Blackboard Jungle

Come qualcuno avrà notato, da un po’ di tempo mi dedico con piacere alla realizzazione per conto di varie etichette di ristampe estese e prime stampe di rock italiano degli anni ’80; alcune in CD e altre in vinile, tutte corredate di note informative utili per contestualizzare dischi che per molti sono autentici oggetti misteriosi. Oltre a quelle di Plastic Trash, Plasticost, Aqua, Marbre Noir, Go Flamingo!, Bisca e Ride, ho riesumato antiche vestigia di gruppi da me prodotti per la mia High Rise: Flies, Fasten Belt e adesso Blackboard Jungle. Con questi ultimi realizzai nel 1989 un mini-LP ora edito per la prima volta in CD – l’etichetta è Area Pirata – con l’aggiunta di un sacco di bonus track tratte da demo del periodo; si intitola Silver Drops On Jesus’ Skull (And More) 1986-1989 e per presentarlo in questa sede mi sembra logico attingere una parte delle abbondanti ottomila battute del mio testo contenuto nel ricco libretto. Enjoy!
Blackboard Jungle foto
Le origini della band risalgono addirittura ai tardi ‘70, quando nella loro Brindisi Vincenzo Assante (voce e chitarra), suo fratello Fabio (batteria) e Giacomo Esposito (basso), studenti alle medie, cercavano di dare sfogo alla passione per la musica maturata attraverso Happy Days e i fascicoli diffusi ogni settimana nelle edicole della Enciclopedia del rock. La strumentazione precaria, il valzer di altri musicisti non meno improvvisati al fianco dei tre e il caos di influenze che dal r’n’r dei ‘50 si erano allargate a Edoardo Bennato, allo ska-revival di Specials e Madness, a Clash, a Ramones, a Police, ai Knack di My Sharona non costituivano un problema, e tutto procedeva. Lo zoppicante esordio sul palco giunse nel 1982, quando i miei futuri protetti si chiamavano Knaves e frequentavano i Trash, pionieri del punk cittadino, che non mancavano di elargire consigli e sostegno morale; dopo un annetto come Duckbills, il nome definitivo – ispirato all’omonimo film del 1955 con Glenn Ford (da noi, Il seme della violenza) – fu adottato fra il 1983 e il 1984, con la formula espressiva che aveva accolto ulteriori suggestioni provenienti da R.E.M., Bruce Springsteen, X, Gun Club, Cramps. In seguito, con le dimissioni del chitarrista Massimiliano Rea e l’ingresso di Gabriele Rinelli, il gruppo decise di fare più sul serio, approntando come biglietto da visita – si era già nel 1986, probabilmente in autunno – una cassetta con cinque brani registrati professionalmente.
Blackboard Jungle copFu con questo demo, inviatomi alla redazione del mensile Il Mucchio Selvaggio del quale al tempo ero caporedattore, che conobbi i Blackboard Jungle. Colpito dalla loro freschezza e dalla loro abilità di amalgamare stili diversi in pezzi che sposavano efficacemente grinta e melodia cominciai così a pensare di proporgli un disco per la High Rise, l’etichetta r’n’r che da un po’ avevo messo su con gli amici del negozio romano Disfunzioni Musicali. Nel giugno del 1987 approfittai dunque della rassegna per emergenti “Econcertologia”, della quale la mia rivista era sponsor e dove i Nostri avrebbero dovuto suonare (ma la loro esibizione saltò), per recarmi in una Melpignano non ancora resa famosa da “La notte della Taranta”. Nella memoria permagono solo sbiaditi flash, ma che l’incontro andò bene è provato dall’offerta di lavorare assieme che presentai ai ragazzi; ovvero, un 45 giri con Little Perversion sul lato A e Five Years sul retro, che ci sarebbe piaciuto realizzare pressoché subito, a novembre. L’improvvisa malattia e la scomparsa del papà di Giacomo ci obbligarono a modificare i piani, ma i rapporti rimasero stretti e i Blackboard Jungle proseguirono a fissare su nastro, senza fretta né preoccuparsi troppo della qualità tecnica, le loro canzoni ritenute migliori, per valutare eventuali soluzioni alternative. La bontà di quanto via via speditomi, unita alle crescenti difficoltà riscontrate nel promuovere e distribuire i singoli, mi spinsero quindi verso un mini-LP con i cinque episodi più significativi del repertorio, più la cover – da me suggerita – di Rain On The Scarecrow di John “Cougar” Mellencamp. Nell’agosto del 1988 scesi pure a Brindisi per verificare l’autenticità di quanto raccontatomi a proposito dei frequentissimi inseguimenti in macchina fra polizia e contrabbandieri di sigarette, ma soprattutto per ascoltare le versioni aggiornate in base alle mie indicazioni delle composizioni scelte; nel paio di notti trascorse allo scopo in strada non riuscii a vedere nemmeno una delle famigerate alfette targate Varese in fuga dalle forze dell’ordine, ma concordammo tutti i dettagli. Le session furono fissate a Roma, nello studio Pan Pot, con il sedici piste da me già proficuamente utilizzato per Magic Potion e Fasten Belt, nella settimana a cavallo fra gennaio e febbraio del 1989; nei mesi fino alla data fronteggiammo qualche piccola ansia, dato che in autunno Gabriele Rinelli lasciò i compagni per questioni familiari, ma per fortuna il suo sostituto Nicolò Barile si adattò alla grande e non ci furono rinvii. Al Pan Pot tutto filò liscio, e il disco non deluse le aspettative; il titolo, piuttosto surreale come da consuetudine del catalogo High Rise, era derivato dal buffo epilogo della mia presentazione nell’opuscolo che veniva fornito agli spettatori di “Econcertologia” – “Cristo è sceso più giù di Eboli e ha portato con sé una chitarra elettrica” – che i Blackboard Jungle avevano trasformato a mia insaputa in una specie di “inside joke”. Volevo qualcosa un po’ alla Flesh Eaters, e quella delle “gocce d’argento sul teschio di Gesù” mi parve un’immagine in sintonia e di sicuro effetto; ai quattro giovani rocker piacque così tanto che provvedettero a rincarare la dose indossando per la foto di copertina altrettante magliette con il volto di Cristo. E questo rafforzò la mia idea di essermi imbattuto in spiriti davvero affini e non solo in un’eccellente band.

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