Red Hot Chili Peppers

Impossibile negare che i Red Hot Chili Peppers abbiano, come si suol dire, “fatto storia”, che nella loro discografia ci siano parecchie cose belle e che, sul palco, continuino a essere una formidabile macchina da rock’n’roll. Recensire l’ultimo album The Getaway, fuori da un paio di mesi fa, è servito anche per esternare alcune riflessioni.

Red Hot Chili Peppers copThe Getaway (Warner)
Logico che la regola sia confermata da qualche eccezione e che ben pochi fan storici – anche se delusi – rinuncerebbero ad assistere a un loro concerto, ma secondo buona parte del pubblico rock i Red Hot Chili Peppers, sotto il profilo della qualità discografica, sono morti da un pezzo; c’è chi dice dall’atipico ma interessante One Hot Minute del 1995, l’album con Dave Navarro dei Jane’s Addiction che seguì la pietra miliare Blood Sugar Sex Magic, chi lega la fine al successo immenso del peraltro esemplare Californication e chi – a seconda del proprio grado di tolleranza – ha optato per le esequie con By The Way, Stadium Arcadium o I’m With You. Cinque anni dopo l’ultimo capitolo, non possono esserci dubbi sul fatto che The Getaway porterà ulteriori impennate di cerimonie funebri, benché Chad Smith, Josh Klinghoffer, Flea e Anthony Kiedis – che, nella curiosa copertina, sono rispettivamente l’orso, la bambina, il procione e il corvo – abbiano evidenziato volontà di cambiamento interrompendo il consolidatissimo rapporto con il produttore Rick Rubin, che durava da un quarto di secolo e sei lavori, e ingaggiando una stella di tutt’altro genere, ma certo non a digiuno di rock (si pensi ai Black Keys) quale Danger Mouse.
Nella pratica, i bellicosi e lodevoli propositi si sono tradotti in tredici brani dove i più classici elementi RHCP sono recuperati/trattati con un approccio etichettabile come “piacione-chic”. Canzoni ottime per la radio e per i club trendy dove con poche eccezioni – una si intitola Detroit e un’altra, ritornello escluso, This Ticonderoga – energia e ruvidezza sono lontani echi in un programma confezionato con estrema eleganza, segnato da arrangiamenti morbidi, levigati e a loro modo persuasivi. Non che si anneghi in un oceano di melassa, non esageriamo, ma di sicuro la scaletta, al di là del basso quasi sempre tonico, punta all’accattivante e non al dirompente, sciorinando funk-pop e pop-funk ricchi di hooklines che rappresentano il perfetto terreno d’azione per i consueti, pur piacevoli birignao di Kiedis. Va da sé che solo un pazzo penserebbe di poter soddisfare i suoi bisogni di rock’n’roll genuino, appassionato e liberatorio con l’undicesima prova di studio di una band di milionari ultracinquantenni, e dunque The Getaway va preso per quel che è: un esercizio di stile, comunque messo in atto con mestiere, classe, voglia di divertirsi e fiammate di verve superiore (perché, impossibile negarlo, episodi come We Turn Red o Goodbye Angels funzionano, eccome!), che ricicla topoi di songwriting già ampiamente sfruttati in passato e che, per quanto concerne l’estetica musicale, azzarda tentativi ora vistosi e ora più sobri di maquillage. Sperando di non vedere mai il giorno del ricorso alla chirurgia, salutiamo con serena rassegnazione il nuovo passo interlocutorio e un po’ povero di autentico “sangue” di quello che fu un gruppo travolgente, iconico, decisivo. Ma quelli erano altri tempi, che sembrano distanti ere geologiche.
Tratto da Classic Rock n.44 del luglio 2016

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Categorie: recensioni | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Red Hot Chili Peppers

  1. Roberto

    Ottima recensione Federico infatti è album da rockstar cinquantenni ultra milionarie. Cos’altro aspettarsi. Così è se vi pare. Ciao

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