Last Shadow Puppets (2016)

Come sa chi mi conosce bene o almeno ha letto queste cose qui, ho amato moltissimo i Last Shadow Puppets del primo album ed ero comprensibilmente assai curioso di scoprire cosa avrebbero fatto in occasione del secondo. Dopo averlo appurato, ne ho scritto.

Last Shadow Puppets copEverything You’ve Come
To Expect
(Domino)
Sono trascorsi esattamente otto anni da quando, con The Age Of The Understatement, i Last Shadow Puppets estrassero dal cilindro un disco di pop “alto” tra i più ispirati, intensi, avvincenti e ben realizzati degli Anni Zero. La perizia, la classe e l’autorevolezza con le quali Alex Turner e Miles Kane, frontmen rispettivamente di Arctic Monkeys e Rascals, avevano accettato il confronto/sfida con certo immaginario musicale dei Sessanta – sintetizzando al massimo: Scott Walker – raccolsero un unanime, convinto applauso. Come i due ragazzetti poco più che ventenni fossero riusciti nella titanica impresa rimane un beato mistero, ma alla fine che importanza ha? L’album del 2008 è un classico: revivalista e retromaniaco quanto volete ma sempre classico, e per di più dimostratosi tale praticamente da subito. Un bel problema, dargli un seguito, e non a caso i nostri giovani predatori dei Sixties “perduti”, soprattutto perché pieni di impegni, si sono presi il loro tempo.
Con gli Arctic Monkeys in pausa, e con Kane fuori dalla sua vecchia band e titolare di due ottimi lavori da solista, si poteva però provare a tornare sul luogo del delitto: con lo stesso team, composto dal produttore/batterista James Ford e dall’arrangiatore Owen Pallett (sì, lui), più Zach Dawes dei Mini Mansions al basso, ma esplorando mondi diversi, perché una replica fedele dell’esordio sarebbe probabilmente stata un madornale errore. L’imperativo era sorprendere di nuovo e i ragazzi divenuti trentenni l’hanno fatto, ribadendo alcune delle direttive di base (l’estrema cura per i dettagli, la sobria raffinatezza degli arrangiamenti, i giochi di voci), ma attingendo spunti in un bacino più ampio dove gli echi dei ‘60 si intrecciano con quelli dei ’70 e persino degli ’80 in canzoni nel complesso meno maestose/solenni e più morbide/ammiccanti benché ritmicamente incisive, spesso in odore di soul; uno stile, insomma, assai più in sintonia con il secondo singolo (la title track, avvolgente e sensuale) che con il primo (il frenetico, livido Bad Habits), ricco di fascinose sfaccettature – nota di merito per il misurato tripudio di archi e fiati – e stupende melodie. Fra le influenze più o meno dichiarate, Style Council, Isaac Hayes e Todd Rundgren, ma c’è molto altro e, va sottolineato, le carte sono mischiate benissimo. E allora? Valutando con criteri oggettivi, uno straordinario, brillantissimo, appassionato esercizio di stile; sul piano del gusto personale, ammesso che a qualcuno importi, dubito che Everything You’ve Come To Expect potrà mai entrarmi totalmente nel cuore come avvenuto per il primo capitolo.
Tratto da Blow Up n.215 dell’aprile 2016

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