Bob Mould

Caro, vecchio Bob Mould, sono ormai tantissimi anni – dai giorni del primo singolo dei “tuoi” Hüsker Dü, pensa un po’ – che le tue canzoni mi tengono compagnia. Non sei più una sorpresa, certo, ma anche questo può essere un’ottima cosa.

mould-copPatch The Sky (Merge)
Due sole possibilità, con il Bob Mould degli ultimi anni: prendere o lasciare. Si può discutere sui dettagli e si può valutare se quello che si è preso (o lasciato) sia meglio o peggio di quello che si è preso (o lasciato) in precedenza, ma che il cantante, chitarrista e songwriter – già leader assieme al batterista, cantante e compositore Grant Hart dei magnifici Hüsker Dü, band-chiave dell’underground americano degli anni ’80 – sia da un po’ del tutto fedele alla (sua) linea, e quindi prevedibile sul piano stilistico, è un dato di fatto. Dopo un percorso relativamente eclettico (si pensi all’esordio di sapore folk, ai lavori con l’elettronica, ad alcuni curiosi progetti collaterali), il musicista sembra insomma aver definito una “formula standard” che magari non sorprende ma continua a colpire per la sapienza nel mettere assieme i soliti elementi, sempre gli stessi, in canzoni che brillano per qualità e freschezza. Canzoni che, in effetti, “si conoscono” anche se non si erano mai ascoltate prima, e a ben vedere è un complimento non da poco.
Patch The Sky si pone dunque sulla scia delle ultime prove (Life And Times del 2009, Silver Age del 2012, Beauty & Ruin del 2014), offrendo un’appassionata, efficace miscela di melodie, grinta e feedback che sostanzialmente fa pensare a una versione più “light” – ma nemmeno tanto: eloquente, in tal senso, The End Of Things – degli Hüsker Dü. Possibile che qualche giovanotto a corto di nozioni storiche tiri in ballo il famoso “emo”, e tutto sommato è lecito; a patto di ricordare che più di tre decenni fa l’artista in questione è stato un precursore del genere, e che le colpe dei figli non dovrebbero mai ricadere sui padri. In termini di energia, ispirazione e “voglia”, quindi, ancora un ottimo Bob Mould; io prendo, e peccato per quanti, invece, vorranno lasciare.
Tratto da AudioReview n.374 dell’aprile 2016

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Categorie: recensioni | Tag: | 4 commenti

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4 pensieri su “Bob Mould

  1. Massimo Sarno

    E`piu` che evidente che ogni giudizio va` formulato nel merito, cosi` come e`evidente che senza il contributo di certi “eretici”, nel campo delle arti, saremmo orfani di tanti capolavori. La mia impressione, pero`, e` quella di vivere da tempo in un periodo in cui tutto cio` che e` “nuovo” ( e, come dice Borges, niente nel campo dell’espressione umana e` mai del tutto nuovo), e`giudicato a priori migliore di cio`che e`venuto prima. Mi sembra, sotto il profilo razionale , un modo di pensare legittimo ma del tutto fuorviante.

    • backstreet70

      Che sia giudicato a priori migliore di ciò che è venuto prima non mi sembra (almeno non sempre). Di certo la novità sul momento (e dipende anche dal momento) “spicca” di più salvo poi essere ridimensionata.
      Nel caso di Mould, ho apprezzato moltissimo “Star Machine” e abbastanza “Beaty ruin”, questo invece mi ha lasciato un poco perplesso (ovvero ad ascoltarlo mi annoio un poco).

  2. Massimo Sarno

    Considerando il passato, e anche il presente, di Bob Mould anch’io prendo. Il tuo post mi consente, comunque, di proporti la seguente riflessione: tra un brutto lavoro, che suona radicalmente nuovo, e un bel disco che ripropone, anche se in forma piu` moderna, suoni gia` sentiti tu cosa sceglieresti ? Bill Evans si rammaricava che molti critici gli chiedessero cosa avesse creato “di nuovo” e non, invece, cosa avesse “di bello” da proporre. Non ti sembra che in Occidente, nel nome della “novita` assoluta e” a tutti i costi e del “culto del cambiamento” fine a se` stesso, si continuino ad avallare come “arte” delle vere brutture?

    • Generalizzando, perché bisognerebbe sempre valutare caso per caso, trovo che un disco “bello ma prevedibile” – ammesso che sia sincero e ispirato; i compitini freddi e sciapi, anche se formalmente impeccabili, mi lasciano indifferente – sia meglio di uno “brutto ma inaspettato”. È però anche vero che da una svolta magari azzardata e non ben sviluppata possono derivare stimoli diversi e lavori significativi. Però, in linea di massima, il valore che più apprezzo in un disco è l’autenticità, ovvero l’aderenza fra quello che il suo artefice si sente di voler/dover fare e quello che poi effettivamente realizza. Perché io apprezzi un esercizio di stile, dev’essere davvero eccezionale.

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