John Cale

Sempre avuto grande ammirazione per il co-leader dei primi Velvet Underground (come confermato da questo “bignamino”) e sempre apprezzato moltissimo il suo Music For A New Society, ma sulla carta l’operazione M: Fans aveva destato in me un po’ di perplessità. L’approfondimento ha poi scacciato in larga parte i dubbi.

Cale copM : Fans (Double Six)
Un progetto decisamente singolare, M : Fans, e concettuale come quasi sempre accade con i dischi dell’artista che dalla nascita della band fino al 1968 di White Light/White Heat condivise con Lou Reed la leadership dei Velvet Underground, uno dei nomi più mitici e mitizzati dell’epopea rock. Ed è ingeneroso che, scrivendo di lui, si finisca immancabilmente a pensar subito a quei pochi anni alla corte di Andy Warhol, mettendo in secondo piano una carriera da solista non priva di momenti trascurabili ma straordinaria per prolificità, eclettismo e qualità pura, cui hanno fatto da corollario collaborazioni di prestigio (Terry Riley e Brian Eno, per citarne solo due) e significativi impegni come produttore (Stooges, Nico, Nick Drake, Modern Lovers e Patti Smith bastano?). Non è insomma un personaggio standard, John Cale, e questa sua ennesima testimonianza di vivacità creativa ne è ulteriore prova; M : Fans accoppia infatti la ristampa arricchita di tre bonus track (una outtake e due versioni alternative) del capolavoro Music For A New Society (1982) a un completo “reworking” – con il senno di oltre trent’anni dopo – dello stesso album. Una decostruzione/ricostruzione che va molto oltre il maquillage e il ritocco in chiave più moderna dei brani, visto che gli interventi sono radicali e stravolgono spesso l’essenza dei modelli, per un esercizio intellettuale ma anche “sentimentale” tanto spiazzante quanto stimolante che il veterano gallese – che spegnerà la settantaquattresima candelina proprio nei giorni in cui questa rivista arriverà nelle edicole – ha realizzato con il chitarrista Dustin Boyer e il batterista Michael Jerome Moore, da un po’ suoi abili fiancheggiatori in studio e dal vivo.
Non deve essere stato facile, sul piano musicale ed emotivo, rimettere mano a un’opera così minimale e sofferta, a suo modo tanto perfetta da poter solo essere rovinata, ma è del resto noto che le azioni di Cale sono guidate da una strana miscela di rigore e umoralità: ha voluto farlo e l’ha fatto. Come? In alcuni casi bene e in altri meno, ma con esiti globalmente apprezzabili, rendendo le trame strumentali ritmicamente più robuste e irradiandole di nuovi colori per lo più elettronici; maggiore consistenza fisica, quindi, messa al servizio di un’espressività che peraltro rimane intensissima a dispetto dell’inevitabile assenza dei sentimenti totalizzanti di allora, come se il Nostro fosse riuscito a calarsi negli psicodrammi di quasi trentacinque anni fa per interpretarli con il distacco di chi li ha da tempo superati, avvolgendoli però in una sorta di nostalgia agrodolce. Forse, il solo problema è l’irripetibile bellezza dell’originale, perché – al di là di qualche caduta di tono – nel “reworking” tutto scorre bene, e con sonorità che in più di un’occasione sembrano paradossalmente più “anni ‘80” di quelle d’epoca. Qualcuno, magari, faticherà a digerire la trasfigurazione di quella meraviglia chiamata Close Watch – che già in Music For A New Society era un’autorilettura, da Helen Of Troy del 1975 – in una bizzarria electro-pop o la revisione cupa/ossessiva (al confine con i Rammstein!) di quella Changes Made che del programma era già il pezzo più rock, ma almeno If You Were Still Around (la prima delle due), la scarna Broken Bird e l’incantevole, inedita Back To The End posta emblematicamente a suggello riallacciano il filo con il 1982. Nel complesso, una prova coraggiosa e intrigante, e non solo per i cultori di questo protagonista a volte incompreso/frainteso di mezzo secolo di rock, musica colta, avanguardia, persino “pop”.
Tratto da AudioReview n.373 del marzo 2016

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “John Cale

  1. DaDa

    Buon lavoro, ma l’originale è molto meglio. Forse era meglio “riadattare” altri dischi….

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