Afterhours

Credevo di averlo già fatto da alcuni mesi, ma mi sbagliavo. Recupero allora adesso la mia recensione dell’ultimo album degli Afterhours, anche e soprattutto in previsione delle ormai imminenti playlist del 2016. Nella mia, ovviamente, Folfiri o Folfox c’è.

VAL_open both sides_6mm_LP1043 [Convertito]Folfiri o Folfox (Universal)
Si può dare a un disco un titolo che sia comprensibile solo ai medici e a quanti hanno avuto incontri ravvicinati con il dramma di un tumore al colon-retto? Si può e, anzi, si deve, per (cercare di) esorcizzare tenebre forse mai così tanto spaventose. E Manuel Agnelli l’ha fatto, scavando nel suo personale abisso – la perdita del padre, dopo una lunga e angosciosa malattia – ed estraendone versi spesso crudi ma sempre genuinamente poetici, collegati assieme in una storia che ne comprende altre; una storia privata che però scarta verso la sfera sociale, la fede (quella che non c’è), il sentimento, i massimi sistemi, raccontata con linguaggio più criptico che esplicito ma non per questo meno espressivo e comunicativo. Non proprio un concept, ma certo un album (ecletticamente) organico: un po’ come Hai paura del buio?, al quale è associabile per la lunghezza (ben diciotto brani, e altri otto “non in sintonia” sono stati esclusi), per i bruschi cambi di atmosfere, per la natura catartica, per l’urgenza senza filtri, per la copertina solo in apparenza “rassicurante”.
Nel suo coraggioso viaggio, Manuel ha naturalmente avuto compagni all’altezza, in grado di seguirlo, sostenerlo e, in caso di necessità, indirizzarlo: il veterano Xabier Iriondo, gli “storici” Rodrigo D’Erasmo e Roberto Dell’Era, i nuovi innesti Stefano Pilia e Fabio Rondanini, il coproduttore Tommaso Colliva. Un “dream team” di teste pensanti e non di gregari che ha avuto un ruolo essenziale nella creazione di trame strumentali ardite e imprevedibili, all’insegna di un rock spesso tellurico e abrasivo ma aperto a divagazioni di gusto classicheggiante, a tentazioni “avant”, allo sviluppo libero e selvaggio dell’attitudine filo-Seventies già emersa in Padania. Non mancano momenti meno spigolosi sotto forma di “tipiche” ballate alla Afterhours (Non voglio ritrovare il tuo nome, Né pani né pesci, la Se io fossi il giudice che chiude la scaletta con toni positivi e un convincente “devi tornare a vivere”) o di episodi più rarefatti ed evocativi (L’odore della giacca di mio padre, Lasciati ingannare (una volta ancora), Oggi, Noi non faremo niente), ma Folfiri O Folfox è complessivamente opera non immediata né tantomeno convenzionale, che vive di istinti e riflessioni, di densità e intensità, di inquietudini, di una voglia disperata di vedere la luce – che c’è – alla fine del tunnel. Un’opera autentica, senza trucchi né inganni, travolgente nel suo convulso rincorrersi di stimoli e visioni; destinata a fraintendimenti, come di norma accade quando si ha a che fare con qualcosa di grande, e proprio per questo ancor più ricca di motivi di interesse.
Tratto da Classic Rock n.43 del giugno 2016

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