Dave Navarro

Un annetto e mezzo fa avevo pubblicato una serie di recensioni di dischi solistici, oltretutto non particolarmente noti, di chitarristi di famose band rock “anni ‘90”: Steve Turner dei Mudhoney, Jerry Cantrell degli Alice In Chains, Steve Von Till dei Neurosis, John Frusciante dei Red Hot Chili Peppers; poi, qualche settimana fa, avevo riesumato anche Stone Gossard dei Pearl Jam. Adesso mi sono reso conto che la serie può andare avanti e allora perché no? Eccovi Dave Navarro, ma a brave ci saranno altre “puntate”.

Navarro copTrust No One (Capitol)
Era chiamato a un compito importante, questo Trust No One: chiarire senza possibilità di equivoco se Dave Navarro sia artisticamente in grado di camminare con le proprie gambe o se il suo indiscutibile talento abbia bisogno, per risaltare al meglio, del confronto con quelli di altri. Un interrogativo tutt’altro che fuori luogo anche per un primattore come il chitarrista dei Jane’s Addiction – una delle band più creative del rock degli ultimi quindici anni – e dei Red Hot Chili Peppers dell’atipico (e ingiustamente sottovalutato) One Hot Minute, considerate le sostanziali diversità esistenti tra il lavorare in un team ed essere invece l’unico responsabile delle proprie scelte.
Concepito tre anni fa durante l’infuriare di una grave crisi personale e professionale, questo esordio da solista ha per il suo autore un forte significato catartico, in qualche modo rimarcato da un titolo che ha il sapore del manifesto programmatico: non fidarti di nessuno, e dunque fai tutto da solo. In linea con quanto impostogli dall’istinto e dalle circostanze, Navarro si è così votato all’autarchia, componendo i nove episodi (ai quali si aggiunge una non irresistibile cover di Venus In Furs dei Velvet Underground), suonando tutti gli strumenti (oltre alla chitarra, anche basso, piano e campionatore) e cantando (peraltro senza mai cercare di “spingere” o modulare più di tanto una voce della quale, evidentemente, conosce bene i limiti). Un’attitudine do it yourself che, a differenza di quanto quasi sempre accade con musicisti di norma dediti a sonorità vigorose e distorte, ha trovato sbocco non in eteree armonie acustiche bensì in strutture piuttosto dense ed elaborate, non prive di validità “estetica” ma poco coinvolgenti sul piano emotivo. L’impressione suscitata da Trust No One è quella di un pastiche non molto a fuoco e a tratti ridondante, sulla cui “confusione” pesano il troppo tempo speso nell’arricchire le incisioni e l’ansia (ingiustificata?) del musicista di dimostrare qualcosa al mondo e soprattutto a se stesso. Diciamolo senza mezzi termini: il dichiarato obiettivo di Navarro di “esorcizzare il suo lato oscuro” (assai oscuro, almeno a giudicare da certe liriche) avrebbe potuto essere raggiunto in modo più sobrio e passionale, come di sicuro sarebbe avvenuto se il Nostro avesse pubblicato l’album prima che il suo mood originario fosse soffocato da eccessi di alchimie da ripensamento. È pretenzioso e interlocutorio, Trust No One; e le buone idee che comunque mette in luce, unite alla purezza dell’ispirazione iniziale e all’impegno profuso nel tentare di darle il miglior corpo sonoro, non riescono ad allontanare l’idea dell’occasione sprecata.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.449 del 3 luglio 2001

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