Shotgun Solution

Nel 1983, ventitreenne, avviai un’attività parallela di produttore artistico e fondai anche una piccola etichetta discografica chiamata High Rise (maggiori dettagli qui). Lo feci perché “dovevo” e non perché sperassi di guadagnarci e come da copione l’impresa fu economicamente fallimentare, ma sono comunque stati i soldi meglio “buttati” della mia vita. Adesso, trentatré anni dopo, gli amici Roberto Gagliardi e Pierpaolo de Iulis – ognuno alla sua maniera, due di quelli che si impegnano per tener vivo il fuoco del punk – mi hanno praticamente costretto a fargli ristampare il primo disco da me realizzato, l’unico 7”EP della ferocissima band romana Shotgun Solution, da tempo molto ricercato dai collezionisti di tutto il mondo (a quanto sembra, qualcuno ne ha persino confezionato un falso). Dato che tutti volevamo fare le cose per bene, ho tirato fuori dal mio archivio materiale a iosa: un brano inedito delle stesse session di studio, una serie di foto che nessuno a parte il fotografo (sempre io) aveva mai visto, qualche memorabilia. E ho scritto oltre 12.000 battute sulla breve ma intensa storia del gruppo, che hanno trovato posto nell’inserto pieghevole di otto pagine che correda la confezione. Eccone lo stralcio iniziale (ma il seguito è meglio), assieme alla copertina – approntata appositamente – del “nuovo” 7 pollici.

Shotgun Solution copDifficile se non impossibile spiegare nel dettaglio a chi era troppo giovane, o addirittura non c’era proprio, cosa fosse il mondo della musica italiana alternativa – o anche il mondo in genere – nel 1981. Me ne astengo, allora, e mi limito a dire che nella mia Roma nessun gruppo punk aveva ancora realizzato un disco; non mancavano i fermenti né la voglia, ma tutto era dannatamente complicato. Avevo ventun anni, in quel 1981. Da cinque conducevo trasmissioni rock in emittenti locali, da due collaboravo con riviste ed ero costantemente a caccia di idee che potessero smuovere le acque. Una, in particolare: pubblicare il primo vinile punk della Capitale, perché era assurdo che in tutta Italia se ne facessero – pochi, eh, ma si facevano – e nell’Urbe no. Mi serviva solo la band adatta, che a fine estate identificai negli Shotgun Solution. Il loro organico era per più di un verso improbabile, considerato come vi si mescolassero ragazzi di estrazione popolare e borghese, ma lo stile in bilico tra punk classico, hardcore e metal alla Motörhead era cattivissimo e travolgente. Me ne resi conto assistendo al mini-contest tenuto il 7 ottobre al Tube, un club del quartiere San Giovanni, dove il cantante Valter Veltre, il chitarrista Stefano Corsi, il bassista Roberto Chiappetta e il batterista Alberto Mecarolo si giocarono con Ulster 77 e Move la possibilità di aprire il concerto dei Dead Kennedys della sera dopo; fu Jello Biafra in persona a sceglierli, affidandogli così un ruolo attivo nel caos che si consumò sul palco del Much More (e purtroppo dopo, quando Valter, Stefano e Alberto furono aggrediti e malmenati dai buttafuori fascisti del locale). La fama derivata dalla pur breve esibizione gli consentì poi di suonare di spalla ai Discharge, nelle date di Firenze e Roma (rispettivamente 24 e 26 dicembre), con R.A.F. Punk e Traumatic, nonché di imbarcarsi per un tour di quattro date (Palermo, Catania, Messina, Cosenza) assieme a Gaznevada e Windopen.
Le mie infallibili agende riportano che andai per la prima volta nella cantina dove provavano, la stessa dei Raff, il 4 gennaio 1982; da subito si cominciò a parlare di un’ipotesi di 45 giri, e allo scopo ci incontrammo spesso nella (bella) saletta attrezzata vicino Via Cavour, uno dei luoghi di appuntamento della scena punk capitolina. Come produttore non avevo alcuna pratica, ma verosimilmente conoscevo più musica punk di tutti loro messi assieme; non ci furono dunque problemi a varare un bizzarro team nel quale il mio compito era indirizzare al meglio, senza soffocarla, la loro irruenza.
Tratto dalle note di Shotgun Solution – “1983” (Rave Up/Valium, 2016)

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