Steve Earle (1986-1990)

Dico la verità: quando l’ho scoperto, all’epoca dei suoi primi due album, Steve Earle non mi colpì granché: “bravo, senz’altro”, pensai, “ma nulla di speciale”. Ho cominciato ad apprezzarlo sul serio, invece, dai giorni del terzo album Copperhead Toad, e non ho mai smesso. Sono stato quindi più che lieto di scrivere delle recenti ristampe in vinile dei suoi primi quattro LP.

Earle fotoPersonaggio affascinante, Steve Earle, con una vicenda piena di luci ma pure di ombre. Tante soddisfazioni artistiche e tanti eventi drammatici, dalla tossicodipendenza alla galera fino all’autismo del terzo figlio, il tutto accompagnato da una sequenza di matrimoni – sette, due con la stessa donna – che rivela un carattere volitivo, sottolineato dall’impegno sul fronte politico e sociale. Quindici gli album di studio propriamente detti pubblicati in tre decenni, uno dei quali – Townes, del 2009 – dedicato apertamente a quel Van Zandt che di Earle fu maestro e amico, a dimostrare che in fondo non è sempre vero che sono solo gli opposti ad attrarsi. E tutti, o quasi, di pregio, com’è giusto che sia per chi è dotato di talento e cuore.
C’è moltissimo dell’epopea dell’inquieto Steve, nei suoi primi quattro album editi in origine dalla MCA, ristampati adesso solo in vinile dalla Universal – di Guitar Town seguirà, in autunno, una versione “deluxe” in doppio CD – con un remastering ad hoc per il supporto analogico. Guitar Town del 1986 ed Exit 0 dell’anno dopo (quest’ultimo co-accreditato alla backing band The Dukes) documentano validamente l’artista degli inizi, country-rocker grintoso ma in fondo “pulito” pienamente in linea con la foto sbarazzina che troneggia sulla copertina dell’esordio; belle canzoni e un bel sound ma anche una personalità non ancora sbocciata, in mezzo al guado fra il richiamo delle radici folk e l’attrazione verso il r’n’r. Un’altra storia Copperhead Road del 1988, già uscito otto anni fa in “deluxe”, che prende una posizione più decisa: incattivito nella musica così come nell’aspetto, Earle è ormai un outlaw, un fuorilegge che scherzosamente parla di “incrocio fra heavy metal e bluegrass” ma che in realtà coniuga tradizioni e rock sanguigno in una formula incisiva e brillante nella quale si affacciano Hank Williams e Gram Parsons, Eddie Cochran e i Pogues (ospiti in un brano), John Mellencamp e Bruce Springsteen. È invece del 1990 The Hard Way, secondo lavoro cointestato ai Dukes, giunto durante un periodo di notevole disagio personale; il solco stilistico è grossomodo quello del predecessore ma gli umori sono comprensibilmente più lividi, sofferti e torbidi, a ribadire come i dischi di Steve Earle siano sempre stati riflesso senza filtri della vita del loro autore e non sue interpretazioni “di comodo”. Altri album splendidi quali Train A’Comin’, I Feel Alright e Transcendental Blues non mancheranno, appassionatamente, di confermarlo.
Tratto da Classic Rock n.43 del giugno 2016

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