Peter Gabriel (2010-2011)

Di recente mi è capitato di scrivere di Peter Gabriel, e scavando come sempre faccio nell’archivio ho scovato le mie recensioni degli ultimi due album – che non sono esattamente album normali – del poliedrico artista inglese (OK, nel 2013 è uscito I’ll Scratch Your Back, ma fatico a considerarlo “di Peter Gabriel”). Decidere di recuperarle entrambe sul blog, aggiungendole a questa sintetica carrellata sulla produzione 1977-2002 e alla recensione del suo ultimo disco dal vivo, è stato un lampo.

Gabriel cop 2Scratch My Back (Virgin)
Peter Gabriel li fa ormai sudare così tanto, i suoi album, che quando si viene a sapere che finalmente sta per pubblicarne uno, e subito dopo che è una raccolta di cover, la risposta emotiva è comunque di gradimento. Sempre meglio del silenzio, no? E molto meglio, almeno sulla carta e in termini di curiosità, una volta appreso che l’ultima fatica di uno dei tre veri geni musicali generati dal progressive britannico – gli altri due, ovviamente, Robert Fripp e Peter Hammill – è stata realizzata in modo insolito per il nostro eroe, cioè con la sua voce accompagnata solo da una strumentazione di tipo orchestrale, senza chitarre e batterie né tantomeno approccio rock… il che suona anche un po’ curioso e straniante, visto che le firme in calce ai brani appartengono nell’ordine a David Bowie, Paul Simon, Elbow, Bon Iver, Talking Heads, Lou Reed, Arcade Fire, Magnetic Fields, Randy Newman, Regina Spektor, Neil Young e Radiohead.
Non si pensi, però, a chissà quali magniloquenze: qua e là si registrano occasionali e fulminei break all’insegna della ricchezza, ma per quasi tutta la sua durata Scratch My Back resta un lavoro scarno e prossimo al diafano, giocato sulle belle sfumature delle interpretazioni canore cui fanno da sostegno strutture ricercate, ma per lo più sommesse, dove a dominare sono pianoforte e archi. Grandi canzoni, dunque, oltretutto per nulla prevedibili (l’unica hit è la Heroes d’apertura), che sotto ogni punto di vista privilegiano l’intensità e l’atmosfera e mai le logiche del facile ascolto o – figuriamoci! – dell’appeal pop; grande confezione delle stesse, per merito dell’esteta Gabriel e del team che lo affianca (John Metcalfe agli arrangiamenti, Bob Ezrin alla produzione, Tchad Blake al mixer: ciascuno, nel suo campo, un maestro); e grande “coraggio”, in fondo, nell’affrancarsi da un’immagine sempre futuribile per proporsi in una che defineremmo neo-classicheggiante. A mancare, ma è logico che si tratta di una rigorosa scelta di campo, è un pizzico di vivacità, che avrebbe magari attenuato il senso di autoindulgenza – e un minimo, va ammesso, di “pesantezza” – che grava su questa pur magnifica raccolta di ballate.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.667 del febbraio 2010

Gabriel cop 1New Blood (Virgin)
Essere appassionati estimatori di Peter Gabriel è per almeno un’ottima ragione un’arma a doppio taglio: tolta la fase iperproduttiva del periodo 1977-1982, sono ormai quasi trent’anni che l’ex frontman degli unici Genesis mai davvero esistiti mette a dura prova la pazienza di quanti – tutti, in pratica – lo vorrebbero un po’ più presente con album propriamente detti, vale a dire costituiti da canzoni inedite scritte di suo pugno. Basti pensare che l’ultimo lavoro a rientrare nella categoria, Up, risale al 2002, dato che lo Scratch My Back dell’anno scorso era una raccolta di interpretazioni di brani altrui, e che questo New Blood – che ne è per molti versi il seguito – mette invece in fila riletture orchestrali di tredici (escludendo il nulla di A Quiet Moment ma contando la bonus track) momenti significativi del repertorio gabrieliano, molti dei quali pietre miliari. Il (serissimo) gioco degli adattamenti in chiave classicheggiante avviato nel disco precedente e nel suo tour promozionale con il compositore e arrangiatore John Metcalfe, insomma, non ha ancora stancato l’eclettico Peter, cui vanno comunque riconosciute classe e astuzia imprenditoriale nell’allestire fruttuosi riciclaggi.
Non si affermerà, in questa sede, che “gli originali erano meglio”: forse è così, ma voler negare a un genio assoluto come Gabriel il piacere e la gioia di riplasmare sulla base di una sensibilità non necessariamente più “matura” la materia dai lui creata illo tempore sarebbe ingeneroso. Non è però indice di mancanza di riguardo rilevare che alcuni pezzi mantengono inalterato il loro fascino, mentre altri paiono non trovarsi del tutto a loro agio nelle nuove vesti: per carenza o eccesso di pathos, perché non sempre la verve delle composizioni risulta esaltata, per qualche piccola bizzarria che fa pensare all’esercizio di stile. Dopo la prima reazione di stupore, e a volte incanto, ci si trova a fare i conti con i “se” e i “ma”, e non è una bella cosa.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.687 dell’ottobre 2011

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