Ruts

È da poco uscito un cofanetto economicissimo con l’intera produzione dei Ruts, band della seconda generazione punk britannica tanto dotata quanto sfortunata. L’occasione ideale, insomma, per aggiungerla al già lungo elenco di artisti trattati qui ne “L’ultima Thule”.

Ruts copThe Virgin Years (Caroline)
È molto probabile che, elencando le migliori band del primo punk britannico, in parecchi si dimentichino dei Ruts. Forse perché, pur essendosi formati nel 1977 che cambiò la storia del rock, arrivarono al disco solo nel 1978; forse perché il loro straordinario frontman Malcolm Owen ha salutato questo mondo – per sua colpa: overdose di eroina – nell’estate del 1980, lasciando così testimonianze limitate delle sue doti di cantante, autore e performer; forse perché, rispetto ad altri compagni di cordata, i ragazzi londinesi badavano più alla musica che all’immagine pubblica. All’epoca, comunque, non mancarono di farsi notare con le esibizioni di sostegno all’organizzazione “Rock Against Racism”, con i loro saldi legami con il reggae, con qualche 7 pollici di buon successo (il secondo, Babylon’s Burning, entrò persino nei Top10 UK), con un album eccezionale per ispirazione e convinzione quale The Crack.
Alla vicenda breve ma intensa del quartetto, che dopo la scomparsa del loro leader avrebbe per un po’ proseguito in modo dignitoso come Ruts D.C. (un’appendice che qui non è sensatamente documentata), rende ora giustizia questo The Virgin Years, cofanetto di quattro CD dal prezzo contenuto che raccoglie The Crack (più vari brani in origine usciti solo a 45 giri), il postumo Grin & Bear It (anch’esso più esteso del vinile speculativo pubblicato a fine 1980), una integrale delle (tre) session registrate per il programma radiofonico di John Peel, nove estratti trasmessi sempre dalla BBC di uno show del luglio 1979 e, nell’ultimo disco, un intero concerto (diciassette pezzi) registrato una decina di giorni dopo nel mitico Marquee Club. Detto che il ricco corredo live rafforza il giudizio positivo sul gruppo ma è per forza di cose più “da cultori” che da neofiti, ciò che nessuno dovrebbe astenersi dal conoscere è The Crack e il suo corollario di bonus, all’insegna di un punk torrido e validamente organizzato sotto ogni profilo – “caos”? ma per piacere! – e che ha come ideali manifesti Something That I Said, Savage Circle o la già citata Babylon’s Burning; oltre a Jah War, a livello delle migliori prove reggae dei Clash, e I Ain’t Sophisticated, seria candidata al titolo di “più formidabile inno punk mai relegato a lato B di singolo”.
Tratto da Classic Rock n.39 del febbraio 2016

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Categorie: recensioni | Tag: | 2 commenti

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2 pensieri su “Ruts

  1. Massimo Parravicini

    Li ho visti l’anno scorso in formazione a tre e, nonostante l’età avanzata dei due membri originali del gruppo, hanno regalato suoni meravigliosi. All’ascolto essenziale di The Crack aggiungerei il singolo In a Rut e, per gli amanti del reggae, l’album dal vivo dei loro amici di Southall Misty in Roots.

  2. Anonimo

    Piatto ricco mi ci ficco ! 😆

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