Tim Hardin

Non è del tutto priva di (pur piccoli) rimpianti, la mia carriera giornalistica; ad esempio, l’aver quasi del tutto rinunciato, per buoni venti/venticinque anni, di scrivere di artisti del passato. Preferivo occuparmi di quello che accadeva in tempo reale, invece di dedicarmi a recuperi di musiche che pure conoscevo, ascoltavo e apprezzavo, e ciò mi ha anche, in minima parte, penalizzato: c’era chi mi vedeva solo come paladino del “nuovo” e non mi reputava credibile come cronista di vicende più o meno antiche. Da un tot, però, la situazione è in buona parte cambiata, come provano anche i ripescaggi qui sul blog; aggiungo quindi con piacere questa recensioncina di un decennio fa, a proposito di uno splendido disco di uno dei tanti eroi di culto del folk-rock dei Sixties.

Hardin cop3 – Live In Concert
(Lilith)
Trentotto anni dopo l’uscita originaria, riappare per la seconda volta in CD grazie alla fantomatica etichetta “russa” Lilith (con note in caratteri cirillici) il terzo album di Tim Hardin, inciso dal vivo alla Town Hall di New York nell’aprile 1968 e qui arricchito di quattro tracce rimaste fuori dal vecchio vinile Verve/Forecast. All’epoca ventisettenne, Hardin conviveva già con la tossicodipendenza che, se da un lato gli ha forse fornito qualche ispirazione in più, dall’altro lo ha anche danneggiato a livello di carriera, impedendogli di affermarsi concretamente e arrivando alla fine a ucciderlo nel dicembre del 1980. Una vera sciagura, quella dell’eroina, dato che da questi settanta minuti emerge con soffice prepotenza un cantautore di grandi capacità, ispirazione e carisma, il cui folk-jazz-blues per lo più quieto ed evocativo, ma a tratti acceso di energia e a volte incline a qualche deviazione filo-sperimentale, lo colloca a metà strada fra altri due sfortunati menestrelli a lui coevi, Fred Neil e Tim Buckley.
Assieme ai due predecessori di studio, dai quali attinge vari brani (c’è la celebre If I Were A Carpenter ma non, purtroppo, How Can We Hang On To A Dream), il documento più prezioso del talento di Hardin: se a “quei” Sixties, al di là dal fatto che li si sia vissuti o meno, si è lasciato il cuore, un’occasione da cogliere.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.632 del maggio 2006

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