Gemma Ray

La storia degli artisti e dischi che sono meno considerati di quanto sarebbe giusto è vecchia, vecchissima, ma il nuovo album di Gemma Ray – il settimo dal 2008: la sua prolificità è notevole – offre l’occasione di ritirarla in ballo.

Gemma Ray copThe Exodus Suite
(Bronze Rat)
Difficile capire perché Gemma Ray, si scusi la banalità, non sia famosa come meriterebbe. Probabilissimo che in molti non l’abbiano mai sentita nominare e la scambino quindi per una debuttante o quasi, ma la biografia dell’artista britannica è ricca di eventi: collaborazioni illustri (Nick Cave, Alan Vega, Sparks, Howe Gelb e Calexico, ad esempio, e persino Wim Wenders per un lavoro di restauro di vecchio materiale), la stesura di colonne sonore per cinema e TV, addirittura sette album pubblicati dal 2008 a oggi. Colpa del “troppo” in circolazione, non c’è dubbio, ma forse anche della pur relativa incoerenza stilistica che ha reso questa fascinosa “dark lady” poco etichettabile, gettando così un’ombra sul valore dei risultati artistici. The Exodus Suite prosegue comunque sulla scia del precedente Milk For Your Motors, del 2014, incrementando ulteriormente la bontà e la forza seduttiva di una formula per la quale sono state coniate parecchie definizioni, a volte fantasiose ma, va ammesso, azzeccate; le più generiche sono “pop noir” e “torch song psychedelia”, ma la più bella è senza dubbio la “noir-ish surf-doom ballads and expansive pop exotica” di “AllMusic”, che evidenzia un po’ tutte le coordinate essenziali di un sound fosco ma melodico, avvolgente e un po’ inquietante, intriso di suggestioni del passato e qua e là profumato di misticismo, di blues, di terre lontane. Insomma, brani che non ci si stupirebbe affatto di sentir affiorare in un film di Quentin Tarantino, sebbene il rock tanto caro al regista americano sia, in essi, un’eco non lontanissima ma, diciamo, “laterale”.
Registrato in presa diretta nell’arco di una settimana nella Berlino dove Gemma adesso risiede, con l’influenza emotiva degli ottomila profughi siriani alloggiati nel capannone del vecchio Tempelholf Airport attiguo ai Candy Bomber Studios, The Exodus Suite vanta una sua eleganza austera, priva di inutili orpelli. I suoi dodici episodi, tutti morbidi – ma con un retrogusto piacevolmente conturbante – e a loro modo ipnotici, vivono delle efficacissime, misurate alchimie di chitarre, mellotron, organo, synth, piano e Wurlitzer, con tocchi di lap steel guitar e il misurato sostegno di basso, batteria e percussioni. Al centro c’è naturalmente la voce, modulata con perizia e notevolmente evocativa a dispetto di una ricerca “estetica” che va a scapito della passionalità più aspra e sanguigna; una scelta che, però, ben si lega alle atmosfere del disco, sospese tra una solennità che non vuole essere ieratica e una gradevolezza da locale notturno frequentato da gente fuori dal comune, non proprio come i famigerati bar di Star Wars ma quasi. Si potrebbe magari osservare che un paio di momenti più vivaci avrebbero reso l’opera maggiormente varia, ma la globale flemma non genera mai tedio e, anzi, favorisce la “full immersion” nelle sue soffici spire, esaltando le attrattive dei tanti dettagli di arrangiamento. Problematico indicare eventuali tracce più significative e/o riuscite, visto come l’ispirazione sia costante, ma di sicuro There Must Be More Than This, Ifs & Buts, We Are All Wandering, Hail Animal o The Machine sono impeccabili biglietti da visita per un album intenso – anche nei testi – e magnetico, che ha tutto ciò che occorre per ammaliare.
Tratto da AudioReview n.377 del luglio 2016

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