La rivoluzione di Nevermind

nevermind-copScrissi questo pezzo celebrativo del più famoso album dei Nirvana in occasione del suo ventennale, AD 2011. Intanto siamo arrivati al quarto di secolo e direi che tutto è ancora valido, no? Altro sulla band qui e qui.

Non importa?
C’è un famoso documentario del 1992 che all’epoca fu diffuso in VHS e che ora è finalmente in procinto di uscire in DVD con l’aggiunta di materiale in origine escluso per ragioni di durata. Diretto da Dave Markey, non ha nulla di sofisticato e si limita ad assemblare – con grande efficacia – filmati dal vivo e “dietro le quinte”, colti in estate durante alcuni festival europei, di Sonic Youth, Nirvana, Dinosaur Jr., Babes In Toyland e Gumball, più colleghi di passaggio come Ramones, Mudhoney e Courtney Love. Il titolo è 1991: The Year Punk Broke e, in qualsiasi modo si voglia tradurre “broke”, il messaggio trasmesso chiaro e forte grazie alla parolina magica “punk” – usata in senso molto più attitudinale che stilistico – è che quell’ormai lontanissimo 1991 fu, per il rock e il suo mondo, un anno davvero importante. Rivoluzionario, magari non quanto il mitico 1977 – che poi, volendo fare gli snob, sarebbe il 1976… – ma per altri versi persino di più. C’entrano i Nirvana, ovvio. E Smells Like Teen Spirit, e Nevermind. Ma anche altro.
Sembrerà forse bizzarro ricordarlo, ma nel 1991 la cose funzionavano in maniera parecchio diversa rispetto a oggi: riferendosi solo a tre piccole faccende rilevanti in questa sede, il compact-disc aveva preso piede ma il vinile teneva ancora duro, Internet era in fase sperimentale, il rock underground e quello ufficiale erano mondi paralleli che si intersecavano raramente. Smells Like Teen Spirit, brano apripista del secondo album dei Nirvana, iniziò a farsi largo sulle frequenze delle (allora) potentissime radio USA il 27 agosto per giungere poi nei negozi – come singolo, 12”, CD single e cassetta: il download era fantascienza – il 10 settembre, con due settimane esatte di anticipo su Nevermind. La sua fu un’ascesa non velocissima ma inarrestabile, favorita anche dall’intensa programmazione da parte di MTV – ben nove settimane di heavy rotation quotidiana! – dell’azzeccatissimo clip di Samuel Bayer: costato poco più di 30.000 dollari, sintetizza alla perfezione la voglia di divertimento sfrenato che il gruppo rilevava nella propria audience e in se stesso… un divertimento, però, non gioioso ma in qualche modo sinistro, avvolto in un’atmosfera comunque cupa e malsana. Catartico, questo sì, ma segnato dal disagio: tanto che, a ben vedere, le riprese rimandano più al clima apocalittico del ring di 1997: Fuga da New York che a quello allegro del Rock’n’Roll High School cui dichiaramente si ispiravano. I 4’38” del video e il mood della canzone immortalano dunque come meglio non si sarebbe potuto fare lo Zeitgeist giovanile americano (e non solo) di quel periodo: da un lato il bisogno fisico di rumore, ribellione e salutare disturbo della quiete pubblica, dall’altro il senso di oppressione – sociale, culturale, esistenziale – che continuava, con relativo strascico di scazzo, a soffocare e tarpare le ali. C’era l’esigenza di aria nuova, e Smells Like Teen Spirit non si accontentò di aprire la finestra: spaccò invece con violenza i vetri e seminò il caos nelle famiglie, nelle scuole, nei media e nell’industria musicale, spingendo Nevermind sempre più in alto nella classifica di “Billboard”. L’album raggiunse la vetta l’11 gennaio 1992, scalzandone Dangerous di Michael Jackson; a tutt’oggi, ha venduto undici milioni di copie negli USA e circa trenta in tutto il mondo. Le stime della David Geffen Company erano attorno ai 250.000 esemplari, con il miraggio di arrivare, in un anno, al mezzo milione. Decisamente si doveva essere verificato qualcosa di imprevisto. Ma anche di imprevedibile?
Sarebbe bello approfittare dell’occasione per deridere una volta in più i burocrati quasi sempre ottusi che da qualche decennio tirano i fili delle politiche major al posto dei discografici illuminati di un tempo. Bello ma ingiusto, perché era francamente impensabile che i Nirvana ottenessero risultati di tali enormi proporzioni. Sarebbe però da sciocchi attribuire quanto accaduto a un semplice concorso di circostanze (molto) favorevoli: di sicuro Cobain e soci hanno avuto fortuna a trovarsi nel posto giusto al momento giusto, ma erano anche la band più maledettamente giusta che si potesse immaginare. Così come Smells Like Teen Spirit, con quel titolo magnificamente iconico che mai si penserebbe ispirato dal nome di un deodorante da quattro soldi, era l’inno che tutti aspettavano, benché reso sulla carta improbabile da un testo poco comprensibile e per nulla sloganistico. Però, va specificato, se i Nirvana fossero rimasti alla Sub Pop e non avessero firmato il contratto loro presentato da David Geffen, non saremmo qui a celebrare con tanta enfasi questo ventennale: Nevermind sarebbe oggi uno splendido album di culto e Smells Like Teen Spirit un anthem ugualmente straordinario ma noto a una platea ben più ristretta, come – rimamendo nell’area di Seattle – Touch Me I’m Sick dei Mudhoney. All’epoca, infatti, fra le multinazionali e le indipendenti esistevano differenze abissali in termini di budget stanziabili, forza di impatto promozionale, organizzazione distributiva: eccetto pochi duri e puri che ne facevano una questione di etica (e di timore, in quei giorni ancora legittimo, di subire pressioni e/o manipolazioni), chiunque si muovesse nel giro sotterraneo sognava l’offerta di un accordo che gli spianasse la strada verso la gloria. Il problema era che le grandi etichette non ritenevano il rock cosiddetto alternativo capace di produrre “numeri” sufficienti a giustificare l’impegno di un eventuale lancio sul mercato “di serie A”: nella seconda metà degli anni 80 la Warner Bros ci aveva provato con i feroci Hüsker Dü ma i riscontri, diversamente dai ben più accessibili R.E.M. reclutati subito dopo, non erano stati esaltanti. Ok che i Metallica erano già da tempo felicemente e fruttuosamente accasati alla Elektra, e che con il loro primo album per la A&M – Louder Than Love del 1989 – i Soundgarden avevano ottenuto consensi superiori a quelli raccolti in casa SST, ma entrambi erano considerati metal e quindi, come dire?, “codificati”. Non lo erano, invece, i Sonic Youth, che nel 1990 avevano debuttato proprio per la Geffen – dopo una sfilza di formidabili dischi indie – con Goo: non un blockbuster, ma una non trascurabile performance da 250.000 copie. Abbastanza per indurre i dirigenti della label a fidarsi dei quattro newyorkesi che gli consigliavano caldamente di portare in scuderia uno sconosciuto trio di giovani del nordovest tanto geniali quanto ingovernabili.
Oltre a Nevermind, i neppure due mesi tra il 13 agosto e l’8 ottobre 1991 videro l’uscita negli USA, tutti su major, di un poker di album epocali: il “doppio nero” dei Metallica, Blood Sugar Sex Magik dei Red Hot Chili Peppers, Ten dei Pearl Jam e Badmotorfinger dei Soundgarden. Nonostante le apparenze, nessuno di essi vanta reali legami di parentela stilistica con il secondo dei Nirvana, e attribuendo il successo di quest’ultimo a un generico boom di “rinascita rock” si peccherebbe di superficialità. Che su tutte o quasi le frequenze radio d’oltreoceano impazzassero Alive o Enter Sandman contribuì senza dubbio a creare un clima più favorevole di quello di solo pochi mesi prima nei confronti del r’n’r più ruvido e sferragliante, ma è innegabile che la banda Cobain impartì una decisa sterzata al corso della storia, dimostrando come anche artisti spigolosi e anticommerciali – almeno in teoria: ripuliti dalle asprezze, vari brani del gruppo di Aberdeen sono sfacciatamente pop – potessero conquistare le platee di massa. Non a caso dal 1992 i talent-scout delle multinazionali si dedicarono a setacciare l’underground alla caccia di “nuovi Nirvana”, bruciando cifre considerevoli in ingaggi, registrazioni e pubblicità per gente magari validissima ma invendibile su vasta scala (basti pensare alla Capitol, per citare un unico caso eclatante, che assoldò i Butthole Surfers…). Sotto un certo aspetto si trattò di una politica scriteriata che deluse (e talvolta “uccise”) molti di coloro che avevano creduto in una svolta stabile per la loro carriera, ma d’altro canto lo sdoganamento del rock più o meno estremo causò un radicale, benefico cambiamento di prospettiva del music-biz e degli ascoltatori: ad esempio, le fulminee e travolgenti ascese di Rage Against The Machine, Korn od Offspring – e l’elenco potrebbe allungarsi di parecchio, anche fermandosi alla prima metà dei ‘90 – non sarebbero state concepibili se Nevermind non avesse (pur inconsapevolmente) urlato “yes, we can”. Davvero niente male per un disco il cui titolo significa non importa. Non importa? Stocazzo!. E perdonate il francesismo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.686 del settembre 2011

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Categorie: articoli | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “La rivoluzione di Nevermind

  1. Massimo Sarno

    Il valore storico e artistico di un album come NEVERMIND e`, a mio avviso, indiscutibile, come anche il valore di Cobain come songwriter e interprete. Mi duole, pero`, che il “peso storico” di un disco cosi` importante abbia indotto molti tuoi colleghi a sottovalutare colpevolmente un album altrettanto riuscito, anche se dall’indole meno “pop”, come IN UTERO. Come si puo`, fatta salva la liberta` di giudizio, parlare male di un disco che contiene HEART SHAPED BOX, PENNYROYAL TEA, SERVE THE SERVANTS, RAPE ME?

  2. Massimo Parravicini

    Un sabato del 1991 sono tornato a casa con due dischi nuovi: Screamadelica e Nevermind. Ma quando mi ricapita una cosa simile?

  3. backstreet70

    Bello questo articolo. Bello perché non parla tanto del disco (e ce n’è ancora bisogno?) ma del periodo e del “momento”.

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