Simple Minds

Tra quelle, tante, del ribollente calderone della new wave britannica, i Simple Minds non figurano nei miei personali Top5, ma sul fatto che siano stati grandi non credo possano sussistere dubbi. Il loro album che preferisco è Empires And Dance, ma pure New Gold Dream ha decisamente il suo perché. Di recente, l’uscita di alcune sue edizioni (molto) estese mi ha spinto a scriverci su qualcosa. Di nuovo: l’avevo già fatto, in tempo reale, nel lontanissimo 1982.

Simple Minds copNew Gold Dream
(81-82-83-84)
Impressiona un po’, ovviamente in senso positivo, rendersi conto di quanto i Simple Minds fossero ispirati nella prima fase di attività, dal 1979 al 1985: sette album nessuno dei quali davvero sotto tono, più vario altro materiale sparso tra singoli, EP e 12 pollici; una vasta produzione che ha imposto il quintetto scozzese tra i gruppi-cardine della new wave, non solo sotto il profilo della qualità ma anche sul (più prosaico) piano commerciale. Di tale periodo, il quinto LP New Gold Dream (81-82-83-84), uscito per la Virgin nel settembre 1982, è di norma considerato il picco massimo; non perché fu quello che diede alla band la grande notorietà internazionale, ma perché è in esso che Jim Kerr e compagni seppero sublimare al meglio la solennità “decadente” e non proprio luminosissima dei vecchi dischi in una formula dai connotati più pop. Gli integralisti del post-punk lo vedono come l’inizio della fine e dal loro punto di vista non hanno torto (io, ad esempio, non lo scambierei mai con Empires And Dance), ma neppure loro possono eludere il fascino di brani come Someone Somewhere In The Summertime, Promised You A Miracle, Glittering Prize, King Is White And In The Crowd o la title track, che coniugano intensità, enfasi, eleganza, atmosfere oniriche e, nel caso, ritmi ballabili. Piaccia o no, un manifesto ideale di quegli Eighties che sono rimasti maggiormente impressi nell’immaginario collettivo, con buona pace di quanti all’epoca – eccomi! – preferivano Hüsker Dü, Sonic Youth, Dream Syndicate, R.E.M. e U2.
Dopo l’accoppiata del 2015 con Sparkle In The Rain (1983) e Once Upon A Time (1985), New Gold Dream è il terzo titolo del catalogo a essere stato riproposto dalla Universal in una ricchissima edizione in cofanetto: un CD con la scaletta standard rimasterizzata, tre con outtake, demo e versioni diverse (estese, remixate, strumentali) e uno con session radiofoniche alla BBC, più un DVD con i mixaggi in 5.1 del 2005 (ma da tempo fuori commercio) e alcuni video, oltre a un libretto di trentasei pagine. Insomma, la testimonianza quanto più ampia possibile del magico 1982 dei Simple Minds, con l’opzione per chi la reputasse pletorica di orientarsi sul singolo CD, sulla tipica “deluxe” doppia, sul Blu-ray Audio, sulle due stampe in vinile con differente mastering o sui “pacchetti” di download. Al di là delle pur legittime bramosie di collezionisti e completisti, nonché del gusto di paragonare le quattro, cinque, sei, sette varianti di quasi ogni episodio, è però corretto precisare che la quantità di tracce bonus definibili come significative per chi non sia fan di stretta osservanza è minima, appena un gradino sopra l’inesistente; l’album così come fu concepito trentaquattro anni fa è comunque, nel suo ambito stilistico, un classico assoluto.
Tratto da Classic Rock n.45 dell’agosto 2016

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Categorie: recensioni | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Simple Minds

  1. Andrea

    Da quanto hai scritto anche “Once Upon A Time” sarebbe da annoverare tra i dischi riusciti dei Simple Minds, essendo il loro settimo album (del 1985) se consideri New Gold Dream il quinto.
    Ma “Once Upon A Time” non era GIUSTAMENTE inserito tra i cento dischi da evitare? Ciao, Andrea.

    • La questione è più complessa di quanto sembra. La “prima fase” di attività dei Simple Minds va dal 1979 al 1985, visto che dopo per alcuni anni non hanno pubblicato nulla. “Sparkle In The Rain” (1984) è ancora un signor disco, cosa che non si può dire di “Once Upon A Time” (ma “la fine” iniziò qualche mese prima, con il singolo “Don’t You”). Avrei quindi potuto scrivere 1979-1984, ma mi stonava un po’… e poi, per spiegare, avrei dovuto collegare la fine dei Simple Minds “aurei” all’uscita di Derek Forbes,uscendo però fuori tema, visto che la recensione era di “New Gold Dream”. Quindi, alla fine, ho pensato che il 1985 ci poteva comunque stare, come limite, anche se l’ultimo atto della prima fase era un disco secondo me (e non solo secondo me) assai deludente. Ora, però, mi hai fatto venire il dubbio.
      Se penso che ho fatto tutti questi ragionamenti a monte, pesando ogni singola parola, mi sento davvero un pazzo fissato. 🙂

  2. DaDa

    Gran disco, pura vertigine pop. Lo ascolto tuttora, ogni tanto, dai tempi dell’uscita, anche se i miei gusti musicali si sono incnalati su altre strade. Al puro scopo di rovinarmi la vita sono andato a vedenrli live alcuni anni fa…. Mi devo ancora riprendere dallo sconforto.

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