Brian Fallon

Ogni tanto capita di dover modificare recensioni già scritte e consegnate al committente di turno. Di solito succede con dischi di artisti “importanti” che si suppone siano anche belli, ma che alla prova dell’ascolto deludono; a quel punto, il caporedattore o chi per lui stabilisce che se l’artista in questione non è proprio una superstar non ha senso dedicargli uno spazio ampio, di quelli riquadrati e magari con foto, e il pezzo viene tagliato. Mi è accaduto, di recente, con l’esordio da solista di Brian Fallon, del quale propongo adesso la recensione originale, più estesa di quella apparsa su Classic Rock.

Fallon copPainkillers (Island)
Mi rendo conto che l’affermazione deluderà più d’uno, ma il mio apprezzamento per i Gaslight Anthem – nei quali taluni, va ricordato, hanno visto più o meno i salvatori del rock – è sempre stato tiepidino; li reputavo la classica band per chi, innamorato di un certo sound, cerca disperatamente fra le nuove leve qualcuno in grado di entusiasmarlo alla pari dei vecchi maestri, e che pertanto vuole vedere per forza meraviglie laddove c’è solo “normalità”. All’inizio della loro storia discografica, durata sette anni e documentata da cinque album, i ragazzi parevano in effetti avere una marcia in più… ma poi sono via via decaduti, fino a quel GET HURT che nel 2014 ha toccato il nadir della parabola. Con il quartetto al momento “congelato”, dall’esordio solistico del leader Brian Fallon – trentasei anni da Red Bank, New Jersey – si attendevano dunque risposte chiare, per mettere nella giusta prospettiva il recente passato e provare a formulare qualche ipotesi per il futuro.
Le risposte sono arrivate sono forma di dodici brani per un totale di quarantuno minuti nei quali Brian Fallon veste i panni del più tipico dei cantautori rock americani, un po’ roots (molto più folk che blues) e un po’ pop; un prodotto buono per le radio e il pubblico di massa, insomma, dove l’energia è addomesticata e dove dominano le facili melodie, come ben esemplificato dal singolo A Wonderful Life o dalla Among Other Foolish Things che presto o tardi avrà di sicuro lo stesso ruolo. A scanso di equivoci, tutto è gestito con cura e lascia trasparire un senso di freschezza; tanto i pezzi più grintosi e vivaci quanto le avvolgenti ballad non accusano cadute di tono, le semplici strutture di chitarra, basso, batteria e voce organizzate assieme al coproduttore Butch Walker scorrono fluide e limpide, i testi non brillano per spessore ma nemmeno suscitano raccapriccio. Si arriva senza problemi alla fine della scaletta e ci si scopre a pensare “carino, ma tutto qui?”. Probabile che Fallon abbia voluto mostrare un altro aspetto della sua personalità o abbia semplicemente provato a far cassa… perché da uno che ha eletto come modello Bruce Springsteen sarebbe legittimo pretendere passione, sentimento, sudore e sangue, mentre ascoltando Painkillers sembra di avere a che fare con una sorta di controfigura di Don McLean. Che non era l’ultimo dei fessi, eh, ma che al confronto con il Boss è sotto di svariate categorie.
Tratto (in parte) da Classic Rock n.42 del maggio 2016

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