Kraftwerk

Dopo quello degli Ozric Tentacles di un mesetto fa, ecco un secondo recupero dalla breve serie di dischi “atipici” che nei primi anni ’90 ho consigliato al pubblico audiofilo – da qui il taglio strano dell’articolo, con tanto di citazione degli apparecchi utilizzati – per testare in modo diverso dal solito gli impianti Hi-Fi.

kraftwerk-copThe Mix (EMI)
Molta acqua è passata sotto i ponti da quando i Kraftwerk iniziarono a codificare in suoni le immagini di un futuro che il progresso ha oggi reso per parecchi versi presente: per la precisione, tutta l’acqua che il grande fiume del rock ha portato a valle in ventidue anni – se si vuole fissare come punto di partenza il loro omonimo primo album del 1971, fedele come il suo diretto successore ai dettami dell’avanguardia colta – o “soltanto” quattro lustri se si sceglie di avviare il calcolo da quel Ralf & Florian che annunciò senza mezze misure il proposito dell’ensemble di Düsseldorf di indirizzare la propria ricerca elettronica verso schemi più facilmente fruibili. Una metamorfosi che ha condotto a risultati eclatanti in termini sia artistici che commerciali, tanto da rendere doveroso l’inserimento dell’atipica «creatura» di Ralf Hutter e Florian Schneider nel novero delle band-cardine della storia della musica moderna. Esagerazioni? Assolutamente no: come negare, infatti, l’enorme influenza del gruppo teutonico sull’electro~pop, su house e technohouse, sull’hip-hop e su qualunque altra forma di dance elettronica? E come spiegare, altrimenti, gli innumerevoli attestati di stima, se non di cieca devozione, rivoltigli da parte di centinaia e centinaia di protagonisti della scena rock – da David Bowie ai Devo, dagli Ultravox fino a Gary Numan – per i quali la sua opera è equiparata ad un testo sacro? Eppure, nonostante ciò, i Kraftwerk sono stati spesso fraintesi. Anche snobbati, specie da chi erroneamente interpretava il loro look da robot come una mera trovata pubblicitaria e non come un’acuta metafora – giocata tra rigore e ironia – del rapporto fra uomo e macchina, tra società ed evoluzione tecnologica. Loro, però, hanno proseguito a inanellare un’hit dietro l’altra e hanno accettato di buon grado le mille clonazioni e i mille campionamenti di cui sono stati fatti oggetto da parte di più o meno brillanti seguaci; e, paradossalmente, si sono allontanati dalla mischia del mercato proprio nel periodo in cui lo stile del quale sono stati inventori riscuoteva il maggior consenso di massa, preferendo alla concitata corsa alle charts una strategia discografica basata su poche, miratissime produzioni (solo due “veri” album nell’intero arco degli anni Ottanta).
Questo The Mix, la cui uscita risale a nemmeno due anni or sono, costituisce a tutt’oggi l’ultimo parto delle menti computerizzate di Ralf e Florian: un parto anomalo, però, un curioso ibrido che propone versioni rivedute e corrette – con interventi di semplice remix ma anche di decisa rettifica – di undici episodi del complesso, allo scopo di riaffermarne prepotentemente spessore sonoro e importanza storica, oltre che ribadime la sostanziale attualità. Non c’è dunque da stupirsi che l’indimenticabile ritornello di The Robots si sia trasformato da “we are the robots” in “we house the robots” (ovvero, noi house-izziamo The Robots) o che il messaggio della mitica Radioactivity sia stato sottolineato dall’aggiunta nel testo di riferimenti drammaticamente espliciti (Hiroshima, Chernobyl), ma c’è forse da meravigliarsi di quanto questi brani – anche i più datati: valga per tutti l’esempio della sempre straordinaria Autobahn, che risale addirittura al 1974 – risplendano ancora per freschezza e fantascientifico carisma; grazie alle loro doti intrinseche e non certo, come qualsiasi raffronto con gli originali d’epoca potrà agevolmente dimostrare, solo per merito della pur vistosa operazione di maquillage effettuata su testi ed arrangiamenti. Ad accentuare il valore di The Mix, più che mai agli occhi – o, meglio alle orecchie – del pubblico detgli audiofili, contribuisce però in maniera eterminante la caratura tecnica delle registrazioni, che rispecchiano la meticolosità operativa dei loro intestataii: tanto omogenee da poter essere scambiate per il frutto di un’unica session e al contempo così policrome da non lasciar dubbi sulle loro discordanze “anagrafiche”, tanto simili le une alle altre a un’analisi superficiale quanto estroverse nel rivelare la loro ricchezza di sfumature a chi voglia indugiare in una esame appena più accurato, esse non fanno che sorprendere per pulizia ed equilibrio di forme; e anche, va detto, per il sentimento sprigionato dalle loro altrimenti glaciali architetture, che 1’ossessività delle cadenze e l’uso di filtri sul canto riescono solo in parte a nascondere. Proprio in tali caratteristiche risiede il fascino enigmatico e surreale di The Mix, basato sull’intreccio di ritmi sintetici creati da computer e drum-machine, su suggestivi passaggi di tastiere elettroniche, su efficaci fantasie rumoriste e su soluzioni vocali “aliene”; un fascino che il ricorso a sofisticate apparecchiature Hi-Fi rende ancor più irresistibile, a patto che l’esperienza di ascolto sia affrontata senza preconcetti. E vissuta in un’atmosfera di “full immersion” dalla quale di sicuro si esce appagati, pur se con lo strascico di una sorta di paranoia che sarà tanto più elevata quanto più si è ruotato verso i massimi livelli il potenziometro del volume.
Per non aggravare la nostra già precaria salute mentale, l’argenteo dischetto è stato affidato ad una catena in grado di offrire performance altamente dinamiche anche a bassi regimi: nella fattispecie, il set di amplificazione Linx “Vega”/Threshold S/35OE, i mai troppo lodati diffusori B&W 801 Matrix serie III e l’affidabilissimo lettore Harman Kardon I-ID7450, già apprezzato per le sue doti di calda musicalità e per l’autorevolezza con cui ha saputo collocarsi, senza sfigurare, al fianco di ben più costosi concorrenti. Si è potuto quindi rilevare il notevole impatto dei transienti di bassa frequenza, secchi nella “frustata” ma nonostante ciò piacevolmente rotondi, l’estrema definizione dei vari dettagli strumentali – d’altronde favorita dalla scarna sobrietà dell’insieme – e l’esuberanza della costruzione stereofonica, eccentrica finché si vuole ma certo non criticabile per le sue carenze di naturalezza: come stabilire, infatti, i canoni di riferimento per uno stile come quello dei Kraftwerk, così lontano dai consueti standard della classica, del rock e del jazz? Al di là dei suoi pregi squisitamente artistici, “The Mix” dovrebbe dunque fare bella mostra di sé in qualsiasi CD-teca, e in particolare nelle collezioni degli audiofili che – pur considerando l’impianto nulla più di un mezzo per godere al meglio delle loro musiche preferite – amano a volte dilettarsi in pratiche di ascolto anticonvenzionali allo scopo di studiare il comportamento degli apparecchi in proprio possesso; per loro, i Kraftwerk costituiranno un test di grande interesse, di quelli che aprono nuovi orizzonti. E che varrà la pena di ripetere ogni qualvolta la mente e il corpo, magari stanchi di retorica sonora, vorranno essere ipnotizzati da un’ora e spiccioli di cibemetiche certezze.
Tratto da AudioReview n.125 del marzo 1993

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