Prima di “Nevermind”

Il 24 settembre si festeggerà il venticinquesimo compleanno del più famoso e celebrato album dei Nirvana, che proprio in questi stessi giorni di un quarto di secolo fa era in fase di lavorazione. Recupero allora dall’archivio la seconda parte di un lungo articolo su Cobain e compagni (la prima, volutamente molto autoreferenziale, si può leggere qui) apparso nel 2004 sul Mucchio Extra che sintetizza la storia e racconta i dischi della band dalla nascita fino, appunto, a prima di Nevermind.
Prima di NevermindGrazie alle manie archivistiche che mi accompagnano (felicemente) dai tardi anni ‘70, sono in grado di dire con esattezza quando ho conosciuto sul serio, sotto il profilo musicale, i Nirvana: era martedì 4 luglio 1989, e il “fatale” incontro avvenne con l’acquisto in un negozio romano di una copia fresca di importazione di Bleach. Incontro che è coinciso, giorno più giorno meno, con la scoperta da parte del pubblico italiano della band, dato che dalle nostre parti le sue due precedenti uscite erano state una faccenda davvero molto underground: il 45 giri d’esordio Love Buzz/Big Cheese, edito in appena mille esemplari nel novembre 1988, era giunto in Europa in un numero limitatissimo di copie (abbastanza, in ogni caso, per finire sui tavoli redazionali delle riviste britanniche: il New Musical Express lo recensì con entusiasmo nel febbraio seguente, parlando non senza acume di “canzoni d’amore per gente psicoticamente disturbata”), mentre della Spank Thru contenuta in Sub Pop 200 si erano accorti – forse, vista l’agguerrita concorrenza in scaletta di Mudhoney, Soundgarden, Green River, Screaming Trees, Tad e quant’altro – solo i pochissimi che avevano acquistato quel costoso cofanetto celebrativo di tre 12”EP. Del resto, in quel periodo in cui il CD si stava facendo strada ma il vinile era ancora re, e in cui la diffusione delle notizie a proposito del mondo musicale alternativo (e non) dipendeva essenzialmente dalle riviste specializzate (Internet? Fantascienza), non tutti erano in grado di conquistare concrete attenzioni, specie con un singolo che aveva come principale attrattiva una cover della meteora olandese Shocking Blue – chi ricorda la loro Venus, del 1969? – e il contributo a una pur bella raccolta di artisti vari. Certo, i Nirvana vantavano credenziali più che buone: la provenienza dallo Stato di Washington e il contratto con quella Sub Pop nella quale già molti vedevano un ricco serbatoio per il rock dei ‘90 ormai imminenti, ma in quell’ambito gli occhi e le orecchie degli appassionati erano puntati su gruppi più rodati e in apparenza affidabili come Mudhoney (la loro Touch Me I’m Sick era rapidamente divenuta un piccolo inno) o Soundgarden, e anche alla stessa etichetta avevano l’aria di considerarli un gruppo di secondo piano.

Bleach copNel Belpaese, comunque, il primo LP di Cobain e soci si fece notare, eccome. Sulle pagine di Velvet, mensile dalla vita breve e travagliata, l’onore della recensione sul numero di settembre toccò a Eddy Cilìa, che non mancò di manifestare il suo apprezzamento. “Bleach è una discesa agli inferi scandita dal lento incedere del basso di Chris Novoselic e della batteria di Chad Channing e dei poderosi riff delle chitarre di Kurdt Kobain (nessun refuso, questo era il nome indicato nei credits NdI) e Jason Everman (anche qui nessun errore: pur non avendo preso parte alle session, Everman figurava nelle note e addirittura nella fotografia di copertina, NdI). L’omaggio alla lezione dei primi, ossianici Black Sabbath è lampante, così come evidenti sono le influenze del post-punk inglese più cupo. Le calde acque dell’hard, le cui sorgenti sono nel blues, e quelle fredde del dark miscelandosi condensano vapori pestilenziali. Un unico raggio di sole, About A Girl, Sixties-pop scintillante, balugina nelle orribili tenebre. Bel disco, ma non di quelli che viene voglia di ascoltare spesso. Per cuori intrepidi, anime tristi, giornate uggiose”. Ancor più esplicito, sulle pagine di Rockerilla dello stesso mese, fu Claudio Sorge, che si lanciò in uno dei suoi abituali e finanche esagerati panegirici. “Nirvana è pace dei sensi raggiunta attraverso il dolore fisico e spirituale, fino alla catarsi. Fino al dissolvimento sonoro per somma esponenziale di decibel. Due chitarre (ancora l’immancabile refuso, NdI), un basso, una batteria con doppia cassa. Fantasmi urlanti di Black Sabbath, Black Flag, Hüsker Dü, Swans, Slayer, Hendrix. La visione dei Nirvana è crudelmente spartana, spietata, analitica. È puro art-metal, scomposizione e ricomposizione geometrica di riff in acciaio temperato; materiale mai visto in giro, metalli sconosciuti tenuti assieme da collanti ritmici a presa ultrarapida. E i carpentieri che lavorano a queste nuove costruzioni sono individui nervosi e geniali”. Con meno fantasia ma con quasi pari convinzione, Massimo Guarducci scrisse a novembre su Il Mucchio – ai tempi rivista di orientamento più classic rock, che su certe uscite poteva quindi permettersi di arrivare con calma – che “questi quattro capelloni non sono l’ennesima band di replicanti delle gesta di Soundgarden e Mudhoney bensì il primo nuovo contributo per l’underground degli anni ‘90”, mettendo in evidenza l’abilità dei Nostri di legare assieme “le oscure geometrie del post-punk degli ultimi ‘70 corrette attraverso l’hardcore di questi anni in una sorta di mantrica psichedelia metallica” e lodando l’impostazione canora “che ricorda (molto vagamente) il primo Mars Bonfire (Steppenwolf) oppure Sean Bonniwell dei preistorici Music Machine”. E io? Me ne occupai su Audio Review in occasione dell’uscita in CD, premiandolo con un 8,5 e non lesinando in aggettivazione immaginifica . “Musica da trance infernale, dove danzano spettri evocati da una ritmica ipnotica, da chitarre graffianti, da un canto aspro e sofferto e da atmosfere intrise di passionalità perversa: un sound, dunque, dall’impatto sia fisico che cerebrale, che pur mostrando la sua discendenza dagli anni ‘70 ha il pregio di distendersi lungo traiettorie magari non inedite ma almeno abbastanza personali. E Bleach, esordio adulto del quartetto, ha tutte le carte in regola per raccogliere meritati consensi con i suoi undici episodi malati e ricchi di conturbante misticismo”.

Non senza difficoltà, si andò così a scavare nel passato dell’ensemble, facendo emergere un tot di dati. Ad esempio, che i Nirvana erano nati “ufficialmente” all’inizio del 1987 come Skid Row e con un organico comprendente il quasi ventenne Kurt Cobain e il quasi ventiduenne Chris Novoselic – conosciutisi circa un anno prima grazie alla comune passione per le glorie locali di Aberdeen, i Melvins – oltre al batterista Aaron Burckhard; che la band era entrata nell’orbita della Sub Pop per volontà di Jonathan Poneman, colpito da un demo che Kurt e Chris, con Dale Crover dei Melvins alla batteria, avevano inciso nello studio di Jack Endino nel gennaio del 1988 (da lì provengono la Mexican Seafood inserita nel 1989 nel 7”EP Teriyaki Asthma della C/Z e la Beeswax finita nel 1991 in Kill Rock Stars, biglietto da visita dell’omonima label di Olympa); che il nome Nirvana era stato adottato nel marzo del 1988 quando ai tamburi siedeva Dave Foster, e che il drummer Chad Channing – coetaneo di Cobain – si era unito al trio due mesi dopo; che al momento della pubblicazione in Gran Bretagna di Bleach, agosto 1989 (negli USA aveva visto la luce il 15 giugno), oltre ai tre brani di cui sopra il gruppo aveva alle spalle qualche decina di concerti nell’Ovest del Paese caratterizzati da comportamenti distruttivi nei confronti degli strumenti, e un tour promozionale americano di quasi trenta tappe rimasto però tronco a causa della necessità di allontanare un Everman ormai non più in sintonia con i compagni (per la cronaca, la sua chitarra è stata immortalata in un unico pezzo, la cover di Do You Love Me? approntata per il tributo ai Kiss Hard To Believe); che le registrazioni dell’album, scaturite da varie session con un otto piste realizzate ai Reciprocal Recording sempre con l’assistenza di Endino (l’eminenza nient’affatto grigia del sound di Seattle, già universalmente noto come grunge), era costato la miseria di seicento dollari.

Riascoltato con il senno di poi, Bleach fa ancora la sua figura. Un album abrasivo, cupo, crudo e feroce, pressoché privo di concessioni commerciali convenzionalmente intese, dove compattezza hard, ruvidezze punk, aperture alla psichedelia meno onirica, tracce della new wave prossima al dark e liriche in stile cut-up alla William Burroughs (tre anni più tardi Kurt “ringrazierà” l’anziano maestro accompagnandolo alla chitarra nell’EP The “Priest” They Called Him, edito dalla T/K nel 1993) dove è difficile trovare un senso logico (a spiegare le ragioni dell’incomprensibilità provvederà lo stesso Cobain con un eloquente “qualche volta neanch’io sono in grado di capire di che cosa parlino le mie canzoni”); senso logico che comunque, seppure sviluppato in modo “poeticamente” poco rigoroso, esiste, ed è ovviamente il risultato di quella teenage angst che Kurt non poteva non soffrire in quanto figlio di genitori separati, oppresso dalla noia e della subdola violenza della vita di provincia, chiuso nel carattere e alle prese con problemi di assortite dipendenze. Coacervo tutt’altro che confuso di ritmi ipnotici, chitarre sputa-riff sferraglianti e voce spesso al vetriolo, il primo 33 giri dei Nirvana si presenta carico di tonalità basse, di trame melodiche nascoste dietro muri di metallo urlante (si ascoltino episodi quali Blew o School, in quest’ottica emblematici), di strutture “ottuse” (con Floyd The Barber, Negative Creep o la tenebrosissima Paper Cuts come esempi più eclatanti), con la gemma di pop deviato About A Girl – sul piano della scrittura, una sorta di prova generale per Come As You Are – a rischiarare atmosfere di altrimenti monolitica gravezza.

Fra il settembre del 1989 e il maggio del 1990, quando l’insoddisfatto Channing venne estromesso dalla formazione, la carriera dei Nirvana fu un inarrestabile ottovolante: valanghe di date negli Stati Uniti, in Europa e ancora negli Stati Uniti, e alcune session che fornirono brani per l’EP inglese Blew (gli inediti Stain e Been A Son, prodotti da Steve Fisk, il primo ossessivo e il secondo insolitamente frizzante) e – con Butch Vig per la prima volta in console – per l’album-tributo ai Velvet Underground Heaven And Hell Vol. 1 (una malatissima Here She Comes Now) oltre a tracce in seguito utilizzate per il secondo album. Per non arrestare una macchina ormai lanciatissima, Kurt e Chris si rivolsero così al solito Dale Crover dei Melvins per un tour della West Coast, instaurando una relazione che più avanti diede altri ottimi frutti; fu invece Dan Peters dei Mudhoney a percuotere piatti e pelli per Sliver, nuovo brano di grande robustezza ma dall’altrettanto deciso respiro pop che la Sub Pop immise sul mercato in settembre come 45 giri; sul retro la non meno valida Dive, dai nastri di Vig, che con il suo abbraccio di punk e metal è semplicemente perfetta per illustrare a eventuali ignari cosa si intenda per “grunge”.

In quei giorni, mentre tutti si attendevano l’annuncio dell’assunzione in pianta stabile di Dan Peters (o di J. Mascis dei Dinosaur Jr.), i Nirvana trovarono il loro batterista definitivo in Dave Eric Grohl, ventiduenne dell’Ohio che si era fatto le ossa nella band hardcore Scream: fu lui, in ottobre, ad affiancarsi a Cobain e Novoselic per il breve tour britannico che diede al gruppo la soddisfazione della sua prima John Peel Session (le riletture di Turnaround dei Devo e Son Of A Gun e Molly’s Lips dei Vaselines finite in Incesticide vengono da là, così come la D-7 dei Wipers inclusa solo nel CD-EP giapponese Hormoaning) e gli consentì di toccare con mano l’enorme interesse che gli stava montando attorno. Non a caso, in novembre, i Nostri si legarono alla Gold Mountain (un’affermata agenzia per la cura dell’immagine) e nell’aprile 1991 formalizzarono il contratto definito già da mesi con la Geffen; alla band toccò un anticipo di circa 300.000 dollari, mentre alla liquidata Sub Pop ne spettarono 75.000 (più una royalty sui dischi successivi per vendite superiori alle 100.000 copie: è da qui, insomma, che deriva la floridezza economica di Pavitt e Poneman) oltre alla facoltà di pubblicare un ultimo singolo: la scelta, dopo parecchie titubanze, cadde su una cover di Molly’s Lips incisa nel vivo con Channing nel 1990, che fu accoppiata a un brano dei Fluid. I Nirvana non erano più gli stessi, e di lì a pochissimo non lo sarebbe stato neppure il mondo.
Tratto da Mucchio Extra n.13 della primavera 2004

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