Iggy e gli Stooges, 1947-1971

Nella primavera del 2009 decisi di dedicare la copertina del “mio” Mucchio Extra all’Iggy Pop che tanto venero, e allo scopo preparai una lunga, dettagliata monografia, com’era nello stile della rivista. Uno degli articoletti “laterali”, dal taglio piuttosto personale, l’avevo già recuperato qui (mentre qui e qui si possono trovare un’intervista e una recensione), ma in questa sede mi fa piacere riproporre le due parti iniziali del testo principale, che raccontano la vicenda degli Stooges, con relativi prodromi, fino allo scioglimento del 1971; circa tredicimila caratteri che mi sono costati sangue, sudore e lacrime, ma dei quali sono, sì, quasi soddisfatto.

Stooges fotoInnocent world
Vivevo in un mondo innocente / Avevo una macchina e una bella ragazza bionda / Eravamo troppo giovani per sapere cosa stavamo facendo / E comunque stavo solo cazzeggiando / Mondo innocente / Con una graziosa scimmietta sulla schiena / E un totale disinteresse per i fatti / Fuggirei e non ritornerei mai indietro / dal mio mondo innocente”. Il testo vagamente nostalgico di Innocent World, edita nel 1996 in Naughty Little Doggie, non può che riferirsi all’adolescenza e post-adolescenza – una trentina d’anni prima, grossomodo – di James Newell Osterberg jr., vissuta tra Ypsilanti e la limitrofa Ann Arbor, immediate vicinanze di Detroit. Figlio (unico) di un’impiegata e di un’insegnante di quelli severi, il giovane Jim era cresciuto con la sua famiglia in una roulotte: scelta eccentrica del padre, non dovuta a difficoltà economiche, che non gli aveva comportato problemi, al di là degli sfottò di qualche bulletto dai quali sarebbe comunque derivata l’insofferenza verso i prevaricatori e i cliché della “normalità”. Studente modello, il futuro Iggy: serio, intelligente, portato per la lingua e gli sport (nuoto, atletica leggera, golf) ma assolutamente non secchione. L’ironia e la simpatia, uniti a un’ottima dialettica, lo rendevano anzi assai popolare fra i coetanei, nonostante gli atteggiamenti presuntuosi; tutti erano sicuri che avrebbe fatto molta strada, come rimarcato dai successi ottenuti, negli anni del liceo, nell’ambito della politica scolastica. A ostacolare una luminosa carriera integrata nei meccanismi della società cosiddetta benpensante intervenne però la passione per il r’n’r, maturata nel 1961/1962 quando il quattordicenne Osterberg – era nato il 21 aprile 1947 – aveva fondato con l’amico Jim McLaughlin i Megaton Two, duo chitarra/batteria che oggi si definirebbe “alla White Stripes”; era lui a sedere ai tamburi ed era stato sempre lui a chiamare The Iguanas – perché, a suo dire, l’iguana era “l’animale più figo” – la nuova band che i due amici avrebbero presto allestito ampliando l’organico a un secondo chitarrista, un bassista e un sassofonista. Classico ensemble proto-garage (o, se preferite, frat rock) con tanto di divise di scena uguali, gli Iguanas ebbero il loro momento di gloria locale nell’estate del ‘65, con un repertorio a base di cover (Chuck Berry, Beatles, un po’ di surf) e qualche brano originale, fra i quali uno firmato dal batterista (Again And Again) che era stato in lizza per essere utilizzato come lato B di Mona (di Bo Diddley) per l’unico singolo del quintetto, uscito sempre in quell’anno; eventuali feticisti possono reperirlo, assieme ai due del 45 giri e vari demo, nell’album The Iguanas (Norton, 1996).
Fu proprio dopo quella calda e divertentissima estate che il diciottenne James, fresco di diploma di High School e in procinto di iscriversi ai corsi di antropologia dell’Università del Michigan, prese a coltivare il suo lato più stravagante, senza però rinunciare agli interessi di tipo intellettuale e alle ragazze che da sempre gli ronzavano attorno. Fra le prove e i concerti dei Prime Movers (un solido combo di area blues) ai quali si era unito alla fine del ‘65 e con i quali sarebbe rimasto fino all’autunno dell’anno seguente, l’occupazione part-time nel negozio di dischi del manager dei Rationals e l’avvio di un rapporto via via più disinvolto con le droghe, tutto conduceva inesorabilmente alla catarsi della natura eccentrica che Iggy – ormai soprannominato così a causa del suo gruppo di provenienza – aveva fino ad allora (volontariamente?) nascosto dietro la facciata di ragazzo “a modo”. Un processo accelerato dalla rapidissima rinuncia dall’università, dallo scampato pericolo del servizio militare (evitato, come altri musicisti del Michigan, simulando abilmente derive sociopatiche), da un soggiorno a Chicago per inseguire il “sogno blues” e soprattutto da nuove amicizie poco raccomandabili: in primis, i fratelli Ron e Scott Asheton, giunti nel ‘63 ad Ann Arbor, da Davenport Island, dopo la morte del padre. Con loro, rispettivamente di uno e due anni più giovani di lui, Iggy divise nel magico 1967 lo spaccio di marijuana, l’affitto di un appartamento nel campus e l’abuso di acidi: un clima di deboscia che avrebbe generato una band comprensibilmente priva di freni inibitori, alla quale – in onore ai comici The Three Stooges, dei quali Ron Asheton era fan sin da bambino – venne impartito il nome The Psychedelic Stooges. Iggy ne era cantante, Ron chitarrista e Scott batterista, con il basso affidato a Dave Alexander, un amico di Ron: quattro degenerati che, tra uno sballo e l’altro, si apprestavano prima ad accennare e poi via via a perfezionare un quadro rock tra i più cupi e conturbanti della loro epoca, negli stessi mesi in cui, sempre nella Motor City, gli MC5 stringevano un patto d’acciaio con l’agitatore culturale John Sinclair per varare il loro tentativo di rivoluzione al grido di “kick out the jams, motherfuckers”. Istanze politiche sovversive a braccetto con la vocazione a sesso, droga e r’n’r, come imposto dalle logiche hippie ai tempi diffusissime specie in California: figli dei fiori pure a Detroit, dunque, ma fiori del male.
L’avventura degli Psychedelic Stooges prese ufficialmente il via, dopo mesi di prove, nella notte di Halloween del 1967, con una stonatissima performance casalinga all’insegna di rumorosi brani strumentali screziati di stramberie sonore. Si snodò poi per l’intero 1968 fra eccentricità sia musicali che sceniche, puntualmente proposte in assortite situazioni live organizzate dal quartier generale, una fattoria appena fuori Ann Arbor – battezzata Fun House – nella quale i quattro si erano installati con il manager Jimmy Silver, sua moglie Susan e chiunque avesse voglia di farsi risucchiare per un po’ nel vortice del disfacimento. L’organo sessuale del cantante, che nel 1971 il fotografo Gerard Malanga immortalerà in uno scatto in b/n divenuto storico, si mostrò per la prima volta sul palco – in tutta la sua proverbiale prestanza – in una di queste esibizioni, più precisamente quella tenuta al Mothers l’11 agosto: una contorsione troppo esagerata provocò la rottura dei pantaloni attillatissimi, con relativo arresto e cauzione pagata dal compassionevole papà Osterberg. E relativa pubblicità che trovò il suo naturale epilogo quando il talent scout Danny Fields, inviato dalla Elektra a ingaggiare gli MC5, assistette a uno show dei loro “fratellini minori” e non potè esimersi dal portarli alla corte dell’etichetta di Jac Holzman. Siglato il contratto, in ottobre, la band fu convinta a strutturare le proprie canzoni – che di solito nascevano da intuizioni del chitarrista – in modo meno dispersivo e più convenzionale, nonché a eliminare dalla sigla lo “psychedelic” che rischiava di apparire ormai superato. Con una felice intuizione, al gruppo fu consigliato un produttore inconsueto come John Cale, allora già in tensione con i “suoi” Velvet Underground: affascinato dalle idee e dalla personalità di Iggy, l’eclettico musicista gallese accettò con entusiasmo la sfida di provare a governare quella congrega di folli, e nell’aprile del ‘69 gli Stooges fissarono su nastro, tra l’Hit Factory e il Mastertone di New York, i pezzi che sarebbero finiti nel loro omonimo esordio. I mesi fra la firma dell’accordo e l’inizio delle session non erano comunque stati poveri di eventi: invitato nella Big Apple da Fields, che prestissimo sarebbe stato licenziato dalla Elektra (la stessa sorte sarebbe toccata agli MC5, poche settimane dopo l’uscita di Kick Out The Jams), Iggy aveva conquistato gli ambienti artistici della Big Apple e instaurato una focosa relazione sentimentale con Nico, che sarebbe stata ospite per un paio di settimane alla Fun House. In quegli stessi giorni, la sua ex Paulette Benson lo rese padre di Eric e si trasferì subito in California con il bambino: un ventiduenne tossico e aspirante rockstar non era esattamente la persona ideale con la quale costruire una famiglia.

Real cool time
Pubblicato in agosto, racchiuso in un’indovinata copertina doorsiana, The Stooges è semplicemente uno dei più straordinari debutti di sempre: otto episodi pesanti e abrasivi, fatti (ehm…) di cadenze ossessive e riffoni saturi, che eludono velocità e pienezza – sono anzi ipnotici e piuttosto scarni – ma vantano in compenso inquietudine, violenza repressa e quel mix fra nichilismo e apatia non a caso adottato anni dopo dal punk. Primitivismo e tribalismo bagnati di ricordi acidi e sviluppati in torbide litanie che accennano ma non definiscono i tipici schemi strofa-ritornello e muoiono in dissolvenze flagellate da chitarre sinuose… e, a fungere da collante, la voce malsana e indolente del front-man che si colloca da qualche parte tra Mick Jagger e Jim Morrison con una non trascurabile differenza: l’impressione che si riceve non è quella di un angelo caduto ma di un demone che non è mai uscito dall’inferno. Un vero sabba, The Stooges, che stende già con l’uno-due iniziale 1969/I Wanna Be Your Dog e che per tutti i suoi quarantacinque minuti non smette di suscitare emozioni ambigue: No Fun, Real Cool Time, Not Right e Little Doll ostentando asprezza e perversione, la lunghissima, rarefatta We Will Fall – impreziosita dalla viola di Cale – gettando un ponte ideale tra i Doors più sciamanici e i Velvet Underground, la bellissima Ann evocando ancora Jim Morrison in uno stupefacente contrasto tra la dolcezza della prima parte e le spigolose convulsioni di un finale che si sarebbe voluto ben più lungo.
Abbastanza snobbato dalle radio e non sempre incensato dalla critica, il disco vendette decentemente (attorno alle trentamila copie), mentre il culto del quartetto veniva alimentato da concerti sempre più estremi nei quali Ron Asheton sfoggiava uniformi naziste (una delle sue passioni, che marciava in parallelo a quella per le armi da fuoco) e Iggy – che aveva intanto contratto il suo primo matrimonio, con la diciannovenne Wendy Weisberg, conclusosi un mesetto dopo con un annullamento concordato – cominciava a infliggersi ferite e praticare con nonchalance altre forme di autolesionismo. Tali occasioni furono però propizie per verificare l’impatto dei brani già scritti per il secondo album, le cui session si svolsero negli Elektra Sound Recorders di Los Angeles nella primavera del 1970. Più consapevoli e sicuri delle proprie potenzialità, oltre che più compatti e aggressivi, gli Stooges ebbero un validissimo complice nel produttore Don Gallucci, un interno della Elektra che fra le altre cose aveva suonato le tastiere nella leggendaria Louie Louie dei Kingsmen: determinato a non soffocare l’energia brutale e la carica istintiva del gruppo, Gallucci organizzò lo studio in modo che tutti incidessero nella stessa sala simultaneamente, ricavando molte take di ogni pezzo. Nessuno stupore, insomma, che nel 1999 la Rhino sia riuscita a confezionare una “integrale” delle registrazioni, con tanto di false partenze e dialoghi, costituita dalla bellezza di sette (!) CD. E sette furono pure, per una durata complessiva di poco superiore ai trentasei minuti, le tracce inserite in Fun House, arrivato nei negozi in estate e accolto grossomodo come il suo predecessore: vendite sufficienti e recensioni altalenanti. Anni dopo l’album sarà consacrato come uno dei massimi capolavori rock, ma all’epoca il suo sound corrotto e urticante fu per lo più recepito come una freakerie fuori tempo massimo: troppo sudicio, troppo strano, troppo selvaggio. Colpa di tre assalti feroci come Loose, T.V. Eye e 1970, della cattiveria che trasuda dalle trame rock-blues di Down On The Street, Dirt e della title track, delle deliranti convulsioni free-rumoriste della L.A. Blues posta in chiusura (soprannominata the hippie ending: un trip, però, molto tormentato), uno dei due episodi nei quali fa capolino il sax dell’ospite Steven Mackay. A dispetto del titolo, in Fun House non c’è divertimento: c’è sensualità sconfinante a tratti nella lussuria, questo sì, ma c’è soprattutto una atmosfera di perenne minaccia (forse) dovuta alla scoperta da parte dei musicisti di sostanze da loro mai frequentate in precedenza come cocaina ed eroina. In certe faccende, è risaputo, la California è sempre stata all’avanguardia.
Per gli Stooges, che dal vivo si presentavano in sei (gli innesti erano Mackay e l’ex roadie Bill Cheatham come chitarrista ritmico), l’estate del 1970 fu un autentico disastro. Iggy, ora non più Stooge bensì Pop, licenziò prima Alexander – che a uno show, causa eccesso di assunzioni, era andato completamente in tilt: in sua vece venne reclutato un altro roadie, Zeke Zettner – e poi Mackay. Minato dalla dedizione alle droghe pesanti, l’equilibrio della band (e del suo entourage) si fece via via più precario, tanto che all’inizio del ‘71 l’organico aveva un’ennesima fisionomia: l’ex Chosen Few Jimmy Recca al basso e il ventiduenne texano James Williamson alla seconda chitarra. In estate il gruppo non esisteva però più, stroncato dagli squilibri chimici, dall’egotismo di Iggy, dal mancato esercizio da parte della Elektra dell’opzione per il terzo LP, dai debiti con l’etichetta per gli anticipi intascati e “investiti” in sballi. Con esso, da lì a poco, scomparve anche la Fun House, rasa al suolo per far spazio a un’autostrada.
Tratto da Mucchio Extra n.31 della primavera 2009

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