David Bowie – Blackstar

Tranne rarissimi casi, per riproporre qui sul blog qualche recensione uscita in tempi recenti su carta, attendo che la rivista nella quale è stata in origine pubblicata non sia più in edicola; insomma, una questione di rispetto per i miei datori di lavoro e per l’editoria tradizionale. Ecco allora quanto ho scritto, attorno alla metà di gennaio, a proposito dell’ultimo di David Bowie; 3231 caratteri sui quali ho ponderato parecchio, un po’ per l’argomento in sé difficile, un po’ per il profondo dispiacere.


Bowie copScrivere di Blackstar dopo il 10 gennaio, ovvero la data dell’inattesa, prematura scomparsa del suo autore, presenta per forza di cose tanti “pro” quanti “contro”. Da un lato la rivelazione che Bowie, consapevole di quale sarebbe stato il suo destino, vedeva il disco come un testamento spirituale, consente di interpretare correttamente il senso dei testi e dell’imponente apparato di contorno alle musiche (a partire dai videoclip, che ora sono emotivamente devastanti, della title track e di Lazarus); dall’altro, il tragico evento rischia di influenzare il giudizio estetico/critico, nonché di coprire ogni valutazione con una cappa di retorica che lo stesso artista britannico avrebbe trovato insopportabile. È comunque ovvio, persino troppo, che commentare Blackstar come se nulla fosse accaduto è un’impresa che va ben oltre le possibilità di chiunque abbia provato per questo geniale ideatore di canzoni, suoni, personaggi e strategie qualcosa di più del rispetto o della stima “di circostanza”; potrebbe invece farlo un detrattore, ma l’istinto del musicofilo che sia un minimo addentro al mezzo secolo di carriera bowieana induce a diffidare di coloro che – esistono, e lo scomposto ciarlare del periodo post-mortem ne ha fornito prova – non abbiano trovato neppure un David Bowie di cui innamorarsi fra i tanti succedutisi dai Sixties a oggi.
Blackstar, allora. Una raccolta di pochi brani (soltanto sette) che comprensibilmente non dispensa allegria ma che neanche sprofonda in giustificabili abissi di depressione. Quarantuno minuti austeri, arditi e avvolgenti, che vivono di sonorità attualissime, di ritmi per lo più ipnotici e non proprio accattivanti, di trame elettroniche ed elettriche nelle quali si insinuano spunti brillantemente spiazzanti (in primis l’inafferrabile sax del jazzista Donny McCaslin), di un canto che segue linee tutte sue e raramente di facile presa (qua e là, non fosse per la maggiore morbidezza, si avrebbe quasi l’impressione di ascoltare lo Scott Walker “ultima maniera”). Un’opera nell’accezione nobile del termine e non un semplice album, che colpisce con la sua intensità, con la sua profondità, con il suo vago echeggiare più di un vecchio David Bowie non assomigliando realmente ad alcuno di essi. Non è un inno alla gioia ma non è nemmeno un lamento funebre: è il mezzo con cui l’uomo che è stato Ziggy Stardust, il Duca Bianco e altre figure mitiche e mitizzate ha cercato di raccontare – sublimandolo in creatività – il momento drammatico che stava attraversando, avvicinandosi al baratro che gli si spalancava davanti ma non rinunciando a sperare che il Fato gli lanciasse una fune cui aggrapparsi. Decennio dopo decennio, disco dopo disco, metamorfosi dopo metamorfosi, in tanti hanno provato a capire – senza avere la certezza di esserci riusciti – quanto David Robert Jones assecondasse con naturalezza i propri cambiamenti di vedute e quanto recitasse ruoli. Ci piace ritenere che, concependo il suo canto del cigno, abbia mostrato solo se stesso e non l’ennesima maschera. Per uno che ha sorpreso il mondo con infiniti coup de théâtre, sarebbe arduo immaginare un’uscita di scena con maggior stile: parlando per metafora, un re sì nudo, ma sempre autorevole. E bellissimo.
Tratto da AudioReview n.372 del febbraio 2016

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Categorie: recensioni | Tag: | 1 commento

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Un pensiero su “David Bowie – Blackstar

  1. Gian Luigi Bona

    David Bowie mi ha introdotto al rock dalla mia altra passione, la fantascienza, attraverso “L’Uomo Che Cadde Sulla Terra” e senza di lui probabilmente non avrei mai preso un disco o comunque non con la stessa passione.
    Ho vissuto il periodo da Station To Station (il primissimo disco che ho comperato) a Scary Monsters in diretta e per quanto i dischi successivi mi abbiano deluso (almeno fino a Tin Machine) ho sempre pensato che i suoi dischi nascessero comunque da un progetto interessante in qualche modo.
    Quando è uscito Blackstar non sapevo nulla della malattia e sebbene i video di Blackstar e di Lazarus mi avessero veramente impressionato avvertivo comunque una potenza creativa che mi ha fatto sognare addirittura una serie di concerti. Purtroppo lunedì alle 8 un post di TonyFace Baciocchi su Facebook mi ha gelato il sangue nelle vene.
    Tutto questo per dire che un vero artista mette la sua vita nell’arte e dalla sua arte ne viene trasfigurato. Nello stesso istante in cui raccontava della sua morte David Bowie creava e quindi dava vita e potenza espressiva alla sua arte.
    David Bowie ha toccato la vita di tantissimi di noi e come suo fan sono stato molto colpito dal vedere quanto era amato e quanto era rispettato anche da chi comunque non amava la sua arte. Era dai tempi di John Lennon che non vedevo un simile cordoglio.
    Ho in mente solo due altri artisti che quando ci lasceranno (fra cento anni almeno) causeranno così tanto dolore ma ovviamente non faccio i loro nomi per evitare di portare rugna !
    Voglio solo dire che Blackstar per potenza visionaria è uno dei migliori dischi di David Bowie e che ci mancherà tantissimo.
    Piccola nota personale: il mio più caro amico se ne è andato pochi mesi prima del nostro artista preferito e posso dire che senza di lui la mia vita è parecchio più misera.

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