Green Day (1-2-3)

Non saranno la miglior band del mondo, i Green Day, ma li ho sempre trovati come minimo divertenti e piacevolissimi (e dal vivo “spaccano”), fermo restando che con un album – Dookie, naturalmente – hanno bene o male “fatto la storia”. Attendendo il nuovo album Revolution Radio, fuori il prossimo 7 ottobre (il singolo Bang Bang è invece già in circolazione), estraggo dal cassetto le recensioni del precedente terzetto di dischi del 2012, rimandandovi anche qui (la recensione di 21st Century Breakdown, AD 2009) e qui (un mini-bignamino di tutta la storia fino ad American Idiot).
Green Day 1-2-3¡Uno! (Reprise)
Al di là delle affinità e delle divergenze, stilistiche e di importanza nella storia del rock, i Green Day potrebbero essere considerati come i Ramones della loro generazione: hanno di norma una loro formula semplice e riconoscibile, dalla quale talvolta (in parte) divergono alla ricerca di altri stimoli e alla quale comunque ritornano sempre. Ecco dunque che il nono album della band californana, che apre una trilogia destinata a chiudersi in tempi brevissimi (¡Dos! uscirà a novembre e ¡Trè! a gennaio), non è un’ambiziosa “rock opera” come i precedenti American Idiot e 21st Century Breakdown: è invece una raccolta di dodici canzoni fra punk e power pop, grintose e all’occorrenza sboccate ma anche molto efficaci sotto il profilo melodico, che guardano idealmente – in cabina di regia siede oltretutto Rob Cavallo – al glorioso passato di Dookie e Insomniac. Logico che i livelli di spontaneità, esuberanza e adrenalina non possano essere gli stessi di ormai oltre quindici anni fa, ma la qualità sembra essere superiore a quella dei successivi Nimrod e Warning. Le accuse di pretenziosità fioccheranno ugualmente (tre dischi in tre mesi e mezzo? Non accadeva neppure in quei Sixties che qui echeggiano un po’ ovunque), ma l’ascolto è molto piacevole. Che poi ¡Uno! sarà rilevante solo per le classifiche e i fan del gruppo è tutt’altra faccenda.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.699 dell’ottobre 2012

¡Dos! + ¡Trè! (Reprise)
Il termine del percorso che ha portato nei negozi in nemmeno tre mesi (dovevano essere quattro, ma l’ultimo atto è stato poi anticipato) tre album dei Green Day, per trentasette brani e oltre due ore di musica, suscita pensieri ovvi: “Non avrebbero potuto farli uscire assieme in un’unica confezione a prezzo ridotto?”, ad esempio, oppure “non sarebbe stato meglio un solo disco con i pezzi migliori?”. Però, a parte che l’opzione adottata è più vantaggiosa sotto il profilo economico per tutte le parti in causa, quel simpatico cazzaro di Billie Joe era troppo gasato dall’operazione atipica, dall’idea di tre copertine ciascuna raffigurante un membro della band e dalla storia dei tre mood diversi: quello della preparazione alla festa per il primo, della festa vera e propria per il secondo e delle pulizie post-party per il terzo. Fatto salvo il problema della spesa, che comunque non sarà un ostacolo per i fan, la faccenda ha funzionato: il punk-pop di ¡Uno!, le sonorità più garage/Sixties di ¡Dos! – il più riuscito del lotto – e le (più o meno) ballate di ¡Trè! compongono un insieme colorato e piacevole all’ascolto, sempre ovviamente che si apprezzino le canzoncine power pop (punk) senza grandi pretese e già sentite infinite volte dai Green Day e non solo. Rimane in ogni caso la convinzione che un “best of” dei tre titoli sarebbe stato preferibile.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.702 del gennaio 2013

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Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Green Day (1-2-3)

  1. Ade

    Per me pezzi come Hitchin’a ride,the Grouch,Last ride in e King For a day sono più freschi e vivaci della trilogia che trovo abbastanza piatta,perciò si gustano di più, lasciando stare critiche e paragoni con i dischi precedenti,quello della trilogia mi sembra un tentativo forzato di riavvolgere il nastro. A suo vantaggio c’è quella loro maturità raggiunta dopo American Idiot.

    • Sì, sostanzialmente è così… Al secondo, che dei tre mi pare il migliore, diedi 7, e – mi pare – 6,5 agli altri due. Vedremo il nuovo, che è annunciato come un album di parziale ritorno alle origini, con brani ruvidi e “garage”.

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