Jeff Buckley

Avevo recuperato già parecchi miei scritti su Jeff Buckley, come un’intervista e le recensioni di un album e un DVD entrambi postumi, e altri ancora di sicuro ne recupererò. Oggi, nel giorno in cui Buckley jr. avrebbe compiuto cinquant’anni, tocca a un live, “posticcio” finché si vuole ma certo, in sé, davvero assai bello.

buckley-copMystery White Boy
Live ‘95-’96
(Columbia)
Ricordo benissimo, senza bisogno di consultare vecchie agende, dove e quando ho assistito per la prima (e purtroppo unica) volta a un concerto di Jeff Buckley: Vidia di Cesena, 17 febbraio 1995. Una performance di incredibile intensità, capace di sorprendendermi nonostante i ripetuti e appassionati ascolti di Live At Sin-é e Grace mi avessero dato la piena consapevolezza della enorme statura dell’artista. Non ero preparato a quello che ho visto e sentito: mi aspettavo “solo” una serata di grande musica e mi sono invece trovato di fronte a una sorta di celebrazione religiosa, un rito catartico in cui un ragazzo già diventato uomo immolava se stesso mettendo a nudo la sua anima e nel contempo spogliava le anime di quanti erano davanti a lui, ipnotizzati dal quel travolgente turbine di emozioni pure, delicate e all’occorrenza selvagge. Non è retorica, magari indotta dalla solita, innata tendenza a beatificare gli scomparsi, come sa chiunque abbia goduto di quella o di un’altra esibizione.
Ciò detto, appare ovvio che nessun surrogato discografico potrebbe mai rendere appieno lo splendore live di Buckley. Non ci riesce neppure questo Mystery White Boy, che la mamma di Jeff – aiutata dal chitarrista Michael Tighe – ha assemblato con l’apparente intento di esaltare soprattutto la personalità vocale e il coraggio interpretativo del figlio: una sequenza di dodici brani (quindici nell’edizione limitata, con un secondo CD in omaggio) di diversa provenienza ma legati assieme come a costruire un unico show, che pesca a piene mani in Grace arricchendo la scaletta con pregevoli inediti autografi (I Woke Up In A Strange Place, Moodswing Whiskey e What Will You Say) e con cover di alto livello, anch’esse non pubblicate altrove o reperibili soltanto in bootleg o CD-singoli, quali The Man That Got Away (George Gershwin), Kanga Roo (Big Star) e I Know It’s Over (Smiths), quest’ultima in medley con la già nota Hallelujah di Leonard Cohen. Non ci riesce per i limiti intrinseci di ogni supporto audio o video, oggetti miseramente terreni laddove la musica di Jeff – totale, pur se sviluppata con modalità rock – volava alta al di là delle barriere stilistiche.
Rimangono comunque uno splendido album (senz’altro più commovente, nonostante i molti episodi conosciuti, del postumo My Sweetheart The Drunk), un’irrinunciabile testimonianza, un immenso rimpianto e un rafforzato scetticismo nei confronti delle “imperscrutabili vie del Signore”. Nonché la spiacevole certezza di avere avallato un’ennesima, peraltro inevitabile – ma non per questo meno triste e macabra – operazione di sciacallaggio.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.400 del 6 giugno 2000

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Jeff Buckley

  1. Massimo Sarno

    Bellissimo ricordo di un artista che ci ha lasciato troppo presto. Se da una parte e` vero che le pubblicazionioni postume hanno troppo spesso il sapore di speculazioni commerciali, lo e` altrettanto che cio` che conta di piu` e` (o dovrebbe essere) il valore della musica proposta. Detto cio`, a quando un ricordo del grande Leo?

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