Stone Gossard

Nato a Seattle il 20 luglio del 1966, Stone Gossard non è solo uno dei due chitarristi dei Pearl Jam, ma ha suonato anche con Green River, Mother Love Bone, Temple Of The Dog e Brad. Ha inoltre firmato due album a suo nome, dei quali questo qui trattato – in una recensione di quindici anni fa – è il primo; il secondo, Moonlander, è invece del 2013, e mi sa che fino a pochi minuti fa ne ignoravo l’esistenza, oppure l’avevo del tutto rimosso.

Gossard copBayleaf (Epic)
Ben lungi dall’essere, almeno abitualmente, operazioni davvero proficue sul piano commerciale, i lavori solistici dei componenti di band famose rappresentano per i titolari preziose opportunità di liberare aspetti “inediti” della loro personalità artistica: aspetti che magari, per mille ragioni, sono di norma soffocati dalle dinamiche, dagli equilibri e dalle convenienze del progetto di equipe. Ecco perchè tali prove risultano molto spesso dissimili da quelli del gruppo-madre, quasi che i loro artefici abbiano voluto temporaneamente cambiare aria o prendere un po’ le distanze da un ruolo nel quale ovviamente si riconoscono ma non al punto di volervisi imprigionare.
Alla più che consolidata regola non sfugge neppure questo Bayleaf di Stone Gossard, una delle due chitarre dei Pearl Jam, che arricchisce la serie di esordi in proprio realizzati negli ultimi anni da musicisti eccellenti della scena rock d’oltreoceano (ad esempio, James Iha degli Smashing Pumpkins, Jerry Cantrell degli Alice In Chains e Steve Von Till dei Neurosis, non volendo contare i casi anomali di Greg Dulli, Dave Navarro e Thalia Zedek): dieci episodi, composti nei ritagli di tempo in circa quattro anni, che assecondano piacevolmente i capricci di un’ispirazione polimorfa muovendosi nell’ambito di una canzone d’autore strettamente imparentata con il roots rock ma non per questo disposta a battere senza deviazioni la strada maestra delle radici. Il risultato è un album multicolore ma in fondo omogeneo (a parte le stranezze filo-caraibiche di Cadillac), valorizzato dagli interventi raffinati ma non ridondanti del produttore/jolly Pete Droge, dove Gossard si destreggia abilmente tra diversi strumenti e canta con attitudine e timbrica a tratti vagamente neilyounghiane sette brani; negli altri tre, fra i quali il suggestivo singolo apripista Unhand Me (forse il momento “più Pearl Jam”), il microfono è invece affidato all’amico Ty Wilman (chi ricorda i Green Apple Quick Step?), le cui performance più canoniche rendono la scaletta ancor più varia e godibile.
È un titolo a cui si può rinunciare, questo Bayleaf, ma non ci sono dubbi sul fatto che la sua onestà e le sue armonie aggraziate sapranno certo riscuotere consensi non di circostanza presso molti appassionati di musica suonata con il cuore. Per il resto, nessuna sorpresa: che Gossard fosse un autore di rango lo avevamo già appreso dai dischi dei Pearl Jam.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.455 del 25 settembre 2001

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “Stone Gossard

  1. DaDa

    Visto che non amo i PJ, apprezzo maggiormente le uscite di Gossard solo o con i Brad, i quali, a dispetto della qualità dei loro dischi, mi pare non abbiano goduto dell’adeguato riscontro di pubblico/critica.

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