Hüsker Dü

Oltre tre decenni fa, con tutto l’ardore e l’ingenuità dei miei ventisei anni, scrissi questa monografia su una delle band-cardine degli anni ’80, almeno per gli appassionati e i cultori di faccende davvero rock. Una mezza rottura di palle imposta dall’obbligo di fornire dati altrimenti difficili da reperire e “spiegare” dischi che potevano essere acquistati quasi solo ascoltandoli, con l’impossibilità di divagare su altre questioni a causa degli spazi stretti imposti dalle poche pagine. Andava benissimo così e non solo non rinnego nulla ma, anzi, rivendico con orgoglio il mio impegno per propagandare, su un giornale di indole “tradizionalista” com’era il Mucchio di allora, musiche nuove e alternative. E sorrido nel rileggere l’involontaria “gufata” (doppia: a ben vedere, ce n’è una pure nella citazione del Bianchini usata in chiusura), dato che dopo questo articolo gli Hüsker Dü realizzarono un unico altro album (Warehouse: Songs And Stories; ne recupererò prima o poi la recensione) e optarono con sommo dispiacere di tutti per il definito “rompete le righe”.
husker-du-fotoIl senso della trasgressione
Alla voce “trasgredire”, il dizionario riporta una semplice definizione: “non osservare e rispettare i limiti, gli ordini, i comandi, gli obblighi”. Non si rischiano smentite affermando che il termine ben si addice a una band che, in sette anni di carriera, ha infranto parecchie delle più consolidate regole del music-business, pubblicando sette album (di cui uno doppio) e solo quattro singoli e un 12”, proponendo come prima prova a 33 giri un LP dal vivo, rifiutando qualsiasi sofisticheria di look e strappando alla Warner Bros un contratto che la lascia assolutamente libera di seguire la propria strada senza imposizioni di carattere commerciale. Molti altri, comunque, sono gli elementi che rendono gli Hüsker Dü un gruppo assolutamente unico.
Minneapolis, Minnesota, anno 1976. Il giovane studente Bob Mould impugna per la prima volta una chitarra, folgorato dall’ascolto dell’album di debutto dei Ramones e giustamente convinto che “se lo facevano loro, lo poteva fare chiunque”. Un paio d’anni dopo il neo-chitarrista si imbatte in Grant Hart, batterista, che lavora in un negozio di dischi di fronte alla sua scuola; i due solidarizzano, scoprono di possedere numerose affinità in fatto di gusti musicali e danno vita a un complesso, reclutando il bassista Greg Norton, da tempo amico di Hart. Anticonvenzionalmente, decidono di chiamarsi Hüsker Dü, nome di un vecchio gioco da tavolo che in inglese si traduce “Do You Remember?”, cioè “Ti ricordi?”. Con questa line-up, che fino a oggi non ha mai subito modifiche, il terzetto esordisce on stage in un locale cittadino chiamato Randolph Inn; per gli amanti del nozionismo, la data è il 30 marzo 1979. Da allora in poi, l’attività concertistica sarà frequentissima, consentendo a Bob, Greg e Grant di affinare la tecnica ed elaborare un sound potente e grintoso dove le matrici rock sono esasperate e stravolte; ovviamente, visto che proprio in quel periodo l’hardcore punk aveva cominciato a infuriare in tutti gli States, gli Hüsker Dü vengono loro malgrado considerati parte integrante del movimento. Ogni loro apparizione dal vivo non fa che confermare la tesi, benché il look dimesso e atipico dei tre abbia ben poco a che spartire con le truculenze in voga negli ambienti punk.
Nel gennaio del 1981 il gruppo immette sul mercato il suo primo 45 giri autoprodotto, Statues/Amusement; il disco non è eccezionale né per i contenuti musicali, ancora troppo grezzi e confusi, né per la qualità di registrazione, ma serve a smuovere un po’ le acque e a favorire il varo di una tournèe denominata “Childrens’ Crusade”, che fra il 22 giugno e il 15 agosto dello stesso anno tocca Vancouver, Seattle, Portland, San Francisco, Sacramento, Chicago e altre città, concludendosi trionfalmente (?) nella natia Minneapolis. All’inizio del 1982, la New Alliance, label etichetta underground californiana facente capo a D. Boon e Mike Watt dei Minutemen, raccoglie alcune incisioni effettuate durante il tour in un album intitolato Land Speed Record. In sede di recensione, parlai di “sound non valorizzato dalla incisione live ma aggressivo e trascinante come pochi”, di un lavoro “semplicemente incredibile per velocità e durezza”, di brani “ben costruiti a livello compositivo. fatto non sempre riscontrabile nella musica dei gruppi hardcore”: insomma, un vero massacro sonoro, ribadito qualche mese più tardi (con l’unica variante di una migliore qualità tecnica) nel 7”EP In A Free Land, sempre edito dalla New Alliance.
Comprendendo il rischio di trovarsi invischiati negli stereotipi hardcore, gli Hüsker Dü intraprendono un naturale processo di crescita artistica, che nel gennaio 1983 trova concretizzazione vinilica in Everything Falls Apart, LP a 45 giri contenente dodici pezzi; d’accordo che la traccia più lunga dura appena 2’ e 36”, e che i contatti con il punk più abrasivo e graffiante rimangono ben saldi, ma la band dà prova di essere interessata a battere anche strade diverse, per certi aspetti più dissacranti ma per altri più vicine alle radici del rock’n’roll. Lo specchio di questi Hüsker Dü protesi alla ricerca di nuovi indirizzi creativi è il mini-album Metal Circus, prima realizzazione del trio sotto l’egida della SST (la label dei Black Flag): nonostante una ritmica serratissima e una chitarra vulcanica che mette in mostra evidenti contaminazioni heavy, il disco rivela una inedita cura per trame un po’ meno “sporche” del consueto, risultando (almeno a mio parere) l’opera più rappresentativa della prima fase espressiva della formazione e il trait d’union con le più esaltanti produzioni successive.
I nostri primi dischi non mi piacciono più come una volta. ma nemmeno me ne vergogno. Senza le vecchie opere, le nuove non sarebbero mai arrivate: si progredisce. e non bisogna guardarsi indietro troppo spesso. Quando abbiamo iniziato eravamo veramente melodici, poi siamo diventati davvero aggressivi, quindi veramente tristi; più tardi siamo divenuti rumorosi, poi di nuovo melodici e più tranquilli, e ora siamo potenti ma sempre melodici. Abbiamo sperimentato di tutto, dal jazz d’avanguardia alle ballate acustiche e all’heavy metal, e crediamo di avere fatto tutto ciò che era possibile fare. E per ogni canzone che abbiamo registrato ce n’erano probabilmente almeno tre che abbiamo gettato via”. Della veridicità di questa affermazione di Bob Mould, resa alla rivista americana “Spin” dopo l’uscita del penultimo LP (Flip Your Wig), ci si puo rendere perfettamente conto ascoltando i lavori che, con impressionante prolificità, gli Hüsker Dü sfornano nel biennio 1984/1985; la serie, in omaggio all’imperante trend neo-psichedelico, è inaugurata dal singolo Eight Miles High/Masochism World, dove il notissimo classico dei Byrds viene interpretato in una versione iconoclasta che nulla ha a che vedere con le armonie cristalline e le atmosfere soffuso/visionarie dell’originale; in essa, il terzetto stravolge in modo delirante (ma lucido) le trame accattivanti del brano e le rielabora con un gusto trasgressivo decisamente più in sintonia con la realtà dei nostri giorni. Due mesi dopo, il doppio album Zen Arcade sancisce senza possibilità di equivoci il ruolo di fondamentale importanza ricoperto dall’ensemble nell’ambito del nuovo rock statunitense, riportando fra l’altro in auge la desueta usanza del “concept”. Zen Arcade, infatti, è la trasposizione in musica delle esperienze di un giovane, esperienze quantomai varie che alla fine si riveleranno vissute soltanto in un sogno (o forse incubo?); un’allucinazione quasi lisergica, dunque, espressa attraverso composizioni feroci e dissonanti, brevi intermezzi semi-acustici, imprevedibili divagazioni nel campo dell’improvvisazione (vedi Reocurring Dreams, quasi quattordici minuti di autentica smania strumentale), per una rappresentazione acida, malsana e sconvolgente forse inadatta per le orecchie dei puristi ma imperdibile per chiunque comprenda e condivida il vero significato di rock’n’roll.
Dopo il clima torrido e le atmosfere schizofreniche di Zen Arcade, è logico che gli Hüsker Dü sentano il bisogno di imboccare vie meno impervie, optando per soluzioni (relativamente) più pacate e “convenzionali”: il risultato è New Day Rìsing, il 33 giri datato gennaio 1985, esplicativo finanche nel titolo, che sottolinea l’esigenza della band di rendere il suo discorso un po’ più accessibile, pur nel rigore di strutture sonore sempre compatte ed energiche. Ecco cosi spiegati i timidi riferimenti al “pop”, lo sporadico affiorare di soluzioni roots estrapolate dall’inesauribile serbatoio della tradizione americana, il desiderio chiaramente intuibile di sacrificare un po’ di irruenza a favore di una maggiore cura del particolare. Nemmeno il tempo di tirare il fiato, e nel settembre del 1985 la formazione sforna un ennesimo LP, Flip Your Wig, preceduto dal singolo Makes No Sense At All (sul retro, una cover riveduta e corretta di Love Is All Around, sigla di una trasmissione TV); il disco, guarda caso. diventa il best seller degli Hüsker Dü e della SST, raggiungendo traguardi di vendite quasi impensabili per una label di nicchia e per una band cosi anomala rispetto ai canoni del mainstream. È ancora Bob Mould a prendere la parola per spiegare quella che al tempo era la “sua” ultima fatica: “Parte di Flip Your Wig è impostata più come lavoro di studio, e meno dal vivo, rispetto al solito. C’è anche una presenza più accentuata delle voci, nel senso che esse sono più in primo piano che in passato. In generale, il sound e più pulito e definito. In New Day Rising e Zen Arcade avevamo volutamente ‘seppellito’ il canto, mentre in questa circostanza abbiamo pensato ‘teniamolo fuori, in modo che la gente possa ascoltare quel che sta accadendo’. Anche il livello compositivo e parecchio salito…”. Ancora una volta, però, i sempre più numerosi fan del complesso hanno a disposizione solo pochi mesi per assaporare il disco: nel febbraio di quest’anno, anticipato da un eccellente 12”EP contenente il remake di Helter Skelter dei Beatles, la travolgente Don’t Want To Know lf You’re Lonely» e una versione estesa di All Work And No Play, esce Candy Apple Grey, a tutt’oggi l’ultimo esaltante capitolo di una storia che si spera ben lontana dall’esaurirsi. Anche se l’etichetta è la gigantesca Warner Bros, gli Hüsker Dü non sembrano aver rinunciato a nulla, né danno l’impressione di aver concesso qualcosa alle prevedibili esigenze commerciali della loro compagnia. Candy Apple Grey, infatti, è la logica prosecuzione dei suoi predecessori, è stato registrato nei soliti studi senza alcuna influenza esterna (produttori, sound-engineer e simili) e presenta evoluzioni sonore perfettamente adeguate al percorso artistico fin qui seguito dall’ensemble: un rock anfetaminico che, pur guadagnando in raffinatezza, rimane sempre “fedele alla linea”. Piuttosto che occupare pagine e pagine con dissertazioni più o meno dotte, o con dati nozionistici non sempre interessanti, ho preferito limitarmi al commento delle opere della band, che, vi assicuro, sono più eloquenti di qualsiasi parola che su esse può essere spesa; pertanto, per comprendere quanto detto sinora, sarà sufficiente porre sul piatto uno dei tanti lavori del gruppo, sparando a tutto volume Eiffel Tower High, Makes No Sense At Hall, Find Me o Eight Miles High, e lasciando che siano Bob, Grant e Greg a mostrare la luce del rock’n’roll. Impossibile non condividere quanto scritto mesi fa, sulle nostre pagine, da Maurizio Bianchini: “Per quel che mi riguarda, New Day Rising è davvero 1’alba di un nuovo giorno. Non l’oggi, forse, ma il domani si, quando si avrà di nuovo bisogno di artigiani dal cuore semplice e dai suoni puliti. Gli Hüsker Dü ci saranno, ci sono già”.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.101 del giugno 1986

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Categorie: articoli | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Hüsker Dü

  1. Sono rimasto addolorato della dipartita di Grant Hart, un modesto post per ricordare…

    http://www.sullamaca.it/musica/il-mio-grant-hart/

  2. Massimo Sarno

    Gli Husker Du sono da sempre uno dei miei indiscussi miti. Sul tuo articolo, attento e documentato, nonnho nulla da obiettare, tranne che nel caso del primo singolo della band: la registrazione, effettivamente, lascia un po` a desiderare, ma i due brani ( soprattutto AMUSEMENT con i suoi echi di JOY DIVISION) mostrano, a mio avviso, molti motivi di interesse.

  3. Andrea

    I Beatles dopo il punk, i Nirvana prima del grunge. Senza mai raggiungere lo “status” nè degli uni nè degli altri. Anche – ma non solo per questo – uno dei gruppi più grandi di sempre.

  4. backstreet70

    Comprato alla sua uscita (dopo recensione sul Mucchio) Candy appel grey divenne uno dei dischi della mia vita.
    Trovo che Nirvana e Pearl Jam (basta ascoltare le “ballate” e sembra che Eddie Vedder spunti in ogni angolo) gli debbano molto.
    Veramente una band epocale.

    L’articolo su Velvet scritto dopo lo scioglimento della band era a firma tua?

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