Prima dei Pearl Jam

In uno degli ultimi numeri del “mio” Extra troneggiavano in copertina i Pearl Jam e, all’interno della rivista, trovava posto una mia lunga monografia sulla band. In occasione del venticinquesimo anniversario dell’uscita di Ten, debutto del gruppo, recupero qui il primo capitolo dell’articolo, dedicato alle tante cose accadute in precedenza. Avevo fatto la stessa cosa per i Nirvana.
Huty2060310All’inizio del 1992, quando il loro primo album fu distribuito in Europa qualche mese dopo essere uscito negli Stati Uniti, i Pearl Jam erano già lanciati verso il grande successo. Parecchi, nel “giro” alternative, consideravano però Eddie Vedder e compagni una sorta di mistificazione, una band grossomodo pensata e allestita a tavolino da un establishment musicale in cerca di un plausibile antagonista ai Nirvana. Vero che le accuse non avevano senso, essendo Ten giunto nei negozi un mesetto prima di Nevermind, ma ai tempi il trio di Kurt Cobain vantava un album indie, una solida reputazione underground e un sound meno convenzionale e più abrasivo; avendo un minimo di dimestichezza con la politica delle multinazionali, che stava sì modificandosi ma che certo non poteva rinnegare da un mese all’altro decenni di “astuzie”, era insomma più che lecito provare diffidenza per un gruppo che debuttava su major avendo alle spalle solo una manciata di concerti e che sembrava ricalcare, in versione edulcorata (nelle trame sonore) e fighetta (nell’immagine), gli stereotipi di quel grunge in cui ogni addetto ai lavori vedeva il domani del r’n’r. A quasi vent’anni di distanza si può asserirlo senza remore: credere che i Pearl Jam fossero finti come una banconota da tre dollari non era certo illegittimo, anzi. Magari il progetto aveva tra le sue prerogative anche un pizzico di “malizia”, questo sì, ma come biasimare gente come Jeff Ament e Stone Gossard, che da anni “ci provava” con impegno e passione e da altrettanto raccoglieva frustrazioni, problemi, sfighe e persino lutti?
Partiva in realtà da lontano, la storia dell’ensemble. Geograficamente a Seattle, Stato di Washington, e per quanto concerne il calendario nel 1984, quando il chitarrista diciottenne Stone Carpenter Gossard e il ventunenne bassista Jeffrey Allen Ament suonavano assieme in quei Green River che, tanto per non lasciar dubbi sulle loro intenzioni bellicose, avevano scelto come sigla sociale il nome del fiume presso il quale erano state rinvenute le prime vittime di Gary Leon Ridgway, un serial killer attivo – molto attivo: ben quarantotto le donne da lui uccise – dall’inizio degli ‘80 alla fine del decennio seguente. Gossard era stato l’ultimo innesto in un organico nel quale militavano anche i futuri Mudhoney Mark Arm (voce) e Steve Turner (chitarra), oltre al batterista Alex Vincent, destinato però a durare pochi mesi. Terminate le registrazioni del mini-LP Come On Down, edito nel 1985 dalla Homestead di New York e considerato il primo disco grunge di sempre, Turner – a suo dire irritato dalle intenzioni di Ament e Gossard di rendere la proposta della band più accessibile – aveva infatti lasciato il posto a Bruce Fairweather (come Ament originario del Montana e come lui proveniente dai Deranged Diction, una compagine hardcore). La carriera sotterranea ma seminale dei Green River era così proseguita fino all’autunno del 1987, concretizzandosi in due brani inseriti nella fondamentale raccolta Deep Six (il debutto, nel 1986, della C/Z di Chris Hanzsek: Soundgarden, Melvins, Skin Yard, Malfunkshun e U-Men gli altri partecipanti), nel 45 giri Together We’ll Never (Tasque Force, 1986) e nel mini-LP Dry As A Bone, inciso nel 1986 con la produzione di Jack Endino ma pubblicato solo un anno dopo da una Sub Pop che, per la prima volta, puntava su una singola band invece che su una compilation. Quando nel giugno 1988 vedeva infine la luce l’album Rehab Doll, ancora per l’etichetta di Bruce Pavitt, il quintetto si era già dissolto a causa dei cruenti disaccordi sorti fra l’indipendentista Mark Arm e la cementata coppia Ament/Gossard, che premeva per tentare l’ingresso nel circuito multinazionale. Oggi, col senno di poi, il corpus vinilico dei Green River – in totale, una ventina di episodi – convince tanto quanto convinceva allora, bilanciando le inevitabili ingenuità e qualche soluzione un po’ dispersiva con un songwriting quasi sempre incisivo e con una formula punk’n’roll energica, graffiante e non priva di atmosfere malate: Black Sabbath, Stooges e Led Zeppelin shakerati da cinque ragazzini con echi di punk e metal nelle orecchie e l’angst nel cuore.
Mentre la parabola del gruppo si avvicinava al suo naturale epilogo, Ament, Gossard e Fairweather avevano già cominciato in via amichevole a provare con il cantante Andrew Wood, durante una fase di stanca dei suoi Malfunkshun: molto meno aggressivo e molto più incline alla melodia di Mark Arm, nonché baciato da un carisma più enigmatico, quest’ultimo era esattamente ciò che serviva agli ex Green River per aspirare al consenso della vasta platea che osannava, ad esempio, i Guns n’Roses. Affidati i tamburi all’ex Skin Yard Greg Gilmore, verificata a dovere l’intesa e battezzatasi Mother Love Bone, la nuova band trovava dunque asilo presso la Mercury/PolyGram, che per sostenerla creava il marchio Stardog e, nel marzo del 1989, immetteva sul mercato il mini-LP Shine: un biglietto da visita, sospeso fra street rock e Led Zeppelin, che suscitava l’interesse dei media e vendeva benino, dimostrando come sulla scena di Seattle – nessun altro dei suoi esponenti, va precisato, aveva all’epoca un contratto major – potesse valer la pena di investire. Nessuno stupore, insomma, che in settembre i ragazzi fossero spediti in California e affidati a Terry Date, produttore emergente che si era appena fatto notare per l’eccellente lavoro svolto con Louder Than Love dei Soundgarden: dalle session, completate a Seattle, venivano fuori i tredici pezzi di Apple, più maturi di quelli di Shine e molto autorevoli nel loro hard rock di ampio respiro, figlio della classicità – i soliti Led Zeppelin in primis – ma fondamentalmente più moderno nell’approccio grazie al suono più secco e “cattivo” oppure, all’occorrenza, pervaso da una certa inquietudine. Si attendevano ormai solo i fuochi d’artificio e invece, pochi giorni prima della pubblicazione, si udivano purtroppo le campane a morto: entrato in coma in seguito a un’overdose di eroina, il talentuoso frontman si spegneva ventiquattrenne il 19 marzo 1990, con conseguente congelamento dell’album (sarebbe comunque giunto nei negozi in estate) e soprattutto sconcerto di compagni d’avventura, colleghi e fan. Al di là di ogni retorica, un autentico dramma umano e artistico, poiché il cantante possedeva senza alcun dubbio le doti necessarie per diventare un’icona ben oltre quel Nord-Ovest degli Stati Uniti dov’era già oggetto di affezionato culto.
Aveva lasciato un ricordo vivido in quanti lo avevano frequentato, Andrew Wood, e il desiderio – meglio: la necessità – di onorarne la memoria si traduceva nell’organizzazione di una specie di collettivo denominato Temple Of The Dog, da un verso di quella intensissima ballad-manifesto (e, ahinoi, testamento) che è la Man Of Golden Words contenuta in Apple. Se ne faceva promotore Chris Cornell dei Soundgarden, che di Wood era molto amico, convocando Matt Cameron (anch’egli nei Soundgarden) e ovviamente Stone Gossard e Jeff Ament; costoro coinvolgevano quel Mike McCready che da un po’ li affiancava, alla chitarra solista, in un nuovo gruppo chiamato Mookie Blaylock (un giocatore di basket), e in ottobre i cinque si chiudevano in sala prove per vagliare ed elaborare il materiale già scritto da Cornell e svilupparne altro. Qui venivano raggiunti da Eddie Vedder, giovane di quasi ventisei anni che viveva a San Diego e che, fra impieghi precari (benzinaio, roadie) e la passione per il surf, si dilettava da tempo al microfono e alla composizione; dopo uno scambio di demo, Stone e Jeff si erano persuasi che il futuro dei Mookie Blaylock avrebbe potuto essere costruito anche sul suo talento e la sua emotività, e gli avevano chiesto di recarsi a Seattle per appurare “sul campo” quanto fossero realmente compatibili tra loro. Il test si concludeva con risultati superiori alle più rosee aspettative: Vedder otteneva il posto nella band e l’invito – con la benedizione di un Cornell notevolmente impressionato – a unirsi come ospite alla congrega Temple Of The Dog per incidere un album.
Approntato in due settimane, tra il novembre e il dicembre 1990, nei familiari London Bridge Studios con la supervisione di Rick Parashar, Temple Of The Dog usciva nell’aprile dell’anno successivo, riscuotendo lusinghieri riscontri di critica e pubblico: le settantamila copie date inizialmente alle stampe dalla A&M si esaurivano in un attimo e il boom non si fermava lì, al punto che dopo l’estate del 1992 le vendite, solo negli States, erano oltre un milione. L’hard rock c’è ma è spesso sullo sfondo, per lo più stemperato e solo occasionalmente liberato in dieci ottimi brani dove la spontaneità delle esecuzioni è messa al servizio di un sound in qualche misura spirituale, o comunque imbevuto di sentimenti impetuosi che travalicano il semplice amore per la musica; da Say Hello 2 Heaven a All Night Thing, il disco – presentato integralmente dal vivo una sola volta, prima di essere registrato, davanti a trecento beati avventori dell’Off Ramp Café – è un viaggio catartico che lenisce il dolore, trasfigurando la sofferenza della perdita in bellezza. Non una mesta litania funebre, quindi, ma una vittoria della vita che nonostante tutto deve continuare, con Hunger Strike – Cornell e Vedder in duetto: è il battesimo ufficiale per l’ancora sconosciuto californiano, ai cori in altre tre tracce – ad aggiudicarsi la palma della commozione… ma non a mani basse, dato che l’intero Temple Of The Dog non accusa cedimenti e, al contrario, sorprende, ammalia, travolge. Non sono in pochi a reputarlo il capolavoro del grunge ed è bizzarro, visto che nei suoi solchi il grunge – qualunque cosa sia – è elemento molto, molto marginale.
Intanto, nei circa quattro mesi trascorsi fra il termine delle session e la diffusione sul mercato di Temple Of The Dog, a Seattle tutti si davano maledettamente da fare. Compresi i Mookie Blaylock, che proprio in quel periodo adottavano una ragione sociale più memorizzabile e assai più evocativa suggerita da Ament, Pearl Jam.
Tratto da Mucchio Extra n.34 dell’Estate 2010

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15 pensieri su “Prima dei Pearl Jam

  1. Ottimo reportage, speriamo aiuti soprattutto i giovani Fan dei PJ e del Grunge ad aprire gli occhi sulle band “minori” e primordiali della scena.

    A proposito, hai visto che a Ottobre i Temple of The Dog si “riuniscono” per un tour?
    (uso le virgolette per “riunirsi” dato che di fatto si tratta dei PJ con Cornell, visto che anche Cameron è con Vedder e soci)

    • Non ho un buon feeling con le reunion di qualsiasi genere… poi magari verrà fuori anche una cosa bella, ma boh…

      • Mah. Non amo Cornell dal vivo, sforza moltissimo con la voce e diventa “fastidioso”. La reunion secondo me è piacevole se fai una data (Led Z.) ma non un tour. A una certa età bisognerebbe lasciar spazio ad altri.

      • Ho visto Cornell dal vivo per la prima volta nel 1990, tour di Ultramega OK, in un piccolo locale: un’iradiddio, enfasi o non enfasi. Dopo qualche anno, però, l’iradiddio ha lasciato il posto alla “maniera”, ed è diventato stucchevolissimo. Però alcune sue cose in acustico non sono niente male.

      • È molto atipico (a mio modestissimo parere), come è atipico Vedder, divisi tra l’Hardrock e un Southern più intimo. Il mio cruccio è stato non vedere dal vivo gli Alice in Chains, credo siano stati i migliori della scena grunge.

      • È proprio questa caratteristica a renderli speciali. Forse Cornell è più “dotato”, nel complesso, ma io preferisco Vedder, meno tecnico ma più “caldo”. Non credo possa consolarti, ma condividiamo lo stesso cruccio: neanch’io li ho mai visti dal vivo (porca merda, aggiungerei… così, sommessamente).

      • Vedder è più leader. Voce calda e aggressiva, Cornell è un “Renga” di Seattle, tanta tecnica, ma poi gli preferisci Ed.

      • No, vabbè… con il Renga di Seattle mi hai ucciso. 😀
        Però rende l’idea.

      • Piano piano voglio recuperare i tuoi articoli. Parli di diverse personalità che adoro, come Navarro, come il buon James Iha (si scrive così?)

      • Sì, si scrive così. Nel blog ne ho finora recuperati circa un migliaio, contando che in alcuni post ce ne sono più di uno. Il numero totale di quelli apparsi su carta dal 1979 a oggi non lo so, a occhio direi fra le 12.000 e le 15.000 firme. Seguendo i link all’interno dei testi, o usando la funzione “ricerca”, troverai sicuramente tanto materiale di tuo interesse, comprese tante interviste.

      • (E “Porca Merda” sia…)

  2. Massimo Sarno

    Avevo già letto, a suo tempo, l’articolo pubblicato su Extra e l’avevo trovato piuttosto esauriente. Concordo con te nel ritenerli dei rappresentanti credibili di un rock , per così dire, “classico” e nel giudicare irreprensibile la loro discografia. Com’è noto, c’è chi ritiene che dopo YIELD la qualità della loro musica sia scesa di molto, mentre, a mio giudizio almeno BINAURAL e BACKSPACER sono albums dignitosissimi.

    • Gli ultimi tre dischi sono un po’ troppo canonici, nel senso che riciclano formule già sviluppate meglio in precedenza… ma hanno comunque qualche “zampata” non male. Poi, certo, i capolavori sono altri, ma secondo me dei Pearl Jam si parla sempre troppo male, rispetto ai loro effettivi demeriti.

  3. backstreet70

    Federico ma davvero non hai mai visto i PJ dal vivo?????
    Guarda gli ultimi album fanno abbastanza schifo ma dal vivo sono ancora una macchina da guerra mica da ridere.
    Nell’ultimo tour italiano hanno “sparato” live di tre ore tiratissime.

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