Arctic Monkeys

Il 5 settembre di dieci anni fa, gli Arctic Monkeys vinsero il Mercury Prize per il loro album d’esordio Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, pubblicato alcuni mesi prima sempre nel 2006. L’ambito premio non era però ancora arrivato quando decisi di pubblicare su Extra questa breve monografia della band, nell’ambito della rubrica iniziale dedicata ai nuovi talenti; un articolo molto atipico per me, essendo frutto di un lavoro a quattro mani – attraverso ripetuti scambi di mail – con Federica Furlotti, un’amica che lavorava nella musica a Londra e che, quindi, aveva più di me il polso dell’atmosfera elettrica che al tempo circondava Alex Turner e compagni. In passato non avevo mai scritto del gruppo britannico ma l’avrei fatto spesso dopo, recensendo vari dischi (vedere, ad esempio, qui) e intervistando lo stesso Turner (benché a proposito del suo progetto parallelo Last Shadow Puppets); e pure la scheda di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not contenuta nel libro dei 1000 Dischi della Giunti è opera mia.
Arctic Monkeys fotoAvremmo potuto introdurre il nostro excursus su quella che al momento è la più popolare nuova band britannica con un titolo ingombrante come “The great r’n’r swindle?”. Un riferimento esplicito a quei Sex Pistols con la cui vicenda non mancano a ben vedere affinità – successo costruito dal basso e grazie all’attività live, hype a-go-go, dichiarazioni ad effetto, interpretazioni erronee da parte di pubblico e media, grande attesa per il primo album – ma con alla fine un punto interrogativo che lascia il dubbio… dato che sono gli stessi Arctic Monkeys a ricordare per primi che “Whatever people say i am, that’s what i’m not”. Quanti hanno giudicato esagerato il clamore che ha accolto l’ultima next big thing d’Oltremanica, ormai non più next ma solo big, provi dunque a dimenticare il chiacchiericcio e ad ascoltare la musica del quartetto con nuove orecchie…. prestando attenzione alle parole che seguono, perché quella qui raccontata è la vera storia dietro all’album che ha venduto di più nel più breve tempo nella lunga epopea delle classifiche del Regno Unito.
Siamo ad High Green, sobborgo all’estremo nord di Sheffield, centro industriale dello Yorkshire che vanta un nobile pedigree musicale specie in ambito elettronico: a cavallo tra i ‘70 e gli ‘80 ha infatti generato, fra gli altri, Cabaret Voltaire, Clock DVA e Human League, pionieri di una tradizione poi sfociata nel purtroppo breve movimento Yorkshire Bleeps and Bass – sostenuto dalla locale Warp Records quando gli Autechre si scambiavano ancora tra loro mixtapes e ben prima che la scena jungle e 4-beat esplodesse in quel di Londra – e nel dance-pop dei Moloko; da qui sono comunque usciti anche i Pulp e quei Longpigs dove Richard Hawley ha potuto maturare il proprio talento. Una vitalità artistica alla quale contribuiscono i 45,000 studenti universitari che popolano la città, in (larga) parte dediti al crack, all’eroina e a comportamenti “contro le regole” a rischio di ASBO, l’Anti-Social Behaviour Order ostentato anche sulla cassa della batteria degli Arctic Monkeys al “Saturday Night Live”: apparizione TV al termine della quale il chitarrista Jamie Cook, invece di ringraziare, ha lanciato la sua chitarra sull’amplificatore per poi lasciare il palco tra lancinanti feedback, il tutto dopo che il cantante Alex Turner aveva inveito contro uno spettatore accusandolo di… aver sbadigliato. Nulla di che stupirsi, alla luce dello scherzaccio ideato ai “Brit Awards”: declinato l’invito a presentarsi alla cerimonia, i quattro burloni hanno chiesto a un “misterioso” quinto membro – Keith Murray dei We Are Scientists – di registrare il discorso di ringraziamento, creando così notevole confusione. Non si può insomma superficialmente bollare questa “very clever young band” – la definizione è di Paul Briggs della Domino Records – come l’ennesima “invenzione” di un NME che cerca come colmare il vuoto lasciato dai Libertines, dai quali i Nostri (completano l’organico il bassista Andy Nicholson e il batterista Matt Helders) si discostano per ragioni sociali oltre che musicali. La povera provincia dell’Inghilterra del Nord che i Monkeys raccontano nei testi non è la Londra di Camden che ha cresciuto artisticamente Pete Doherty e Carl Barat, e i quattro di Sheffield non hanno neanche sogni di Albione o lo charme bohemien del consumatore di droghe che frequenta modelle; c’è poi da sottolineare che i Libertines hanno goduto da subito di appoggi “di peso”, trovando dopo vari tentativi quel contratto discografico che i Monkeys hanno invece per un bel pezzo evitato, non volendo modificare i propri brani per compiacere le major. Un atteggiamento cinico, unito alla consapevolezza di essere diventati qualcuno con il solo aiuto dei propri fan, che ha portato il gruppo a negare l’ingresso gratuito ai concerti agli scout delle etichette.
È il natale 2001 quando i quattro compagni di scuola – quindici anni l’età media – che si battezzeranno Arctic Monkeys ricevono in regalo quegli strumenti che dal 13 giugno 2003, dopo la pratica in cantina, iniziano a impiegare per una serie di concerti che via via li imporranno all’attenzione dei media. Un’attenzione ampiamente giustificata. “C’è un grande supermercato alla stazione dei treni di Doncaster”, ha dichiarato mesi fa il redattore del NME Conor McNicholas, “lo osservo sempre e penso che qualcuno ha un lavoro lì, ha diciassette anni ed è bloccato nella Doncaster che odia fottutamente. Queste sono le persone per le quali pubblichiamo il nostro giornale”. Un profilo perfetto anche per la band, il suo seguito e la parte giovane dell’Inghilterra ormai rovinata dagli ideali introdotti negli anni ‘80 dai Conservatori (capitalismo egoista, servizi sociali privatizzati), anche se il giornalista era chissà dove mentre il quartetto componeva e registrava alla buona decine di canzoni e costruiva la sua fama di gruppo per “gente del posto” calcando i palchi di tutto lo Yorkshire. Insomma, fidatevi dei Public Enemy e “non credete all’hype!”, perché la stampa ha diffuso notizie false e il successo degli Arctic Monkeys ha le sue radici altrove. In Italia è purtroppo arrivata la ripercussione di un clamore nato attorno a un gruppo che ha saputo costruirsi un’audience molto devota utilizzando Internet (MySpace), e incrementarla con un’infinità di esibizioni alle quali i suoi demo – oggi quotati anche duecento sterline ciascuno alla borsa del collezionismo – venivano regalati. Il passaparola ha reso il fenomeno impossibile da ignorare, tanto che BBC Radio 1 ha cominciato a trasmettere i pezzi e i Monkeys sono esplosi, esibendosi al Reading & Leeds Festival senza aver pubblicato ufficialmente nulla né aver firmato accordi discografici o manageriali; un trionfo, insomma, delle logiche DIY figlie del punk, rese però enormemente più efficaci dalle potenzialità delle nuove tecnologie. Un’ulteriore prova? Che il video di Fake Tales Of San Francisco, andato in rotazione su MTV UK, si poteva all’inizio scaricare – assieme alla raccolta di brani Beneath The Boardwalk – dal sito Web dal fotografo non professionista Mark Bull, che lo aveva realizzato montando le riprese di una performance del 2004. Una bella soddisfazione per Bull, che ha poi filmato il quartetto durante le sue date in USA: già, perché prima che l’album “non tanto d’esordio” vedesse la luce grazie alla più “cool” delle etichette britanniche, la Domino Records, i Nostri avevano già traversato l’Atlantico per due date sold out.
Poco prima dell’avventura americana, il 5 aprile del 2005, gli Arctic Monkeys erano attesi nel mezzo del cartellone al Dublin Castle, locale nell’area di Camden Town che rappresenta un passaggio importante per molti gruppi ancora senza contratto. Il tutto esaurito costrinse però i promoter a promuoverli headliner: del resto, la platea era lì solo per appurare quanto fosse fondato l’hype creatosi attorno all’ensemble. A uscire dagli amplificatori erano riff e melodie catchy, pezzi facilmente cantabili dalla folla che già conosceva ogni parola di quei testi per inquadrare i quali sono stati scomodati Morrissey (che ha rinfacciato ai ragazzi “l’innaturale” successo raggiunto troppo in fretta), The Streets e Jarvis Cocker: fulminee e torride canzoni punk-pop, scorci di un dipinto metropolitano e notturno, come è apparso subito chiaro al mondo una volta che il primo album Whatever People Say I Am, That’s Is What I Am Not è stato reso finalmente disponibile il 23 gennaio di quest’anno dopo tre singoli “di assaggio” (l’autoprodotto 5 Minutes With The Arctic Monkeys, con Fake Tales Of San Francisco e From The Ritz To The Rubble, e i due marchiati dalla Domino, I Bet You Look Good On The Dancefloor e When The Sun Goes Down). I Bet You Look Good.. non è solo un inno al corteggiamento sulla pista da ballo ma anche un omaggio allo stile che più di vent’anni fa dominava l’Inghilterra (“Dancing to electro-pop / like a robot from 1984”); Fake Tales Of San Francisco esprime invece insofferenza per certi indie-rocker trendy (“I’d love to tell you all my problem / You’re not from New York City, you’re from Rotherham / So get off the bandwagon, and put down the handbook”); Mardy Bum, una delle due ballate – ben poco romantiche – presenti nel disco, fotografa scene domestiche, mentre l’altra (Riot Van) evidenzia, attraverso un dialogo con un poliziotto, uno dei problemi più comuni tra i teenager britannici, l’abuso di alcol sotto l’età consentita. In questo desolante paesaggio della Gran Bretagna post-industriale, dove i cantanti rock sono come il Papa e dove le ragazze (chavs) indossano “dancing shoes” per ballare al Club NME uscendone scalze e ubriache, gli Arctic Monkeys crescono musicalmente con Roots Manuva, Pharoah Monche, Strokes e Libertines, componendo musica che rimarrà per sempre inglese: chi vive in Uk e ha meno di trent’anni non può non ritrovarsi nei testi acuti di Turner, dotato di un’espressività tagliente che lo rende accomuna al poeta punk di Manchester John Cooper Clarke… un tempo apripista per Sex Pistols e Fall, dei quali i Nostri sono debitori musicali così come dell’hip hop britannico, dei Clash e dei Jam.
Dureranno, i Monkeys, o presto saranno ricordati come una pur luminosa meteora? Chissà. Sembrano però tutt’altro che scomposti colpi di coda, sebbene le recentissime dimissioni del bassista gettino qualche ombra su un percorso fin qui inattaccabile, le ultime due uscite della band, il mini-DVD Scummy Man (la trama, che ha per protagonista una prostituta quindicenne, è stata ispirata da When The Sun Goes Down, la regia è di Paul Fraser) e l’EP irriverente fin dal titolo Who The Fuck Are Arctic Monkeys?, con la già nota The View From The Afternoon, cadenzata e spigolosa, e quattro nuove tracce. Cigarette Smoker Fiona, ipotetica colonna sonora delle Paris Hilton wannabe del “countryside”, ostenta chitarre stoogesiane e al contempo rivela il lato riflessivo del gruppo, ancor più esposto in quella versione “annacquata” di Riot Van che è Despair In The Departure Lounge e in quella sorta di tributo ai Kinks che è l’avvolgente, mai banale No Buses; illuminante, forse anche per il futuro, è infine la title track, quasi sei minuti di confessioni a cuore aperto sulla raggiunta condizione di star poggiate prima su morbide trame funk e poi su elaborate e convulse fantasie di vago gusto psichedelico. Chi cazzo sono gli Arctic Monkeys, allora? La band più importante della nostra generazione, volendosi fidare del NME, oppure un bluff? Un gruppo ultra-pompato, o i titolari legittimi di un successo di vendite che in moltissimi, a partire dai Bloc Party, gli invidiano?  In un ambiente come quello ormai commercialmente saturo dell’indie-rock, dove i discografici cercano di creare a tavolino gli idoli indie (???) del domani e dove i politici – il leader conservatore David Cameron – tentano di riciclare la propria immagine con il rock sulla scia della “Cool Britannia” di Blair, ci piace considerarli semplicemente gli ennesimi nuovi “inventori” del r’n’r chitarre-basso-batteria-voce, sviluppato in canzoni ispirate e coinvolgenti che attingono con grande entusiasmo e sense of humour nelle migliori tradizioni britanniche del genere. Bravi, dunque, e già sarebbe sufficiente. Ma pensate che smacco, per i tanti detrattori per partito preso, se un giorno scoprissero senza possibilità di equivoco che sono anche veri.
Tratto da Mucchio Extra n.22 dell’Estate 2006

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