Paul Roland

La sempre attenta Cherry Red ha appena pubblicato In The Opium Den – The Early Recordings 1980-1987, doppio CD che mette ordine nella discografia iniziale di Paul Roland. Non c’è proprio tutto-tutto, purtroppo, ma la selezione di ben quarantadue brani offre un quadro decisamente ampio di ciò che il musicista britannico ha impresso su vinile fino a quel Danse Macabre che, tra l’altro, fu il primo “vero” LP a suo nome. Allo stesso periodo fa riferimento l’articolo qui recuperato, sorta di presentazione dell’artista più lunga e approfondita di quelle che avevo fino ad allora scritto in sede di recensione; è ovviamente un pezzo piuttosto ingenuo nella forma così come nella struttura, ma al tempo servì a rendere Paul Roland abbastanza popolare nell’underground del Belpaese. E il fatto che nel 2008, nelle note della ristampa estesa di Danse Macabre, Paul mi abbia nominato, assieme a tre colleghi di altre nazioni europee, come “spinta” per il prosieguo della sua carriera di musicista, è tuttora motivo di orgoglio. In coda, mi sembra abbia senso aggiungere la recensione dell’ultimo album, uscito l’anno scorso.
Roland fotoRacconti di mistero e immaginazione
Non mi piace particolarmente il linguaggio banale, il modo di esprimersi di ogni giorno; lo trovo molto noioso, e non ne farei mai uso nei miei brani. Non scrivo canzoni d’amore perché non sono innamorato, al momento sono interessato ad altre cose: il fantastico, il soprannaturale, l’insolito e lo storico”. Dopo lunghe ricerche, abbiamo finalmente trovato l’anello mancante della catena che unisce, idealmente, l’eccentricità di Syd Barrett, Robyn Hitchcock e Julian Cope; lo abbiamo trovato nella fantasia di Paul Roland, un artista che da otto anni produce dischi di enorne fascino senza che (quasi) nessuno se ne accorga, che compone e interpreta brani originalissimi nei testi così come nelle strutture musicali, che vive il suo ruolo di “oggetto di culto” con assoluta naturalezza senza aspirare a divenire una star. Lui, Paul Roland, crea per il solo gusto di creare, incurante delle reazioni e dell’indifferenza altrui; non disdegnerebbe, è ovvio, una maggiore notorietà, ma accetta ciò che il destino gli offre e va avanti per la sua strada forte della certezza che da qualche parte – in questo mondo cinico e materialista – ci saranno sempre spiriti semplici disposti ad ascoltare i suoi racconti di mistero e immaginazione.
Le canzoni di Paul Roland, enigmatico menestrello britannico dallo sguardo bonario, pullulano di protagonisti singolari: lupi mannari di Londra e bambole che prendono vita, demoni e adolescenti assassini, il dandy Beau Brummel e persino il Signore delle Arti Mistiche dei fumetti Marvel, il potentissimo Dr. Strange; e se Paul decide di scrivere un brano contro la guerra, potete essere certi che lo ambienterà a Waterloo. Un poeta del paradossale, dunque, con una propensione al gotico e un innato amore per il passato, che fa dell’imprevedibilità la sua arma migliore. “Le parole hanno sempre avuto molta importanza per me, e sono stato sempre attratto dalle immagini forti. Io sono un romantico nella tradizione del diciannovesimo secolo, mi piace l’idea dello straniero che giunge in città a tarda notte, alloggia in un hotel isolato e poi si rivela come il diavolo sotto sembianze umane. Credo che tutti noi siamo aflascinati più dal malvagio che dalla persona per bene”. Le trame musicali con le quali Roland caratterizza e arricchisce le sue storie atipiche e spesso inquietanti mal si prestano a essere etichettate, tantomeno con un’unica definizione: a seconda dei casi, prevalgono citazioni filo-glam e riferimenti folk, impasti elettrici con le tastiere in primo piano e fusioni scarne e stimolanti di archi e flauto. Il tutto, naturalmente, legato assieme dalla voce di Paul, abilissimo nel dare a ogni particolare – sia strumentale, sia canoro – l’adeguata valorizzazione; insomma, un modo efficace per proiettare, con mezzi verbali e sonori relativamente semplici, visioni dotate di enorme forza di impatto. E non è casuale che Paul Roland, eclettico alchimista di parole e musica, si dedichi anche alla stesura di racconti ispirati – per sua stessa ammissione – da Lovercraft, da Wells, da Poe, influenze che si ritrovano in parecchi suoi brani.
Corre il 1979 quando Roland decide, assieme all’amico John Williams, di esordire sul mercato discografico con il 45 giri Oscar Automobile (Velvet Moon), a nome Weird Strings; a esso ne farà seguito un secondo (Criminal Cage, su Ace) e, dopo la nascita dell’ensemble “aperto“ Midnight Rags, l’EP Public Enemy (Ace) e l’album The Werewolf Of London (Armageddon), tentativi solo in parte riusciti di amalgamare in un sound organico le diverse componenti del background culturale dell’artista. I dischi, infatti, risultano un po’ troppo frammentari ed eterogenei, oscillando fra soluzioni di sapore kitsch e malinconiche ballate semi-acustiche. Al di là dell’opulenza strumentale a tratti eccessiva e della mancanza di una linea stilistica ben definita, The Werewolf Of London è comunque opera di notevole caratura, che raggiunge livelli di assoluta eccellenza in brani quali Blades Of Battenberg, Brain Police, Werewolves Of London (tutte caratterizzate da ritmiche incalzanti, tastiere assai incisive ed eccentricità varie), Flying Ace e Lon Chaney, queste ultime due eteree e seducenti pur nella loro rarefatta impostazione chitarristica. Di sicuro, uno degli album più bizzarri e personali dell”intero panorama nuovo rock dell’epoca, e non c’è da meravigliarsi che qualcuno tiri in ballo il mitico Barrett, mente dei primi Pink Floyd. Lusingato ma non troppo entusiasta di tale paragone, Roland si affretta a precisare: “Non riesco a vedere somiglianze fra me e Syd Barrett, eccetto che siamo entrambi fuori di testa; l’unica cosa che abbiamo in comune è l’essere diversi da ogni stereotipo”.
Nonostante i numerosi pregi, il disco passa pressoché inosservato, e la susseguente chiusura della Armageddon costringe Paul a una svolta; cosi, nel 1981, si affida all’agenzia di management gestita da David Enthoven e June Bolan (ex moglie del compianto Marc, del quale il Nostro – come chiaramente avvertibile in alcune composizioni ~ è grande estimatore) e fonda due etichette: la Aristocrat per le sue produzioni e la Moonlight per lavori di altri. Nel 1982, Roland avvia una proficua collaborazione con Andy Ellison (ex John’s Children e Radio Stars), registrando alcune tracce destinate a vedere la luce come 45 giri: Dr. Strange e Madelaine (con Robyn Hitchcock nel ruolo di chitarrista ospite) vengono pubblicate su Aristocrat a nome Paul Roland, mentre Hot George (un vecchio hit di Bolan) è attribuita a Beau Brummel; a completare l’omaggio al glam, sul retro di questo singolo – uscito su Moonlight – c’è una nuova versione di Oscar Automobile. La vena creativa di Paul, sempre più viva e poliedrica, ha poi modo di estrinsecarsi nel bellissimo 12”EP Blades Of Battenberg (Aftermath, 1983), preludio agli attuali indirizzi sonori volti all’elaborazione di brani pacati, estatici ed avvolgenti che alla compattezza preferiscono quasi sempre la diradazione delle trame. L’indifferenza con la quale il disco viene accolto da critica e pubblico, però, induce Roland ad allontanarsi dalle scene. “Non avevo piùfiducia nel music-business e avevo perso interesse nella mia attività. Pensavo: a che serve comporre canzoni? Chi le ascolterà? Ho trascorso il 1983 e il 1984 scrivendo articoli sotto pseudonimo e cercando di pagare i debiti delle mie etichette. Se oggi sono maturato e posseggo una mia autonomia come autore e interprete, è anche grazie a quei due anni vissuti senza ascoltare, comporre e produrre”.
Quando, nel 1984, Paul decide di rimetter mano nei suoi vecchi nastri per confezionare il mini-LP Burnt Orchids, i tempi sono radicalmente cambiati: la cosiddetta neo-psichedelia gode di discreta popolarità, i media sono più sensibili verso la musica anticonvenzionale e anche personaggi come Robyn Hitchcock stanno finalmente raccogliendo i frutti della loro lunghissima semina. È sufficiente l’interessamento della rivista Bucketfull Of Brains perché Paul Roland diventi un piccolo caso, nonostante i dischi – a causa delle difficoltà incontrate nell’allestire un organico per l’attività dal vivo – siano in pratica l’unica chance offerta agli appassionati per apprezzare il talento di Paul. Dall’uscita di Burnt Orchids (Aftermath) in poi, gli avvenimenti si susseguono a ritmo incalzante: un nuovo, eccellente l2”EP, Death Or Glory (Aftermath), nel quale Paul si cimenta anche in una narrazione, un breve tour europeo con il solo accompagnamento della viola del bravissimo Piers Mortimer, il 7” EP Blades Of Battenberg e l’album antologico House Of Dark Shadows» (entrambi editi in Germania dalla Pastell, l’ottimo singolo con In The Opium Den e Demon In A Glass Case (su Imaginary), qualche altra data in Germania, la formazione di un nuovo gruppo con Andy Young (chitarra), Brian Heffernam (basso), Matt Vinyl (batteria) e Brian Gould (tastiere). Per il futuro, la notizia più interessante è quella dell’imminente uscita di Danse Macabre, il nuovo LP, Eppure, nonostante tutti questi impegni, Paul continua a rispondere privatamente ai suoi fan, felice dell’entusiasmo attorno alla sua figura ma con i piedi sempre ben saldi sul terreno, e a lavorare come giornalista. “Preferisco restare nella mia posizione di musicista da culto, rispettato e apprezzato per quello che ama fare, piuttosto che inseguire una ricchezza ed una gloria che durano due o tre anni. Per quel che ho visto facendo il giornalista, il successo non mi interessa. Non sono disposto a pagarne il prezzo”. Ben detto, Paul. D”altronde, non c’è soddisfazione più grande dellìessere amati per ciò che si è, e non per come si vuole apparire. Se continuerai per questa strada anche in Italia, come in Gran Bretagna, Germania e Francia, troverai tanti amici.
Tratto da Il Mucchio Selvaggio n.111 dell’aprile 1987

Roland copBitter And Twisted (Sireena)
C’è stato un momento, nella seconda metà degli anni ’80, in cui Paul Roland – almeno in Italia – aveva (quasi) la stessa popolarità di Julian Cope e Robyn Hitchcock. La sbornia neo-psichedelica era ancora ben lungi dall’essere smaltita e nel calderone – settore “cantautori eccentrici inglesi” – finì pure lui. Lui che, ok, con la psichedelia c’entrava senza dubbio ma che comunque era un musicista anomalo, dedito a canzoni di derivazione folk-rock, avvolte in atmosfere se non oscure certo poco solari e caratterizzate da testi più o meno inquietanti legati all’epoca vittoriana e al mondo del mistero, oltretutto intonate con una voce alla quale era ed è difficile trovare termini di paragone. Nessuna meraviglia che non piaccia a chiunque, ma nemmeno che sia il classico artista di culto amatissimo da chi ne apprezza l’inusuale poetica.
Non si è mai ritirato dalle scene, Paul Roland. Ha ampliato i suoi interessi professionali, approfondendo i suoi studi sull’occultismo (argomento sul quale ha pubblicato svariati libri) e operando anche nel campo del giornalismo musicale (ad esempio, firmando una biografia di Marc Bolan), ma non ha smesso di confezionare dischi che, pur ruotando attorno ai soliti temi e al solito stile elettroacustico, riescono sempre a offrire nuove sfumature, a suscitare curiosità, a evocare affascinanti suggestioni. Bitter And Twisted non fa eccezione alla regola e, anzi, è uno dei più ispirati e godibili di una produzione estesa e molto frastagliata, così tanto da rendere arduo persino stabilire il numero di album propriamente detti finora immessi sul mercato. Questioni di secondaria importanza, però, di fronte a canzoni ispirate e personalissime, bene inquadrate da titoli come I’m The Result Of An Experiment (That Went Wrong), Dali’s Dream, Devil’s Jukebox, I’ve Been Hearing Voices o Catatonic.
Tratto da AudioReview n.368 dell’ottobre 2015

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Categorie: articoli | Tag: , , | 2 commenti

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2 pensieri su “Paul Roland

  1. Demis

    Ciao Federico, ho acquistato l’ultimo Blow up e come disco del mese c’è l’ultimo disco di questo grande artista, è però introvabile!!

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