Radiohead

Per vari anni, pur frequentandone puntualmente i dischi, non ho scritto nulla di esteso a proposito dei Radiohead; non mi obbligava nessuno e non volevo correre il rischio di essere condizionato dall’antipatia che, a pelle, prov(av)o nei loro confronti. La mia prima recensione è stata, pensate un po’, quella di In Rainbows, alla quale seguì quella di The King Of Limbs e, adesso questa di A Moon Shaped Pool. Nella quale spiego in modo abbastanza dettagliato perché la band di Thom Yorke continua a ispirarmi, istintivamente, un certo senso di fastidio.

Radiohead copA Moon Shaped Pool (XL)
Impossibile negare che i Radiohead siano una delle band più significative e “centrali” dei giorni nostri, e che la loro musica sia ben organizzata, interessante, di qualità. Però, appunto squisitamente personale, vorrei che gestissero la loro (notevole) carriera in altro modo, ovvero accantonando il marketing che è ormai da un bel pezzo indissolubilmente legato a ogni loro atto artistico. Non so che farci, ma odio questo loro proporre nuovi album “a sorpresa” pubblicandoli prima come download (in questo caso, l’8 maggio) e dopo nei supporti fisici (il 17 giugno; per settembre è stata però annunciata un’edizione speciale con artwork più ricco e due brani extra); aborro i loro trucchetti promozionali tipo eclissarsi da Internet per riapparirvi da lì a breve, così come la cortina fumogena di anticipazioni, rivelazioni e mezzi misteri che accompagna più o meno tutto ciò che fanno; non riesco a non provare irritazione di fronte a quelle che – provate a smentirmi – paiono manifestazioni di snobismo e arroganza; non ultimo, ritengo eccessivo che la comunità rock (e dintorni) accolga ogni loro trovata con scene di isteria collettiva analoghe a quelle che a Lourdes o a Medjugorje saluterebbero l’eventuale apparizione di Maria Vergine. I fatti, però, confermano che le strategie pagano eccome, e pertanto i cinque furbacchioni – gli stessi, da più di tre decenni – fanno benissimo a non smettere di applicarle, con buona pace di noi “vecchietti” incapaci di adeguarci senza disagio a certe logiche del mondo moderno.
Dunque, riflettori puntati sul nono album di studio della band di Thom Yorke, che segue di cinque anni The King Of Limbs e di ventitré l’esordio Pablo Honey. Un disco non monumentale/epocale ai livelli indicati dai fan come sempre poveri di senso della misura, ma tuttavia ispirato, solido, abbastanza diverso dagli altri del gruppo da suscitare come minimo curiosità e al contempo abbastanza affine ad essi da far parlare di continuità con il passato; del resto, quasi l’intera scaletta è composta da brani scritti anche molti anni fa, lavorati con calma dal settembre del 2014 assieme all’immancabile produttore Nigel Godrich. Ecco allora quasi cinquantatré minuti di trame fluide, avvolgenti, evocative e dal mood moderatamente “spettrale” nelle quali elaborazioni sintetiche, orchestrazioni eleganti ma prive di ridondanze, ceselli chitarristici, ritmi ipnotici, cori di misurata solennità e la voce come al solito persuasiva di Yorke si amalgamano in un equilibrio perfetto. Più che agli ultimi capitoli, la mente va a Kid A o Amnesiac, ma se quelle canzoni lasciavano trasparire una granitica autorevolezza, da A Moon Shaped Pool sembrano emergere delicatezza ed emotività, peraltro in piena armonia con l’estrema cura evidentemente dedicata ad arrangiamenti che nella storia dell’ensemble non erano forse mai stati così ricercati e complessi. Benché godibilissimo, il programma ha assai poco a che spartire con il pop più o meno “deviato”: solo Burn The Witch, il primo singolo, possiede qualcosa di vagamente radiofonico, mentre il resto – parziali eccezioni, Ful Stop e Identikit – si direbbe votato a un trance-rock di quelli che non “acchiappano” al primo ascolto. A scanso di equivoci, comunque, un gran bel trip, da vivere intensamente nell’attesa di apprendere se questo sarà davvero, come si ventila, l’album d’addio del gruppo; soprattutto, per la curiosità di scoprire in quale strampalato modo la decisione verrà comunicata.
Tratto da AudioReview n.376 del giugno 2016

Annunci
Categorie: recensioni | Tag: , | 5 commenti

Navigazione articolo

5 pensieri su “Radiohead

  1. Massimo Parravicini

    Più o meno per i motivi da te citati, non li sopporto più dai tempi di Kid A – Visti live nel 1994 e nel 2000, non sembravano più la stessa band

  2. Massimo Sarno

    Al di la` delle discutibili strategie promozionali, , ritengo che discutere un gruppo come i Radiohead in tempi in cui la buona musica e` una merce molto rara sia un atteggiamento vagamente snobistico e autolesionistico.
    Non ho ancora ascoltato l’ultimo disco e non mi sono mai considerato un fan terminale del gruppo ( per la verita` non sono fan terminale di nulla ); sono pero` convinto che nella valutazione critica di un lavoro debba far testo, piu` che la simpatia che il recensosore prova per l’artista, la qualità ` della musica. Mi sembra, nel caso dei Radiohead, che almeno fino a IN RAINBOW su questo punto ci sia poco da eccepire.

    • Infatti sulla musica ho sempre avuto ben poco da ridire, anche se appartengo alla categoria di quelli che li apprezzavano maggiormente all’inizio della carriera. Pure i due dischi dopo “In Rainbows” sono di pregio. Le mie considerazioni sulla simpatia/antipatia sono accessorie e dichiaratamente personali, quelle sul marketing rientrano invece nella critica vera e propria, non musicale ma paramusicale. 🙂

  3. Massimo Sarno

    La distinzione che fai e` assolutamente opportuna; le strategie di marketing, pur rientrando in un contesto extra-musicale, appartengono a quel genere di argomenti che chi scrive di musica non puo` comunque permettersi di ignorare.

  4. DaDa

    Fatto sta che comunque i Radiohead dividono ( buona cosa direbbe Oscar Wilde) gli appassionati. A parte i fan terminali ( categoria comunque disprezzabile), ogni “rockettaro” ha il suo disco up ed il relativo disco down della band inglese ( nel mio caso alla prima categoria appartengono Kid A e Amnesiac), ma non si può disconoscere l’importanza e l’influenza nella musica pop di Yorke e soci.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: