Anohni

Lo ammetto, ero piuttosto prevenuto. Non posso farci nulla, ma a me i cambi di nome irritano, e pertanto la trasformazione di Antony in Anohni ha d’istinto acceso in me la speranza che il suo disco mi avrebbe fatto schifo, onde poter dar sfoggio di caustica ironia. La considerazione che dietro la metamorfosi si celavano ragioni personali e non sensazionalistiche, e soprattutto l’ascolto dell’album, mi hanno poi indotto ad abbandonare ogni proposito battagliero.

Anohni copHopelessness
(Rough Trade)
Il nome Anohni potrebbe far pensare a un esordiente e sotto un certo profilo è in effetti così, ma la sostanza è ben diversa. Dietro questa nuova identità artistica e umana – i due aspetti non possono essere scissi – c’è infatti Antony Hegarty, figura tra le più interessanti e affascinanti degli ultimi quindici anni di musica; più o meno eccellenti i suoi lavori alla testa degli Antony And The Johnsons, con una menzione speciale per il secondo (I Am A Bird Now, 2005), numerosissime e sempre prestigiose le sue collaborazioni (da Lou Reed a Björk fino a Marianne Faithfull, Joan As Police Woman, CocoRosie, Hercules & Love Affair, Hudson Mohawke, Current 93 e Rufus Wainwright, passando per Battiato ed Elisa). Benché attivissima sul fronte dei “featuring”, dei concerti e dei dischi dal vivo, l’Antony ora Anohni non realizzava però un album di studio addirittura dal 2010 di Swanlights: una pausa eterna, per questi giorni di frenesia produttiva, che trova comunque giustificazione in una serie di cambiamenti personali e musicali dei quali rende ora conto Hopelessness. Dal titolo che evoca sconforto (il termine indica una disperazione da situazioni irrisolvibili), sentimento che naturalmente emerge pure dai testi (come al solito spesso critici nei confronti della società nella quale siamo costretti a muoverci), all’abbandono delle generalità, fino alle soluzioni sonore rivedute e corrette, tutto dice con estrema chiarezza di una trasformazione, di una (pur parziale) metamorfosi.
Dove prima dominava un sound neocameristico caratterizzato dal pianoforte, adesso le canzoni sono edificate su un’elettronica mai troppo algida, con ritmi che rimandano alla dimensione “da club” (di quelli intellettuali e “cool”, dove le “coatterie” non passano la selezione all’ingresso) e arrangiamenti di gran classe concepiti con i coproduttori Hudson Mohawke e Oneohtrix Point Never; una sintesi intrigante nella quale non mancano di affiorare elementi “del passato” (piano e archi fanno qua e là capolino) e nella quale Anohni sembra trovarsi perfettamente a suo agio, sfruttando una voce che non ha rinunciato del tutto al tipico falsetto ma che mostra uno spettro di timbriche più ampio. Il risultato globale è di quelli che possono lasciare il segno in chiunque, compresi coloro che rabbrividiscono al solo leggere la parola “dance”; e questo perché, se è vero che la maggior parte degli undici brani – a cominciare dai singoli Drone Bomb Me e soprattutto 4 Degrees – presenta cadenze piuttosto marcate, laddove il repertorio di Antony si basava su trame più aeree, lo è altrettanto che l’intera scaletta ha dalla sua uno squisito, irresistibile respiro filo-soul – un esempio per tutti, la magnifica Execution – che conferisce all’insieme un calore, una profondità, un’anima (appunto!) per nulla soffocati dalla raffinata eleganza di ogni intervento strumentale e canoro. Insomma, se sulla carta il desiderio – anzi, “la necessità” – di esprimersi in altra maniera poteva destare perplessità, alla resa dei conti si può serenamente affermare che gli eventuali timori non hanno alcuna ragione di esistere. Hopelessness è un’autentica meraviglia dalla quale farsi rapire e Anohni una fenice che risorge; anche se quelle lasciate da Antony non sono affatto ceneri.
Tratto da AudioReview n.375 del maggio 2016

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