Tutto Giorgio Canali

Canali fotoPuò sembrare un po’ una sciocchezza e forse lo è davvero, ma provo sempre una certa soddisfazione quando scopro di aver recensito tutti i dischi di qualcuno. È chiaro che, se un artista o una band mi interessano/piacciono, scriverne mi viene spontaneo, ma la constatazione di non aver saltato neppure un disco, in carriere pluridecennali, ha un sapore, come dire?, speciale. Nel club dei “sempre recensiti” c’è anche Giorgio Canali, musicista nient’affatto convenzionale con cui mi trovo, in modo assolutamente naturale, in piena sintonia. Adoro il suo modo di essere e apprezzo parecchio la sua musica, come si evince dalla carrellata che segue. In archivio ho anche almeno tre interviste (una, del 2011, è qui), mentre su fanpage.it è reperibile un articolo di approfondimento sull’ultimo disco.

Canali cop 1Che fine ha fatto Lazlotòz (C.P.I.)
È un bruttissimo segno, almeno di solito, quando i componenti di un gruppo iniziano a realizzare album solistici. Di solito, e nel caso di band nella norma. Ma visto che che i C.S.I. sono oggi come oggi un’entità virtuale, non c’erano davvero ragioni che ostacolassero il debutto in proprio di quel Giorgio Canali che da sempre ne è l’apprezzato ed eclettico chitarrista.
Eclettico, appunto. Ed eclettico, nonché abbastanza surreale, è anche questo Che fine ha fatto Lazlotòz?, quasi cinquanta minuti di estrose elucubrazioni compositive basate (naturalmente) sulle sei corde di Canali ma aperte ai diversi contributi dei numerosi e più o meno illustri ospiti: dodici momenti sonori che, pur nella loro evidente singolarità, non tradiscono il concetto di “canzone”, compattandosi o dilatandosi in strutture di sempre grande equilibrio dove c’è spazio per suggestioni visionarie ed energia rock, armonie oblique e aperture taglienti, solennità e minimalismo, poesia e (auto)ironia, il tutto condito di riferimenti alla Francia che vanno oltre l’ampio uso (ben sei brani) di liriche scritte nella lingua d’oltralpe. Aveva parecchie cose da dire, Giorgio Canali, e lo ha fatto in modo intenso e stimolante: con una voce forse non sempre autorevole ma adeguata alle circostanze, e soprattutto ideando architetture musicali colorate ed eccentriche come la bella copertina in stile futurista. Magari non proprio una pietra miliare della nuova musica nazionale, ma senz’altro qualcosa di ispirato e significativo, che non va assolutamente confuso con le classiche “alzate di cresta” dei troppi gregari insoddisfatti.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.333 del 22 dicembre 1998

Canali cop 2Rossofuoco (Gamma Pop)
Circa tre anni e mezzo fa avevamo lasciato Giorgio Canali a domandarsi Che fine ha fatto Lazlotòz? attraverso dodici brani dalle strutture rock poliedriche, oblique e surreali; brani anche bizzarri ma tutt’altro che campati in aria, in grado di mettere in luce un’urgenza espressiva assai accesa ma non abbastanza definita da far capire se il progetto potesse avere un futuro o non fosse invece un semplice sfizio, l’estemporanea dichiarazione di indipendenza di un musicista di sicuro meritevole di una visibilità autonoma dal suo ingombrantissimo gruppo. Oggi, l’uomo che fu il chitarrista dei C.S.I. ed è ora quello dei P.G.R continua a porsi lo stesso quesito a proposito di Lazlotòz, ma sembra meno ansioso di trovare la risposta; nell’attesa, ha concepito questi undici nuovi episodi che pur non soffocando l’indole rock selvatica hanno scelto un linguaggio più cantautoriale, dove la ricerca di maggiore accessibilità è rimarcata dalla riduzione dei testi in francese (solo tre: dimezzati, dunque, rispetto all’esordio), da performance vocali più misurate e da un suono dove gli spigoli e la carta vetrata appaiono più funzionali alle canzoni.
Un disco più equilibrato del predecente, Rossofuoco? In sintesi, questa e l’impressione. Anche, però, un disco nient’affatto banale e meno che mai di maniera, figlio di una vena poetica sempre piuttosto deviata e deviante ma più (ironicamente) sobria nelle trame strumentali così come nelle liriche (“non c’è niente da sentire qui / nei postriboli del post-rock anemici piagnucolano dentro i riverberi”, ad esempio, è una frase emblematica). E un disco comunque coraggioso nello sfuggire i cliché e nel raccontare storie di ordinario disagio dove la tensione – quando non esplode – serpeggia, e dove le ombre (mai troppo minacciose, peraltro) dominano sui lampi di luce. Non sappiamo al momento se questo CD è per Giorgio Canali il vero inizio di una carriera solistica che, nel caso, avrebbe ottime possibilità di essere più stimolante di quelle di tanti colleghi in teoria più accreditati. Sappiamo però che provoca forti suggestioni e che genera energia e calore, proprio come il fuoco del titolo. Che non è, naturalmente, di paglia.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.494 del 9 luglio 2002

Canali cop 3Giorgio Canali & Rossofuoco
(La Tempesta)
Benché le affinità tra i due artisti siano inferiori alle divergenze, invece dei PGR o dei C.S.I. – dei quali è ed è stato il chitarrista – Giorgio Canali mi fa venire in mente Federico Fiumani: sarà il modo in cui entrambi evitano il bel canto a favore di trame vocali (molto) spesso esasperate e abrasive, o che vantino un approccio poco convenzionale al testo in italiano, o che ricorrano a un rock la cui arma forse più efficace è la ruvida immediatezza, ma il parallelo mi sorge spontaneo; e questo nonostante le loro liriche si differenzino nel linguaggio tanto quanto nei temi trattati, nonostante l’approccio di Canali sia in genere più grintoso e complesso e nonostante la discografia dei Diaframma comprenda una ventina di titoli contro gli appena tre del suo collega.
Deliri da critico in preda ad ansie classificatorie? Non credo, ma non importa. Quel che importa, invece, è che questo terzo CD del musicista romagnolo, a seguire Che fine ha fatto Lazlotòz? del 1999 e Rossofuoco del 2002, è un’ulteriore tappa nel processo di definizione di uno stile personale e riconoscibile, molto efficace a dispetto della sostanziale semplicità dei suoi elementi costituitivi – voce, chitarre, basso e batteria, oltre alla tromba di Marc Simon in un pezzo e al Farfisa del Reverendo Sam in un altro – e brillante esempio di cantautorato davvero rock, spigoloso e nervoso (ma anche, quando occorre, melodico) nelle strutture sonore nonché surreale e intriso di ironia e gusto per la citazione (ma anche, quando occorre, caustico) nelle liriche. Sono indiscutibilmente canzoni, quelle di Giorgio e dei suoi tre Rossofuoco, ma canzoni per nulla banali: secche, taglienti, sanguigne e trascinanti, per lo più moderatamente torve e in qualche caso persino carezzevoli, che lasciano subito il segno con il loro impatto duro e crudo e con versi acuti (a proposito: niente più francese) dai quali tracima disillusione (si citino a mo’ di esempio il “Si può sapere dov’è / questo paradiso di pace e amore / Seguivamo tutti la stella del Nord / ma era un satellite militare” di Guantanamo o il “Sarà che non mi va di cercare risposte / che soffiano in un vento che non c’è” di quella Mostri sotto il letto che del repertorio qui proposto è certo uno dei momenti più ispirati). Inutile cercare, tra questi dieci episodi, il tipico singolo radiofonico o anche solo ammiccamenti di circostanza, ma inutile pure cercarvi furia cieca e nichilismo: a emergere dai quaranta minuti di Giorgio Canali & Rossofuoco sono invece la maturità e il (grande) talento di un songwriter e interprete che non ha paura di mostrarsi come è. Mente ben sapendo di mentire, o vive in un altro mondo, chi ha il coraggio di affermare che si tratti di un merito da poco.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.586 del 6 luglio 2004

Canali cop 4Tutti contro tutti (La Tempesta)
Arrivato al quarto capitolo della sua discografia in proprio, parallela all’attività come chitarrista dei CSI prima e dei PGR poi, Giorgio Canali non diverge dai canoni stilistici sviluppati con particolare brillantezza soprattutto nel precedente Giorgio Canali & Rossofuoco di quasi tre anni fa: quelli di un r’n’r chitarra-basso-batteria essenziale e graffiante – organizzato però in modo mai banale, tra atmosfere epico-nervose e ottimi spunti melodici – al quale si affiancano efficacissimi testi intonati con un personale approccio fra il solenne, il rabbioso e l’indolente. E sono proprio le liriche, giocate su rime fantasiose e ricche di immagini poco rassicuranti, il valore aggiunto di queste dieci canzoni, all’insegna di una denuncia sociale esplicita e al contempo visionaria per la quale non è esagerato scomodare il termine “poesia”. E considerare come un limite che vari episodi assomiglino, nelle strutture compositive, ad altri già ascoltati in passato da Canali e compagni, sarebbe davvero ingiusto nei confronti di un musicista capace di intuizioni notevoli, al quale – vi sembra poco? – va pure riconosciuto il merito di possedere uno stile personale e subito riconoscibile.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.634 del maggio 2007

Canali cop 5Nostra Signora della dinamite
(La Tempesta)
Per molti aspetti è il Canali di sempre, o almeno lo stesso del percorso compiuto a fianco dei Rossofuoco: un poeta rock nello stesso tempo lucido e visionario, disilluso e caustico eppure a suo modo dolce e propositivo, autore di liriche-capolavoro nelle quali argomenti “forti” e scomodi sono sviscerati attraverso efficacissimi slogan, citazioni da applausi, giochi di parole a dir poco geniali. Per altri versi, invece, è impossibile non accorgersi di come la furia iconoclasta delle musiche e (in parte) della voce si sia affievolita, con trame e toni meno lancinanti e frenetici ma sempre all’insegna di un’abrasività e una tensione fattesi più insinuanti e meno esplicite.
Quinto album con il nome del cinquantenne di Predappio – paese natale anche di Mussolini: il destino sa essere ironico – apposto in copertina, Nostra signora della dinamite urla meno ma si insinua di più, preferendo le ballate torbide e malsane agli assalti punk’n’roll. Questione di forma e non di sostanza, in ogni caso, perché al di là del linguaggio musicale adottato questi dieci brani cantautorali comunque spigolosi sono un vero e proprio trionfo del parlare in modo schietto e disturbante. Ma senza lasciare a casa il lirismo.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.558 del maggio 2009

Canali cop 6Rojo (La Tempesta)
Al di là dei giudizi che ciascuno può avere del suo approccio di sicuro poco accomodante, e della maggiore o minore qualità – mai deficitaria, però – della sua ormai ricca produzione discografica, è molto difficile non provare per Giorgio Canali ammirazione e affetto. Magari non si può evitare che qualche fesso, di fronte alla sua furia barricadera e alle rughe che ne solcano il volto emaciato, lo qualifichi come “reduce” un po’ patetico, che non sa rassegnarsi al trascorrere degli anni – sono ormai cinquantatré – e continua a urlare in un microfono, sostenuto da trame potentemente e spigolosamente r’n’r, la necessità di non arrendersi al (dis)funzionamento della nostra società… ma i fessi sono appunto tali e non bisogna dar loro retta. Sarebbe invece criminale non considerare l’ex chitarrista di CCCP-Fedeli alla linea, CSI e PGR, che da solista – cioè, accompagnato dai fedeli Rossofuoco – mette in scena uno dei più brillanti esempi di cantautorato italiano d’assalto di sempre: vigoroso nei suoni e ispiratissimo in testi che colpiscono duro, con i concetti espressi fra incazzatura, disillusione e amara ironia così come in una forma poetica nella quale rime da applausi, giochi di parole e gustose citazioni si susseguono a ritmi incessanti.
Sesto capitolo del percorso in proprio del musicista romagnolo, Rojo affronta per lo più temi politici, non tralasciando peraltro deviazioni verso il privato/personale. Lo fa soprattutto con veemenza, anche se a tratti – La solita tempesta in coppia con Angela Baraldi, Controvento, Treno di mezzanotte, Orfani dei cieli… – i toni si ammorbidiscono senza per questo perdere in intensità. Sul ponte della nave di Canali, insomma, del non sventola bandiera bianca: vicino al timone ci sono una chitarra (elettrica) ammazzafascisti come quella di Woody Guthrie e un vocabolario che, come potenza di fuoco, vale almeno come un uzi. È bellissimo che, nonostante la sporcizia del mare in cui è costretta a navigare, non si sia ancora stancata di sfidare le onde.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.686 del settembre 2001

Canali cop 7Perle per porci (Woodworm)
Chi conosce la carriera di Giorgio Canali con i Rossofuoco – utilizzare il termine “solistica” sarebbe un po’ ingeneroso nei confronti della band, determinante al fine dei risultati – sa bene cosa troverà in Perle per porci, benché per la prima volta si tratti di un album composto non da canzoni autografe ma da cover; chiaramente, cover in massima parte oscure e altrettanto chiaramente cover tanto canalizzate che sarebbe facilissime crederle tutte farina del sacco dell’ex Politrio, CCCP Fedeli alla linea, CSI, PGR e Post-CSI. Il “saccheggio” è invece avvenuto nei repertori più diversi: da gruppi new wave quali Plasticost, Luc Orient e Frigidaire Tango a cantautori (Eugenio Finardi, Francesco De Gregori, Fausto Rossi/Faust’O), da rocker contemporanei più o meno in vista (Le Luci della Centrale Elettrica, Santo Niente, Angela Baraldi, L’upo, Macromeo, Mary In June) fino ai francesi Corman & Tuscadu. Tale percorso “sentimentale”, all’insegna di una musica cruda, sferzante e torbida nelle trame strumentali così come in un canto che non lesina in grinta e abrasività, si snoda con pur eclettica coerenza, rispecchiando alla perfezione la poetica aspra e caustica immortalata dal chitarrista romagnolo nei cinque veri album prodotti a partire dal 2002; i testi non sono ugualmente espliciti e barricaderi, ma le attinenze non mancano e il disco può a tutti gli effetti porsi accanto a quelli che l’hanno preceduto senza dare l’impressione di essere un corpo estraneo o un escamotage per nascondere un eventuale blocco dello scrittore. Visto che Rojo risale ormai al 2011, sarebbe però il caso di approntare abbastanza presto un’inequivocabile conferma di buona salute compositiva.
Tratto da Blow Up n.214 del marzo 2016

Advertisements
Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

Navigazione articolo

2 pensieri su “Tutto Giorgio Canali

  1. miskin

    Bell’articolo ma manca Fatevi Fottere!! 🙂

  2. Sonica

    “La musica classica mi fa furiosamente incazzare, la musica contemporanea mi innervosisce e dopo picchio i bambini che non ho, il jazz mi fa venire i brufoli, l’etno e il folk scatenano in me ondate di razzismo fanatico che Borghezio mi fa ridere, la musica leggera mi diverte una volta su un milione… Quando metto un disco nel lettore, e’ sempre un disco che puzza di elettricita’, e’ piu’ forte di me ” Giorgio Canali
    Come si fa a non essere d’accordo? 😉

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

L'ultima Thule

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

8th of May

wild cats walk longer

Withnail e io

Il blog di Carlo Bordone

juveniledelinquentmusic

Hi NRG ROCK'N'ROLL!!!!!!!!!!!!!!!

BABYSNAKES di Massimo Del Papa

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

PELLEeCALAMAIO di Gianni Gardon

Parole in libertà: pensieri sparsi su ciò che mi ronza per la testa e ciò che mi gira attorno.

Nudespoonseuphoria's Blog

100 cover versions and a kitchen sink drama

Venerato Maestro Oppure

Il primo blog di Eddy Cilìa

BASTONATE

Dove la musica è ancora una ragione di vita (un blog di Federico Guglielmi)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: