Jeff Buckley

Sarà che suo padre è da sempre una delle mie icone, sarà che ho conosciuto e adorato la sua musica in tempo reale, sarà che ho avuto modo di conoscerlo personalmente (l’intervista è qui) ricavandone una bellissima impressione, sarà che sono uno di quei fessi puri di cuore, ma a me tutto il raschiare il fondo del barile con le registrazioni di Jeff Buckley starebbe sulle palle anche se dagli archivi uscissero fuori regolarmente nuovi capolavori alla Grace. Figuriamoci cosa posso pensarne quando tali operazioni, oltre a essere non esattamente memorabili sul piano qualitativo, sono pure concepite in modo molto (molto) discutibile. Ad esempio, strombazzando “inediti” che in realtà sono, come si dice a Roma, vere “sòle”.

Buckley copYou And I (Columbia)
Le affinità tra Kurt Cobain e Jeff Buckley erano superiori a quanto di primo acchito si possa pensare, ma il Montage Of Heck dell’ex Nirvana non è paragonabile allo You And I in oggetto. Ad accomunarli ci sono solo l’essenzialità delle registrazioni e la volontà delle compagnie discografiche (e degli eredi) dei cari estinti di cavar sangue dalle rape sensazionalizzando – magari con le frottole sempreverdi dei “nastri ritrovati in modo casuale” – contenuti musicali che, seppur dotati di un loro appeal e non privi di attrattive per fan e completisti, nulla – talvolta “quasi nulla”, via – aggiungono a quello che i loro autori avevano pubblicato in vita. Tali prodotti hanno senso esclusivamente commerciale, e credere agli omaggi alla memoria o al desiderio di tener vivo il ricordo di chi è scomparso significa essere come minimo (assai) ingenui.
Oltre a confermare implicitamente la specialità di Buckley, giacché fino a prova contraria nessun artista con all’attivo un unico, autentico album è stato gratificato di così tanti postumi, You And I ha la caratteristica di mostrare il suo titolare in veste spartana, cioè chitarra/voce. Poco usuale anche il repertorio, con otto cover (in buona parte apparse, benché in altre versioni, in precedenti lavori incentrati su materiali d’archivio), la millesima esecuzione di Grace e la Dream Of You And I presentata come “inedito assoluto” quando in realtà è un abbozzo di canzone – praticamente senza testo – allungato artificialmente per sovrapporvi la voce di Jeff che ne illustra genesi e contenuti. Insomma, molto meglio le riletture di brani altrui, con un parterre de rois che vede Bob Dylan (Just Like A Woman) e Led Zeppelin (Night Flight), Sly And The Family Stone (Everyday People) e Smiths (The Boy With The Thorn In His Side e I Know It’s Over), fino a Louis Jordan, Bukka White e Jevetta Steele: interpretazioni scarne ma intense, con un Buckley ancora all’inizio della carriera ufficiale (le session sono del febbraio 1993) ma già padrone delle sue eccezionali doti di performer.
Pur comprendendo il disappunto dell’etichetta per i mancati guadagni dovuti alla prematura scomparsa della sua probabile gallina dalle uova d’oro, va rilevato che certe incisioni non andrebbero vendute, bensì offerte in download gratuito; alla luce dei fatti, non saprei dire chi sia più censurabile fra gli speculatori che propongono l’acquisto e i gonzi che lo effettueranno, specie a prezzo pieno. Sette alla musica, tre all’operazione; la media non può dare la sufficienza.
Tratto da Classic Rock n.40 del marzo 2016

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Categorie: recensioni | Tag: | 3 commenti

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3 pensieri su “Jeff Buckley

  1. Pingback: You and I – Jeff Buckley | Conventional Records

  2. Paolo Stradi

    Per come la penso io se di Jeff hai GRACE e la riedizione di LIVE AT SIN-E’ (e aggiungerei il DVD) hai tutto. Punto. Il tema delle speculazioni sui morti eccellenti è antico e la colpa non è solo di chi le fa. Purtroppo se ci sarà sempre qualcuno che ci casca (e magari gli “piace” pure) l’andazzo continuerà. Bisogna affidarsi (e fidarsi) a chi come te mette in guardia l’acquirente..

    • Per me anche il CD in coppia con Gary Lucas e “Sketches For My Sweetheart The Drunk” hanno senso.
      Così come hanno senso, per dire, le pubblicazioni di archivio di Bob Dylan, Neil Young, Bruce Springsteen.
      A me disturbano il fatto che ogni pochi anni venga tirata fuori altra roba qualitativamente precaria (che ovviamente non compro, specie a 20 euro) e, soprattutto, che il pubblico venga preso per i fondelli presentando come “favoloso inedito assoluto” et similia quella truffa. Un tempo, quando la gente non aveva di fatto la possibilità di ascoltare prima di comprare, con queste operazioni truffaldine si potevano fare bei soldi; che vengano ancora fatte – in questo modo, intendo – adesso che il bluff viene sgamato subito, dimostra secondo me che per le case discografiche ormai vanno bene anche due spiccioli in più e che in giro ci sono comunque più fessi di quanto pensiamo.

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