(Francesco) Motta

Ieri sera sono stato al Quirinetta, che assieme al Monk è ormai “il” locale romano per un certo tipo di concerti. Il pavimento inclinato, con il palco in basso, garantisce una visibilità pressoché perfetta, il posto – un’antica sala da teatro – è accogliente, la qualità del suono è quasi sempre buona, nessuno si azzarda a fumare e l’unico vero problema, alla fine sono i troppi deficienti che chiacchierano, con voce altissima per sovrastare la musica, nell’area davanti al bancone del bar. Per circa un’ora e venti, come chiusura speciale del “Roma Folk Fest” (con Von Datty, Lilac Will e Lucio Leoni; ho visto solo quest’ultimo e mi è parso assai bravo), Francesco Motta e la sua ottima band – arricchita nell’occasione da Laura Arzilli al basso – hanno offerto un’esibizione di alto livello, con un sound eclettico ma sempre incisivo che ha forse avuto il top nei brani più ipnotici e screziati di trame filo-psichedeliche. Fra La fine dei vent’anni, brillante primo album da solista del cantautore toscano da qualche settimana in circolazione con il marchio Woodworm, e qualche recupero dal repertorio della precedente esperienza alla guida dei Criminal Jokers, si è avuta la conferma di come Francesco Motta abbia tutte le carte in regola per affermarsi a livelli ben superiori a quelli attuali… peraltro, nient’affatto disprezzabili, anche alla luce del “pienone” romano. Quando capiterà dalle vostre parti, non mancate l’appuntamento.

copertina promoLa fine dei vent’anni
(Woodworm)
Motta non è un gruppo né uno pseudonimo, bensì il cognome – il nome di battesimo è Francesco – del ragazzo riccioluto e ossuto che, non per vanità ma per coerenza con i contenuti del disco, è voluto apparire sulla copertina di questo suo esordio da solista. Possibile che di primo acchito non venga da associarlo ad alcunché, ma tra quanti seguono la nuova musica italiana alternativa/indipendente gode di notevole considerazione per i due album pubblicaati come leader dei Criminal Jokers, per la stretta collaborazione con Nada e per la presenza costante, dietro le quinte oltre che sotto le luci dei riflettori, nella “scena”.
Realizzato con la produzione artistica di Riccardo “Re Mida” Sinigallia, con il quale si è spontaneamente instaurato un autentico sodalizio creativo, La fine dei vent’anni è un lavoro estremamente vitale, la cui urgenza espressiva – che emerge evidentissima da testi trasognati e concreti assieme, nonché da interpretazioni canore più agre che dolci – non è soffocata da trame strumentali essenziali e raffinate dove l’elettronica caratterizzante ma non invasiva tipica della scuola romana (il marchio di Sinigallia) si lega a soluzioni elettroacustiche più ruvide e, se vogliamo, stranianti. Per un totale di trentasette minuti suddivisi fra dieci tracce, Francesco Motta ha allestito un ispirato, efficace tributo alla sua generazione, spaziando fra un’evocatività che non scade nel trip autistico, un’energia che resta sottotraccia, una tensione che striscia minacciosa. La scaletta vive di chiaroscuri e contrasti e non si fa mancare un paio di brani più immediati, e decreta l’autorevolezza di un cantautorato moderno che rimanda ad altre esperienze (ad esempio, certe ballate degli Afterhours) ma che sembra del tutto in grado di camminare, a testa alta, con le sue gambe.
Tratto da AudioReview n.373 del marzo 2016

Il video di Prima o poi ci passerà.

Il video di La fine dei vent’anni.

 

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