Remembering Shoegaze

Un paio di mesi fa la Cherry Red ha pubblicato un gran bel cofanetto dedicato al cosiddetto Shoegaze, fenomeno musicale fiorito circa un quarto di secolo fa e se vogliamo controverso, ma ancora oggi seguito, imitato e in qualche caso persino mitizzato. Potevo astenermi dal recensire il box? Ovviamente, no.

Still In A Dream copStill In A Dream
(Cherry Red)
La storia dovrebbero conoscerla almeno a grandi linee più o meno tutti, ma visto il contesto riepilogativo è magari il caso di esporla a grandi linee. Ufficialmente, il cosiddetto shoegaze nacque nel 1990, per inquadrare una nutrita schiera di gruppi soprattutto britannici innamorati di un sound che attingeva da un lato nel post-punk più avvolgente/evocativo e dall’altro nel pop psichedelico che dei Sixties recuperava la sostanza e non la forma. Traducibile come “quelli che si fissano le scarpe”, il termine voleva in origine deridere i musicisti legati al genere, che dal vivo non comunicavano con la platea ma, quasi immobili, si limitavano a guardare in basso. Snobismo? Magari per qualcuno anche sì, ma nella massima parte delle situazioni il comportamento rifletteva un’esigenza tecnica: serviva tener d’occhio, allo scopo di farle rendere al meglio, le complesse pedaliere di effetti per le chitarre, fondamento – più delle ritmiche ipnotiche e del canto trasognato – di brani che immergono l’ascoltatore in uno stato di “trance vigile”. Il fenomeno visse il suo momento di maggior gloria a cavallo fra gli ’80 e i ’90, per poi essere trascurato o assorbito nel calderone Britpop. Non è tuttavia mai davvero morto e, anzi, ha conosciuto fasi di rinascita anche recenti; il dream pop del quale oggi tanti parlano può legittimamente essere reputato, quantomeno un po’, sua progenie.
Questo notevole cofanetto confezionato dalla solita Cherry Red – ottantasette episodi stipati in cinque CD più librone con foto, informazioni e note di Neil Taylor – si è assunto l’arduo compito di celebrare quella che venne pure definita, sempre sfottendo, “la scena che celebrava se stessa”, per via dello spirito collaborativo e amichevole che accomunava i suoi esponenti. L’impostazione è fondamentalmente storica (una sola traccia per ogni gruppo, non tutti “shoegazer” in senso stretto ma va benissimo così), la scelta dei brani è apprezzabile, nell’arco temporale preso in esame (1988-1995) è coperto tutto quel che c’era da coprire, le sei ore totali presentano un quadro che è esplicativo della materia per il neofita e ricco di motivi di interesse per gli smaliziati in virtù dell’inclusione di parecchi nomi minori e/o fuori dal circuito principe del Regno Unito. Dei “grandi” ci sono Ride e Chapterhouse, Lush e Swervedriver, Telescopes e Catherine Wheel, Slowdive e Moonshake, Spiritualized e Boo Radleys, Curve e Moose, oltre ai “prime mover” Cocteau Twins, Jesus And Mary Chain, Loop, Spacemen 3, A.R. Kane, Pale Saints e House Of Love; in quest’orgia celestiale di distorsioni e riverberi, insomma, mancano solo i My Bloody Valentine, e non essendo possibile che siano stati dimenticati, l’unica ipotesi convincente è che loro (o chi per loro) siano stati tanto stronzi da negare la liberatoria per la pubblicazione di un pezzo.
Tratto da Classic Rock n.39 del febbraio 2016

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