Wilco

Questa è un’intervista che non avrei dovuto fare, nel senso che l’avevo assegnata, ovviamente per il Mucchio, all’amico e collega Aurelio Pasini. L’appuntamento telefonico venne però rimandato due/tre volte, e “l’ultima spiaggia” capitò in un giorno in cui lui era impossibilitato a onorarlo; mi feci così spedire le domande che lui avrebbe rivolto a Jeff Tweedy, le integrai con altre mie, chiamai e, sul giornale, attribuii la paternità del pezzo anche ad Aurelio. Si era proprio di questi tempi, ma cinque anni fa, e i Wilco si accingevano a pubblicare The Whole Love.
Wilco fotoÈ l’ultimo, caldissimo giorno di agosto, ma la macchina della promozione è ripartita da qualche tempo: del resto c’è in ballo un’intervista per una copertina, per di più già “saltata” un paio di volte, e non è il caso di tergiversare ulteriormente. In Italia sono le cinque del pomeriggio; nel luogo imprecisato del Michigan dove Jeff Tweedy ha chiesto di essere raggiunto, le undici di mattina. Oltre che con il tipico “ritardo” delle telefonate transoceaniche, la voce del leader dei Wilco è lontanissima, nonché avvolta in un curioso effetto – ah, queste linee – che accentua la sensazione di surrealtà. Tweedy è cordiale, sembra di ottimo umore, e le sue risposte misurate, sempre precedute da alcuni istanti di riflessione, denotano la volontà di onorare con la massima serietà l’impegno assunto con noi per una quarantina di minuti. I grandi si riconoscono anche in queste cose.
Wilco copQuesta volta non ci sono stranezze, tipo cammelli in copertina, sulle quali chiedere spiegazioni. Partiamo allora dal titolo: ci si aspettava Get Well Soon Everybody, come annunciato già dalla scorsa primavera, e invece è arrivato The Whole Love. Cosa vi ha fatto cambiare idea?
A furia di ripeterci quel titolo ce ne siamo stancati, ma si è anche pensato che avesse buone probabilità di non invecchiare troppo bene. Probabile siano nostre fisime, ma alla fine ci è parso che The Whole Love suonasse più adatto a questo disco, più in linea con i suoi contenuti. C’è qualcosa di molto piacevole nel modo in cui suona, e poi trasmette una bella immagine di “completezza”.
La scaletta è piena di canzoni d’amore e l’amore è l’ispirazione primaria di tantissime canzoni pop-rock. Come si fa a comporne ancora, evitando gli stereotipi?
Ah, non so, non credo che la cosa vada vista in termini di “formula vincente”. Penso comunque che scrivere una canzone d’amore in grado di suonare onesta e priva di cadute nei soliti cliché sia una bella sfida da raccogliere, ma in generale non vedo nulla di sbagliato nel raccontare quello che si prova. Non sono certo il tipo che trova i sentimenti “preoccupanti”.
Pensi che nei Wilco i testi siano “solo” un complemento delle canzoni, o atttribuisci loro un’importanza pari a quella della musica?
Mi piace scrivere testi e mi ci dedico con grande impegno, ma per quanto concerne i Wilco non li considero alla pari della musica. Anzi, cerco proprio di stare attento che le parole non distraggano dalla musica, che non spezzino in qualche modo le atmosfere create dagli strumenti. C’è un lavoro di bilanciamento e mi sforzo di far sì che le due cose marcino di pari passo rafforzandosi a vicenda, ma come veicolo in grado di evocare emozioni prevale senz’altro la musica.
Sei d’accordo con la tesi che The Whole Love sia il più vivace ed esuberante dei vostri album, il più “pop”?
Per ogni disco che ho pubblicato la gente mi chiedeva “ma perché sei sempre così depresso?”, e oggi è strano sentirsi dire “ah, adesso sei finalmente felice!”. Sono soprattutto percezioni di chi ascolta, io non credo di essere mai stato completamente triste o completamente allegro; il mio spettro di emozioni è lo stesso di qualsiasi altro essere umano ed è inevitabile che ciò si rifletta nei testi e nelle musiche che compongo.
Dovendolo accostare a un altro album dei Wilco, The Whole Love potrebbe essere una specie di Summerteeth, naturalmente con l’ulteriore maturità e mestiere acquisiti in questi anni. Che ne pensi?
Sì, ci può stare. Assieme alle differenze, dato che quella di allora era in pratica un’altra band, i due dischi posseggono qualche affinità di inclinazione, a partire da come ci siamo accostati ai loro progetti per arrivare alla produzione molto densa. Però credo che in The Whole Love ci sia sempre e comunque qualcosa di ciascuno dei precedenti album dei Wilco. Alla fine, il nostro “segreto” è che tutti i nostri dischi sono contraddistinti da un’impronta specifica che li rende personali, ma ognuno di essi è in larga parte un articolo unico nel catalogo, dotato di una sua specificità.
Hai dichiarato più volte che ogni lavoro della band è lo specchio di un momento preciso, e che non vedi nella vostra carriera una evoluzione lineare. Quello di The Whole Love che momento è?
Per me certifica di un periodo di grande serenità all’interno del gruppo: gruppo che è stabile da un bel pezzo, più di qualunque altro organico dei Wilco. Sicuramente riflette la nostra accresciuta capacità di comunicare e collaborare: considerato che siamo in sei, è una specie di miracolo. Realizzare il disco è stato molto divertente per tutti noi, e tutti siamo estremamente soddisfatti del risultato: sia generale, sia per i singoli contributi. Ritengo che tutti abbiamo trovato il nostro spazio espressivo come forse non era mai accaduto prima.
The Whole Love mi dà l’idea della versione attuale di un “classico” album americano dei ‘70: impianto legato alla tradizione, ma anche libertà di sperimentare per il gusto di vedere cosa succede. Vaneggiamenti?
No, no, concettualmente le cose stanno proprio così. Certo, sarebbe molto divertente poter usufruire di una macchina del tempo, portare The Whole Love trentacinque/quarant’anni fa e scoprire che effetto fa ai colleghi e al pubblico di quell’epoca. Però mi sa che in quel caso dovremmo rivedere la teoria del “classico anni ‘70”, ipotizzo facce parecchio stupite… a meno di non portare la prima traccia, Art Of Almost, nella Germania dei primi ’70.
Per voi è piuttosto normale fare questo genere di cose, ma comunque The Whole Love si apre appunto con Art Of Almost, il brano più complesso e sperimentale, diverso da tutti gli altri, per chiudersi con quello più lento e rarefatto, One Sunday Morning. Che sono, tra l’altro, i due più lunghi della scaletta. Di sicuro non è casuale.
No, la sequenza ha la sua logica, ovvero quella di iniziare con qualcosa di sintetico e apparentemente freddo per giungere al pezzo più aperto, caldo e incline all’emotività. Tutto l’album è come un viaggio attraverso le emozioni, pieno di dinamiche e sfaccettature, per ottenere un livello profondo di contatto con chi ascolta, e mi piaceva distanziare così tanto fra loro i suoi estremi. Mi piaceva pure che l’introduzione e la conclusione fossero gli episodi più estesi. Quando concepiamo e incidiamo la nostra musica preferiamo lasciarci andare assecondando il flusso della più autentica creatività, ma una volta terminate le canzoni dobbiamo preoccuparci di legarle assieme nel modo, a nostro avviso, più funzionale ed efficace. Per quanto riguarda The Whole Love, questo ci è parso il migliore.
Brani come I Might, It Dawned On Me o Standing O sono fra i più pop del repertorio dei Wilco.
Non credo che la mia idea di pop music sia, scusa il gioco di parole, granché popolare. Sono convinto che realizzare una canzone pop in grado di ottenere un successo di vaste proporzioni sia, per noi, piuttosto difficile. Non voglio dire impossibile, il mondo della musica ci ha abituati alle sorprese più bizzarre, ma il dato di fatto è che dalle parti dei Wilco le cose non funzionano in maniera convenzionale, a livello di scrittura così come di sviluppo dei pezzi.
Parlando in termini generali, non hai l’impressione che gli ultimi Wilco siano meno sperimentali e “coraggiosi” di quelli di qualche anno fa, epoca Yankee Hotel Foxtrot/A Ghost Is Born?
Sono in disaccordo al 100%… anche sul fatto che i Wilco siano o siano mai stati una band “sperimentale”, nel senso comune che si attribuisce al termine. Abbiamo sempre sperimentato per noi stessi, non per inseguire chissà quale concetto astratto di avanguardia… cercato nuovi modi per esprimerci, magari anche nel contesto di un semplice pezzo country. I Wilco rivendicano di possedere un’indole aperta, un’attitudine eclettica al fare musica, ma alla fine crediamo di non uscire mai davvero fuori dal recinto del rock, del pop e del folk.
Ritieni di essere un autore migliore rispetto a quando hai iniziato, ed eventualmente in che maniera credi di essere cresciuto?
Come per chiunque, gli anni e la pratica portano una maggiore esperienza, esperienza che ovviamente ha il suo peso in positivo quando si tratta di comporre, interpretare e registrare canzoni. Penso però che, a livello “di base”, il mio rapporto con la musica e il mio approccio a essa non sia cambiato da quando, da ragazzino, buttavo giù le mie prime cose con la chitarra. Oggi ho più mezzi, ma il mio “tipo di ispirazione”, se così si può dire, è lo stesso di allora.
Ormai lavorate in un regime di totale autarchia: avete il vostro studio, vi producete da soli, avete persino fondato la vostra etichetta. È stata una conquista, magari per eventuali pressioni subite in passato?
In termini artistici non abbiamo praticamente mai avuto pressioni oltre a quelle che ci autoimponiamo, ovvero migliorarci costantemente. Abbiamo sempre goduto della massima libertà, cosa che magari non capita a tutti. Non ho nulla contro le major, sono felice di quanto abbiamo realizzato con il gruppo Warner e penso che avere un contratto con una multinazionale possa ancora essere, in termini di business, un buon affare, volendo muoversi nel grande giro. Per noi l’etichetta è solo un’estensione della nostra attività che ci consente di gestirci più comodamente, ma per il nostro modo di agire in ambito strettamente musicale non cambia assolutamente nulla.
La dBpm si occuperà solo di voi, oppure pensate di allargarla ad altri?
Beh, al momento dobbiamo ancora renderci bene conto di un sacco di cose, capire come funziona e organizzarci di conseguenza, quindi non è il caso di mettere subito altra carne al fuoco. Però, nonostante non abbiua mai avuto ambizioni da discografico, da music mogul, sarebbe gratificante, in futuro, sostenere qualche band nella quale crediamo sul serio, aiutandola a maturare e farsi conoscere nel mondo.
Diventare un businessman della musica ti ha aiutato a capire meglio i punti di vista dei tuoi vecchi discografici su questioni che, all’epoca, diedero luogo ad attriti?
Alla fine sono sempre stato coinvolto direttamente negli aspetti pratici e di mercato connessi alla mia attività di musicista. Quando sorsero i dissapori a proposito di Yankee Hotel Foxtrot, quelli che ci portarono dalla Reprise alla Nonesuch, capivo le ragioni dell’azienda; le capivo ed ero persino convinto che loro fossero in buona fede e agissero credendo di fare anche il nostro bene, ma semplicemente avevamo opinioni diverse. Comunque molti artisti si confrontano con superficialità con le questioni di business, parlino e agiscano senza conoscere davvero le cose nelle quali sono coinvolti. Io, invece, con questi aspetti ho sempre avuto a che fare e sono quindi meno naïf nel valutarli.
Il lato B del singolo I Might è una cover di I Love My Label di Nick Lowe. Come dobbiamo interpretarlo?
Innanzitutto si tratta di una grande canzone, di un grandissimo autore che ha raccolto meno di quanto meriterebbe. Inoltre, ci è parso simpatico avere un pezzo con quel titolo nella nostra prima uscita: è una specie di scherzo, divertente e di buon augurio.
Sempre più artisti guardano al concetto di “album” in maniera diversa dal passato, come insegnano i recenti casi di Radiohead e Björk. Voi, invece, sembrate legati a un’idea tradizionale di album. Nella logica dei Wilco, quanto conta, ancora, “l’oggetto”?
Björk sta portando avanti un discorso molto interessante, ma se dobbiamo ridurre la questione alla fisicità del supporto e alla diffusione tramite la Rete, noi siamo stati degli antesignani: abbiamo regalato Yankee Hotel Foxtrot sul nostro sito anni prima dei Radiohead di In Rainbows. Per il resto, siamo affezionatissimi all’idea dell’oggetto, ci mancherebbe, ma riteniamo che la qualità delle proposte musicali sia sempre più rilevante rispetto alle modalità con le quali esse vengono diffuse.
Proprio nessuna nostalgia per i giorni in cui il vinile era re, uscivano molti meno dischi e il mondo della musica era più semplice e “ordinato”?
Non sono un nostalgico e trovo meraviglioso che tutti possano trovare qualsiasi cosa su Internet. Vent’anni fa compravo le riviste di musica ed ero ossessionato dalla voglia di ascoltare subito le cose delle quali leggevo, ma ovviamente tutto era molto più complicato: bisognava cercare i dischi, acquistarli, eccetera. I ragazzi di oggi sono più fortunati di noi, hanno la possibilità di conoscere immediatamente tutto quello che desiderano, ma in compenso, per quanto concerne le novità, hanno il problema di trovare ciò che davvero vogliono in mezzo al rumore (dice proprio così, “noise”, NdR) proposto da un mercato che senza dubbio è fuori controllo per l’eccesso di pubblicazioni. Confido comunque che ci sarà sempre un numero sufficiente di persone che continueranno a vedere un album come qualcosa di più di un semplice contenitore di musica. Ogni innovazione tecnologica comporta problemi e confusione, e ha effetti sia positivi che negativi, ogni cambiamento ha delle conseguenze. Non sono catastrofico, però: resto convinto che la musica valida troverà sempre il modo di farsi ascoltare.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.687 dell’ottobre 2001

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