Iggy Pop

Che James Newell Osterberg, sessantanove anni fra una settimana, sia la mia icona dovreste saperlo tutti, non fosse altro che per averlo letto qui su “L’ultima Thule”. Non posso quindi fare a meno di proporvi la mia recensione del suo ultimo album, che al di là di ogni questione di tipo affettivo è davvero notevole.

Pop copPost Pop Depression
(Caroline)
Nel 2009, in occasione dell’uscita di Preliminaires, Iggy Pop aveva dichiarato di non sentirsi più in sintonia, almeno a livello compositivo, con il rock d’assalto che per quattro decenni aveva marchiato a fuoco la sua gloriosa storia: OK per i concerti, fisico continuando a permettere, ma su disco proprio no, basta. Magari ci credeva, ma i fatti dicono che ha mentito: un altro album r’n’r l’ha realizzato, benché con i “ritornanti” Stooges (Ready To Die, era il 2013), mentre per quanto riguarda il repertorio solistico ha mantenuto la parola confezionando solo una prescindibilissima raccolta di cover (Après, 2012). Ora, Post Pop Depression ribadisce la volontà di evitare soluzioni fragorose e lancinanti, ma non per questo povere di incisività e (vellutata) tensione: c’è modo e modo di suonare rock e, con i sessantanove anni ormai alle porte, l’Iguana ha in questo caso trovato una maniera più che convincente per farlo, stringendo sodalizio con Josh Homme per quanto riguarda scrittura e produzione e con altri due musicisti suggeriti dallo stesso leader dei Queens Of The Stone Age, il chitarrista/tastierista Dean Fertita (QOTSA e Dead Weather) e il batterista Matt Helders (Arctic Monkeys); a tutti gli effetti, un supergruppo.
Alle legittime (alte) aspettative, Post Pop Depression ha risposto con nove brani ipnotici, non esattamente luminosi e in qualche misura sensuali, all’insegna di un sound che non conosce eccessi di asprezza e che vive di atmosfere torbide e assieme eleganti sottolineate dal canto profondo. Volendo riferirsi al passato del Nostro, qualcosa fra The Idiot, American Caesar e il già menzionato Preliminaires, ma il gioco dei riferimenti è in fondo sterile; meglio limitarsi a salutare con gioia un lavoro ispirato e intrigante, perfetto per un’ipotesi di autentico rock “della terza età” credibile e appassionato come quello dei giovinastri.
Tratto da Audio Review n.373 del marzo 2016

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