Gli “altri” Love

Love, Da Capo, Forever Changes e, nemmeno per tutti, Four Sail: per più o meno chiunque, la storia dei Love finisce qui, ma non è esattamente così. A quanto pare non ho scritto alcunché di esteso sulla discografia “principale” della band californiana, ma in compenso ho recensito due ristampe con bonus e di un “lost album”, tutti relativi alla seconda fase della carriera. Recupero il materiale in questione oggi, in occasione del decennale della scomparsa del leader Arthur Lee.
Love cop x 3The Blue Thumb Recordings
(Hip-O Select)
Per quei cronisti rock che si affidano ai luoghi comuni, alle leggende e alla superficialità, i Love sono artisticamente morti con Four Sail del 1969, quarto asso del poker Elektra, e per gli integralisti addirittura con il terzo Forever Changes, ultimo atto della formazione storica. Un giudizio almeno in parte ingiusto nei confronti dei due album realizzati subito dopo su Blue Thumb, il doppio Out There sempre del 1969 (inciso, tra l’altro, dalla stessa band del precedente) e False Start del 1970 (con un diverso chitarrista), adesso recuperati in questo triplo digipak che al programma aggiunge undici tracce live finora inedite registrate nel tour britannico dell’inverno 1970.
Lungi da noi, peraltro, ogni sterile revisionismo: gli unici Love che contano davvero sono quelli dei primi album. È però anche vero che il materiale in oggetto, dove il folk-rock ha definitivamente lasciato il posto a uno stile in bilico tra psichedelia in chiave hard e una sorta di blues/folk/pop più o meno stranito, è dispersivo ma non interamente da buttare, a partire dall’evocativa, intensa Signed D.C. di Out There alla per lo più convulsa The Everlasting First che apre False Start, composta e arrangiata da Arthur Lee assieme a uno Jimi Hendrix che vi è anche ospitato. Alti e bassi nei brani in concerto (al gusto di ciascuno la scelta della collocazione dell’inno Andmoreagain, piuttosto stravolto rispetto all’originale), che non influiscono sul prezzo e costituiscono quindi comunque gradito bonus.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.639 dell’ottobre 2007

Black Beauty
(High Moon)
Era stato annunciato e rinviato così tante volte, questo “lost album” dei Love, che quasi non si crede di averlo finalmente in mano nello splendore del suo vinile 180 gr. (edizione numerata di cinquemila copie) al quale sono allegati una cartolina per il download dei brani e un “libretto” a colori formato 30×30 con una trentina di foto per lo più mai viste e note esplicative ampie ed esaurienti: tutto bellissimo ma anche costosissimo, dato che aggiudicarsi l’oggetto implica un esborso attorno ai 40/45 euro. Ne vale la pena? Dipende. I Love qui immortalati non sono la magica band dell’inarrivabile Forever Changes ma quelli all blacks del 1973, quasi gli stessi che l’anno dopo avrebbero inciso l’epilogo Reel To Real: all’epoca, il folk psichedelico era un lontano ricordo e Arthur Lee si era indirizzato verso un rock-blues dai toni hendrixiani peraltro ricco di brillanti intuizioni e fragranze melodiche. Sanguigno e non evocativo, insomma, anche se nelle dieci tracce rimaste nel cassetto per quattro decenni affiorano spunti più onirici.
Album autentico e non assemblaggio di provini, che a differenza di certe sue versioni bootleg suona ottimamente, Black Beauty non offre epifanie ma buona musica certo sì, seppure a tratti un po’ scolastica e non priva di scivoloni (ad esempio, l’esoticheggiante Beep Beep posta in apertura di secondo lato). Cultori e fan del sempre troppo sottovalutato Arthur Lee, comunque, apprezzeranno, tanto quanto i feticisti dell’ascolto con piatto e puntina.
Tratto da Blow Up n.187 del dicembre 2013

Reel To Real
(High Moon)
È opinione diffusa che gli unici Love degni di trovar posto nelle storie del rock siano quelli dei Sixties, ma le cose non stanno proprio così. Vero che la travagliatissima band di Arthur Lee ha realizzato le sue prove migliori – una in primis, la pietra miliare Forever Changes, 1967 – quando si muoveva con formidabile ispirazione tra psichedelia e folk-rock, ma quest’ultimo album del periodo iniziale, uscito nel 1974 per la RSO di Robert Stigwood, non merita affatto la nomea che a lungo l’ha seguito per colpa dell’orripilante copertina ma soprattutto della conversione del gruppo di Los Angeles a sonorità marcatamente black, di norma invise ai talebani del r’n’r. A ribadire la necessita di rivalutarlo provvede ora questa ristampa, che aggiunge al programma ben dodici fra outtake e versioni alternative: Lee e i suoi nuovi compagni, più o meno gli stessi del pregevole Black Beauty pubblicato postumo solo nel 2012, si destreggiano fra funk, soul, R&B e rock, senza elargire rivelazioni ma non lesinando in groove, brillantezza e canzoni di pregio. Non essenziale, ma la classe c’è; assieme al divertimento e alla spinta a muovere il culo.
Tratto da Classic Rock n.40 del marzo 2016

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