mejo, la title track, Venerdì…) e avvolgere con tesa morbidezza (Ginocchi rossi, Madonna delle lame, La neve su Roma). Come sempre, non ci sono riempitivi, e a sorprendere forse più di ogni altra cosa è proprio la straordinaria ispirazione con la quale l’ensemble sa rimescolare gli stessi elementi – le chitarre elettrica e acustica, la batteria essenziale, il basso, la magica fisarmonica, la voce così poco elastica eppure così fascinosa – riuscendo in ogni circostanza a essere autorevole, magnetico, appassionante; idem per i testi, che distillano vita quotidiana, amore e morte non disdegnando temi impegnati (eloquentissima Figli come noi, vibrante denuncia degli abusi polizieschi) e frecciate anticlericali. Arduo prevedere quanto potrà durare tale stato di grazia, ma ora come ora, almeno nell’Italia rock, poche esperienze reggono il confronto con Il Muro del Canto in termini di autenticità, originalità, convinzione. Su questo, fermo restando che il genere può anche non piacere, minimi dubbi. Anzi nessuno.
Tratto da Blow Up n.214 del marzo 2016

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