Monster Magnet

Da qualche settimana sono in circolazione le ristampe “deluxe” di quattro album dei Monster Magnet: quelli dal secondo al quinto, usciti tutti su A&M fra il 1993 e il 2000. Di almeno un paio avrei anche le recensioni d’epoca, ma mi sembra più sensato recuperare questo ben più recente riepilogo generale.
Monster Magnet fotoQuando nel primissimo scorcio degli anni Novanta il termine “stoner” iniziò a diventare di uso comune, i Monster Magnet erano attivi già da un tot. Insomma, coevi e non emuli dei Kyuss, come implicitamente dimostrato dal fatto che i primi album di entrambe le compagini, dopo alcune prove minori di precaria diffusione, videro la luce nel 1991. Spine Of God, l’esordio della band del New Jersey da sempre collegata al cantante, chitarrista ritmico e songwriter Dave Wyndorf, non è però compreso in questo lotto di riedizioni “deluxe” – in formato doppio CD o 33 giri, quindi, con i secondi supporti riempiti di B-side, outtake, versioni alternative, session radiofoniche e pezzi dal vivo; il marchio è quello della Spinefarm/Universal – che si concentra sul periodo in cui l’ensemble era sotto contratto con la A&M. Ma come, una major? Nessuno stupore: all’epoca, complice il successo formidabile e per molti imprevisto di Pearl Jam e Nirvana, il vento tirava a favore del rock aspro e torvo, e tutte le multinazionali si lanciarono in campagne di “scouting” che solo in pochi casi diedero frutti concreti.
Ben lungi dall’essere campioni di vendite, i Monster Magnet conquistarono il disco d’oro con il quarto lavoro, Powertrip del 1998, in cui sono avvertibili i primi segnali di quella “coattizzazione” (è una specie di neologismo, ma ci siamo capiti) che avrebbe contraddistinto God Says No del 2001 e le successive, più deboli prove. Riscossero invece meno consensi con i titoli più brillanti del poker, Superjudge del 1993 e soprattutto Dopes To Infinity del 1995, all’insegna di un r’n’r ruvido, magmatico e torbidamente evocativo nel quale hard, psichedelia, blues e quant’altro si intrecciano senza soluzione di continuità; com’è logico che sia, i brani spaziano dal lancinante al solenne, dall’ipnotico al travolgente, dal granitico al rarefatto, dal feroce all’evocativo, per una sintesi della quale la Negasonic Teenage Warhead di Dopes To Infinity – che ventuno anni fa, grazie anche a un bel videoclip “fuori di testa”, contribuì parecchio alle fortune del gruppo – può essere considerata un significativo manifesto. Fra le bonus track, se per chiarire la questione delle “ascendenze” non bastassero le riletture di Brainstorm degli Hawkwind ed Evil di Willie Dixon/Howlin’ Wolf contenute in Superjudge, interpretazioni di classici di MC5, Stooges e Black Sabbath, con un’inattesa Black Celebration dei Depeche Mode a regalare momenti di sana e salutare destabilizzazione.
Tratto da Classic Rock n.41 dell’aprile 2016

 

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Categorie: recensioni | Tag: , | 1 commento

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Un pensiero su “Monster Magnet

  1. BullHead

    Immensi. Il primo EP omonimo del 1990, poi “Spine of God” e “Tab” li ho consumati ai tempi. Figli bastardi degli Hawkwind.

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